Torre di Babele

"Vivere come un pascià", in Europa

Articolo pubblicato il 02 settembre 2013
Articolo pubblicato il 02 settembre 2013

Ovunque passiate il vostro ultimo mese d'estate- che sia in Francia, a Madrid, in India, tra la pasta o tra gli allori, beati come un "marajà" o un "pascià"- godetevelo! In tempo di vacanze la Torre di Babele vi parla della bella vita secondo gli europei.

Anche se ultimamente la Francia lotta contro la tristesse, in terra germanica la Grande Nation è rimasta il Paese del savoir vivre con tanto di buona musica, deliziose prelibatezze e paesaggi pittoreschi. Chi se la gode "vive come Dio in Francia", recita un proverbio tedesco che probabilmente risale ai tempi del Re Sole Luigi XIV. La sua corte era il simbolo della ricchezza e dello splendore europeo: i nobili e i ministri vivevano nella lussuria più sfrenata.

Forse è imputabile al furore rivoluzionario che proprio i francesi preferiscano pensarla in un altro modo. Infatti, il moderato francese repubblicano vive "come un pollo nella pasta" ("comme un coq en pâte") e l'immagine del pennuto che si crogiola nell'abbondanza è una rappresentazione che risale proprio al 1789.  

La Gran Bretagna lo dice con più sobrietà. Qui "poltroni" e scansafatiche "vivono sugli allori" ("to live in clover", letteralmente: "vivere sui trifogli"), ma il Regno Unito conosce anche il detto: "vivere da re" ("live like kings"). Finalmente, anche l'eccitazione generale, che ha accompagnato la nascita del "principino George", trova una sua spiegazione.

I polacchi non amano monarchi, animali e piante. A questi preferiscono situazioni più calde e solari. "Vivere come a Madrid" ("mieć życie jak w Madrycie") è l'espressione che si usa per descrivere l'atteggiamento di chi vive alla grande.

Gli spagnoli dal canto loro si spingono ancora più lontano, tanto che gli spensierati e i festaioli qui "vivono da marajà" ("vivir como un marajá"), il leggendario e ricchissimo Signore indiano.

In Italia chi si dà alla bella vita "vive come un pascià". È questo il titolo che spettava al primogenito del sultano ottomano e ai più importanti ufficiali dell'Impero.