Torino

Terra chiama arte. Earthink atterra al SAMO

Articolo pubblicato il 22 giugno 2015
Articolo pubblicato il 22 giugno 2015

Dopo aver ramingato per la provincia, è al magico SAMO che approda il festival sull’ambiente Earthink – leggeri con la Terra. Ci siamo stati per voi venerdì scorso e abbiamo scelto di raccontarlo con le voci e gli sguardi dei protagonisti.

Quando entriamo dal cancelletto troviamo due ragazzi sul ponteggio immersi nei loro graffiti, il sole in alto martella e loro ridono. Circolo Arci vivo e vissuto, il SAMO di via Tortona è questo, i suoi muri parlano, portano acqua alla narrazione di quel florilegio di storie urbane che è la Torino post-industriale. Tékhné Teatro difficilmente poteva scegliere per Earthink un palcoscenico migliore di questo hub urbano, calamita naturale per un oceano di esperienze culturali.

Art for education’sake

"Cosa NON fanno al SAMO?”, verrebbe da chiedersi. La contaminazione tra arti, pubblici e sguardi, qui è habitat. Ce lo conferma Serena Bavo di Tékhné Teatro, demiurgo di questa tre giorni: “Quando i ragazzi sono entrati in questo ex deposito di sanitari la prima volta, ci pioveva dentro. Ora è tornato a essere luogo comune, sistemato senza fondi pubblici e nuovamente offerto alla comunità. Il Samo è l’emblema della riqualificazione”. Un approccio rigorosamente non disfattista, ma creativo; incontro tra arti diverse e propositività: esattamente la stessa logica di Earthink. La sfida infatti è di parlare di ambiente e sostenibilità con un taglio artistico, trasmettere i messaggi importanti tramite il bello. “Gli artisti hanno la possibilità di amplificare la conoscenza. Noi abbiamo ricevuto molte proposte artistiche, segnale dell’ottimo lavoro svolto finora, siamo un team energico. Sentiamo il dovere morale di affrontare i temi ineludibili di oggi, ma non siamo profeti, dobbiamo evocare spunti che poi chiunque possa approfondire autonomamente”, prosegue Serena, accennando anche ai vari laboratori per ragazzi attivati da Tekhné Teatro, nel credo che l’educazione ad essere passi necessariamente tramite l’educazione a fare. “Alla base c’è sempre l’idea che il pianeta in cui viviamo non l’abbiamo in eredità da chi è venuto prima, ma in prestito da chi verrà dopo”, rifuggendo le nostalgie bucoliche di un mondo senza progresso: “Fosse per me? Andrei nello spazio con Samantha Cristoforetti!”. 

Natura viva, natura morta

Nel mezzo del salone oscilla, come Giano bifronte, il lavoro più potente di questa prima giornata di Earthink. Le due facce del pannello ospitano opere speculari: Melting Point di Stefania Silengo, fotografa per formazione, e Natura spremuta di Alberto Malinverni, fotografo per espressione. Sono proprio i due artisti a restituirci l’humus valoriale da cui sono germogliati le rispettive opere di terzo paesaggio.

Gli scatti di Stefania sono stati – letteralmente – rubati all’ex Scalo Vanchiglia, “Trincerone” per gli amici, luogo non ancora oggetto della meritoria opera di riqualificazione che sta interessando l’archeologia, post-industriale o semplicemente post, di Torino. Con l’audio sporco registrato dall’artista mentre agiva, penetriamo nel mondo elfico di queste nove fotografie; un dialogo con l’abbandonato, il ritmo della natura infonde armonia, sembra inesorabilmente avanzare. “Il punto di fusione è quello tra umano e naturale, il verde sta occupando, ricoprendo, ammantando ogni cosa e l’umano soccombe. Mi piacerebbe esortare a prendersi cura delle periferie, possono ancora diventare spazi di comunità.”

“Natura spremuta è l’antitesi del lavoro di Stefania, qui è la natura che perde sull’umano. Sono foto di verdura e frutta spappolata a Porta Palazzo, quando il mercato si ritira e rimangono solo questi residui ad essiccare sulla piazza”, spiega il fotografo, ingegnere aereospaziale. Dagli scatti emerge nitido il soggetto vero e lo scopriamo attualissimo: lo spreco alimentare. Si rivendica qui dunque un’anti-estetica, è natura morta che reclama il ritorno all’imperfezione naturale di frutta e verdura. Da quando la loro prima qualità deve essere quella di essere bella e non di essere buona?

“L’uomo è ciò che mangia”

Di fronte ad una birra salvifica due chiacchiere le strappiamo anche ad Agnese Vigorelli (associazione Imagica).  Professione fotografa,  per Earthink è referente per il progetto Phood, progetto di educazione ai consumi alimentari sbocciato da una partnership tra Engim Piemonte (cucina) e istituto Albe Steiner (fotografia), sotto l’ombrello della COOP. Nel solco di quanto già espresso da Serena sulle modalità innovative di veicolare messaggi formativi, questo lavoro nasce come il frutto di un laboratorio esperienziale di foodstyling svolto con gli studenti delle due scuole, con il focus sull’auto-espressione. I ragazzi e le ragazze si sono cimentati con le varie tecniche di fotografare il cibo, immortalando piatti diversi con lo stesso fil rouge tematico, il miele, elemento tipico della produzione piemontese. Pure da questi pannelli emerge vivida la convinzione degli organizzatori: l’arte colpisce, forma e trasforma.

 [Il programma serale prevederebbe la performance di danza degli algerini Cie Sarab, residenti in Francia. Tuttavia è stato però negato alla compagnia il permesso di entrata, nonostante l’invito ufficiale. Per chi non ha la fortuna di essere nato merce, in questi giorni – anno XXV dell’era Schengen per l’Italia – il confine franco-italiano sono colonne d’Ercole.]

Bianco & Levante

La serata si conclude con il piatto più atteso: il concerto di Bianco, nome noto della scena torinese che insieme all’arpista Cecilia, fa echeggiare tra i graffiti del SAMO il suo ultimo disco “Guardare per aria”, pieno di tematiche affini ad Earthink (prestate orecchio a “Filo d’erba”). Il concerto viene anche impreziosito da alcune incursioni sul palco di Levante, cantante ormai affermata con la quale il cantautore torinese ha un’amicizia particolare, che non raramente si condensa in collaborazioni, favorite dal condividere la stessa etichetta (INRI Records). 

La prima giornata di Earthink tramonta con un crogiuolo di sensazioni positive ed energie. Il festival presenta un format da esportare: non a caso in cantiere bolle già l’idea di farne alcune versioni ridotte (2 giorni) in altre città, per favorire anche la circuitazione di artisti del torinese in giro per lo Stivale.