Torino

Per i muri già caduti, per i muri che cadranno

Articolo pubblicato il 02 novembre 2009
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Articolo pubblicato il 02 novembre 2009
Articolo di Filippo Lubrano A 20 anni dalla caduta del Muro di Berlino, nella Torino che "non sta mai ferma" alcuni cambiano e assumono nuove forme e significati, mentre altre barriere divisorie sorgono. Nove novembre 1989, la cortina di ferro, le cacce alle streghe. Il Secolo Breve che se ne va, dice Hobsbawm. La fine della storia, dice Fukuyama.

Sostiene qualcuno che era un muro a sostenere tutto, un muro che era già di vetro, già un po’ a pezzi prima di cadere. Un muro stantio, a tratti irreale, anacronistico certamente, ornato com’era, negli ultimi giorni, da graffiti alla Basquiat, da brecce virtuali, occhi di Orwell, braccia e gambe e corpi sinuosi di Haring.

Erano tempi diversi, in pochi direbbero migliori: forse solo la mamma di "''Goodbye Lenin''", col suo sorriso da Monna Lisa, e quel busto enorme trasportato da un elicottero.

La Germania l’anno dopo vinceva il Mondiale a casa nostra, ed era la grande festa a scoppio ritardato, l’unica festa possibile. Forse, chissà, già un piccolo contrappasso.

Vent’anni dopo, la generazione che guardava quelle immagini alla tivvù mangiando Plasmon e pensando ai cartoni animati giapponesi – difficilmente distinguendoli a tratti dai telegiornali – oggi ha ricordi sbiaditi della macchia sulla fronte di Gorbaciov, delle vodke di Eltsin, degli stabilimenti produttivi della Trabant e delle teorie della Glasnost.

I problemi oggi sono altri, spesso ancor più immateriali, talvolta neanche problemi. La società odierna si sforza di avere una coscienza etica, sociale ed ecologica dopo aver vissuto il proprio ’29, purtroppo senza ''New Deal'' al seguito. Una società coi propri muri, una società dove per la prima volta la popolazione residente nelle città ha superato quella delle campagne. Una società di città, dunque, e una città ciascuna coi propri muri, su cui piangere o su cui il latte è già stato versato.

Muri chic, muri retrò, muri-ghetti, muri-trampolino

In Italia, il muro più famoso degli ultimi anni è quello di via Anelli, eretto per isolare il quartiere più malfamato di Padova, dove il cemento talvolta arriva fino dentro le case, fino a riempirlo e renderle inabitabili per evitare di farle occupare abusivamente agli immigrati prevalentemente di origine africana che hanno “colonizzato” questa zona inizialmente concepita come dormitorio per gli universitari locali.

A Torino, i “Muri” stuzzicano invece l’immaginario di chi li evoca con echi ben più dolci: nel gergo dei locali, stanno infatti ad indicare i Murazzi, la zona lungo Po contigua a Piazza Vittorio Veneto, dove i grandi magazzini per il rimessaggio delle barche da pesca furono riconvertiti una trentina d’anni fa in una serie di locali in cui ha modo di esibirsi gran parte della scena underground torinese.

Logico poi che nella città che - come recita lo slogan cittadino - “non sta mai ferma”, anche i muri siano in perenne movimento, in un valzer più cantieristico che tellurico. Nel fermento pre-olimpico, era toccato a Corso Mediterraneo rifarsi il lifting, cancellando il proprio muro-trincea per far correre la ferrovia in sotterranea, ed il traffico sopra. Oggigiorno, simile fine sta per fare corso Principe Oddone, dove il passante ferroviario sarà ugualmente interrato per unire le stazioni Dora e Susa, lasciando spazio a macchine in un moto più raziocinante ed aree verdi di cui il capoluogo sabaudo pare voler fare un uso sempre più massiccio per contrastare il triste primato nella classifica delle PM10.

E chissà quanti altri muri ancora ci aspettano, di qui al 2011, che è il vero anniversario – il 150nario dell’Unità d’Italia – che Torino aspetta, come una signora per bene che s’incipria il naso prima di uscire la sera.

Muri più da abbattere che da creare, in buona sostanza: come per quelli psicologici del Lingotto, una volta impianto produttivo accessibile solo ai figli di mamma Fiat, divenuti oggi grembo e braccia – aperte, certo, purché di consumatori si tratti – di un centro commerciale ridisegnato dalla penna di Renzo Piano. O ancora per quelli squadrati da grate e sbarre delle Carceri “Le Nuove”, oggi contenitore a forte impatto emozionale di mostre, esposizioni ed eventi.

Ma il concetto di muro è facilmente estendibile, se isoliamo il suo significato di divisione, frattura netta, separazione. Ed ecco allora che forse il muro più percepibile, paradossalmente, è uno assente: quello che si intuisce nel quartiere di Barriera di Milano, nuovo ghetto della Torino che sarà, quella delle scuole elementari con classi interamente composte da stranieri – per la prima volta in Italia -, quella incapace di integrarsi e mescolarsi col resto del mondo, con i binari del tram su Corso Giulio Cesare – un primo accenno di fondamenta? - a fargli da prigione nella testa, come in un’immensa Dogville, nella pantomima che un po’ tutti ci coinvolge. Dividendoci quando già siamo uniti.