Torino

Mov(i)e To Berlin: la Berlinale dal red carpet alla jam session

Articolo pubblicato il 14 febbraio 2016
Articolo pubblicato il 14 febbraio 2016

Che aria si respira a Berlino durante la Berlinale? Un breve (ma intenso) viaggio di 4 giorni nella Capitale tedesca, seguendo uno dei festival cinematografici più importanti del mondo. Il tutto all'insegna di jam session, tra i flash dei fotografi e il red carpet.

È strano vedersi catapultati in un posto come Berlino da un giorno all'altro. Anche Bruxelles, dove vivo, è una Capitale europea. Ma Berlino è qualcosa di più. È un intricarsi e un districarsi di vie, persone, negozi e palazzi senza fine: è piena di vita. Non c'è un solo centro, ma ce ne sono tanti. "Frenesia" è la parola che mi ha occupato la testa per tutta la giornata, da quando sono scesa all'aeroporto di Schönefeld a quando sono arrivata in Potsdamer Platz.

Strade enormi in cui ti perdi se non fai attenzione da dove sei arrivato. Ti sembra di esserti orientato, poi giri l'angolo ed è di nuovo cambiato tutto. Gente che va e che viene, che corre da una parte all'altra. Fa un certo effetto e ti ritrovi a correre anche tu, seguendo qualcuno che ha l'aria di chi se ne intende, conosce le strade e considera i festival come la Berlinale il suo pane quotidiano. Naso per aria, si cerca uno sprazzo di cielo tra palazzi così alti che a guardarli si rischia di avere il torcicollo.

Verso il red carpet

A Berlino in questi giorni si respira un'aria elettrica, carica, e tutto sembra svolgersi come in un rito di iniziazione: dopo aver preso il proprio pass per l'ufficio stampa, ci si dirige verso la proiezione del film con il badge al collo provvisto di foto, nome e cognome. Basta mostrarlo e ti si aprono tutte le porte, ti ritrovi in mezzo ad un mare di persone. D'altronde, è proprio come mi aveva detto il ragazzo al banco informazioni della stazione di Potsdamer Platz: «Non puoi sbagliarti, segui tutte le persone che corrono verso destra, hanno un cartellino al collo: sono della stampa!». 

A Potsdamer Platz e nei dintorni si parla solo del festival, c'è chi fa foto e chi chiama qualcuno per raccontare cosa vede. Io faccio entrambe le cose. Decine e decine di fotografi se ne stanno posizionati ai lati del red carpet, proprio di fronte al Berlinale Palast, pronti ad immortalare le star.

Caos totale

Le proiezioni dei film e le successive conferenze stampa sono il caos più totale, anche se tutto sembra calcolato nei minimi dettagli: alle proiezioni per ls stampa la gente si ammassa tra i diversi livelli della sala cinematografica. Chi arriva in anticipo riesce a prendere i posti migliori, in prima fila, al piano terra. Gli altri, mano a mano, si arrampicano sempre più verso l'alto, come me che finisco in piccionaia. Poi, prima che il film finisca, c'è già chi esce per riuscire ad accaparrarsi un posto nella Press Hall, la sala per le conferenze stampa al primo piano del Grand Hotel Hyatt, di fianco al Berlinale Palast. Alla fine della proiezione, ci mettiamo 10 minuti buoni per scendere quattro rampe di scale. Una volta fuori, la gente si catapulta verso l'hotel.

Di fianco alla sala conferenze c'è l'angolo per il photo shoot, dove gli attori posano per i fotografi. I flash impazziscono: una cosa che prima d'ora avevo visto solo nei film. Non mi sembra vero vedere Kirsten Dunst e Jeff Nichols uscire da dietro le quinte tra gli applausi generali, e prendere posto sulle sedie di fronte ai fotografi. Questi ultimi all'inizio coprono la visuale, poi si spostano, e ci lasciano vedere gli attori che fino a due minuti prima avevi visto solo sul grande schermo. Per fare le foto, c'è chi striscia o cammina a gattoni sul tappeto, per non intralciare chi dal fondo sta facendo le riprese video.

Di nuovo per strada

Dopo un breve momento di riposo, sono di nuovo persa nell'intrico metropolitano, stanchissima dal viaggio intenso, tra aerei, treni e U-Bahn. Insieme ad una ragazza della redazione di cafébabel Berlino e ad alcuni suoi amici, vado al Kiki Sol, un locale nel quartiere di Wedding, nel distretto di Mitte a nord-ovest della città.

Nel bar si eseguono jam session a tutto spiano e l'atmosfera è rilassata e amichevole. Conoscendo persone di Paesi diversi, si finisce per parlare un patois: magari si inizia a parlare una lingua, ma poi ci si rende conto che un'altra andrebbe meglio. E allora si procede in quella direzione, mischiando, iniziando una frase in inglese e finendola in francese. Provo anche a cimentarmi un po' nel mio tedesco stentato (con scarso successo). 

Il weekend prosegue senza intoppi, tra un film e l'altro. Domenica mattina la prima proiezione è alle 9:00 e mi colpisce molto quanta coda ci sia già alle 8:30. Sono ritmi e orari a cui è difficile abituarsi, a volte sono vere e proprie corse contro il tempo. Eppure, allo stesso tempo, è difficile non rimanere affascinati da questo festival. Osservare l'operato di grandi registi dal mio piccolo posto in piccionaia, in fondo, non ha prezzo.

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Pubblicato dalla redazione locale di cafébabel Torino.

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Questo articolo fa parte del progetto editoriale Mov(i)e To Berlin, una collaborazione tra le redazioni locali di cafébabel Torino e cafébabel Berlino. Nel quadro di questo progetto, le due redazioni offrono copertura bilingue del TFF e della Berlinale, attraverso uno scambio dei propri reporter.