Torino

Abbattere il muro di Dublino: un ponte per la marcia dei popoli

Articolo pubblicato il 18 settembre 2015
Articolo pubblicato il 18 settembre 2015

"Sicuramente muoio. Forse muoio". Appunti per un discorso sulle migrazioni, dalla presentazione dell'ultimo numero di Most, quadrimestrale di approfondimento sull'Est Europa. 

Ieri sera al Polski Kot, circolo torinese e torinista attivissimo in proposte culturali legate ad est e Mitteleuropa, si è tenuto un incontro per presentare Most, quadrimestrale di approfondimento curato da East Journal, web magazine di informazione sul vasto mondo tra Trieste e Ulan Bator. "Most" nelle lingue slave significa "ponte", nome scelto per ribadire l’intento della testata: connettere le due metà d’Europa, sopperendo alla mancanza di informazione – o di accuratezza – sull’Est Europa da parte dei media mainstream.

Il titolo dell'ultimo numero di Most (120 pagine, 4,99 euro, acquistabile qui) è "La marcia dei popoli": si tenta di gettare "ponti" tra migrazioni passate e presenti, ri-tessendo fili storici e incorniciando i fenomeni in griglie interpretative che permettano di superare l’onda lunga della xenofobia. Ricominciare a parlare di ponti, proprio quando tornano di moda i muri.

Oltre a Giorgio Fruscione, direttore responsabile di Most, e Matteo Zola, direttore e fondatore di East Journal, è intervenuta anche Ilda Curti, Assessore alle Politiche di integrazione del Comune di Torino. La catastrofe umanitaria che sta avvenendo nelle ultime settimane sul confine serbo-ungherese ha resto la serata di tremenda attualità. Questi gli spunti più interessanti.

Non si ferma il vento con le mani

La base dei ragionamenti sviluppati durante la serata è emersa limpidamente: le persone e i popoli, invariabilmente e naturalmente, migrano. La storia umana è storia di migrazioni. L’Assessore Curti ricorda come siano state trovate correlazioni tra il DNA dei nativi nordamericani e le popolazioni della Mongolia centrale, immaginando quindi che sia avvenuta una pluri-secolare migrazione a bordo di piroghe attraverso lo stretto di Bering.

In copertina di Most troviamo gli emigranti di inizio secolo: due straniti bambini italiani ricordano come il Novecento sia stato fin dall’inizio il "secolo delle migrazioni", come quella italiana dall’Istria o lo scambio di popolazione su base religiosa tra Bulgaria e Turchia. Più di un milione e mezzo di italiani emigrò per cercare fortuna, ricevendo solitamente la stessa ostilità che i loro nipoti riservano ai profughi di oggi.

Non si affitta a "migranti economici"

Recentemente Al Jazeera ha proposto di chiamare tutti indistintamente "rifugiati"; Internazionale invece propende per "viaggiatori"; i media nostrani si barricano su un generico "profughi", accontentandosi di sapere – e far sapere – che chi arriva a bussare al ponte levatoio, ma sigillato, della "Fortezza Europa" sta scappando da qualcosa.

Tuttavia a contare davvero sono le definizioni giuridiche, non quelle mediatiche. E a questo livello si incappa in una schizofrenia terminologica che configura status non sempre sovrapponibili. Ad esempio, mentre l’UNHCR, agenzia ONU per i rifugiati, distingue tra "rifugiati" e "migranti", per l'Unione europea i "migranti" si dividono in "migranti economici" e "migranti forzati", dove si differenzia tra "sfollati" (se fuggono da catastrofi naturali) e "rifugiati" (se sono perseguitati nel loro Paese).

L’emergenza eterna

Il nostro paese rifulge, tristemente, di creatività. La definizione di "clandestino" – inserita nel 2008 in un’integrazione della legge Bossi-Fini del 2002, poi parzialmente smontata dai giudici – non sottrae solo una una parola preziosa dal vocabolario degli amori "clandestini", appunto; configura un vulnus giuridico di impatto devastante. Sei punito per quello che sei, non per quello che fai. Nel legare il permesso di soggiorno al contratto di lavoro, questo impianto legislativo ha contribuito a creare irregolarità, impedendo un’immigrazione regolare, legale e sicura.

Sullo sfondo, uno scenario ossimorico in cui un processo ventennale si cristallizza in una eterna emergenza. Il fenomeno migratorio è stato gestito senza nessuna progettualità: indicativo, in questo senso, come sia stata la Protezione civile, l'ente preposto a intervenire nei casi di catastrofe naturale, l’ente incaricato di gestire l’accoglienza dei migranti. Un Paese come l'Italia, dove costituzionalmente basterebbe la semplice "impossibilità di godere delle libertà democratiche nel proprio paese" per ricevere lo status di rifugiato, risponde al fenomeno migratorio con una florilegio di provvedimenti umilianti per la persona e forieri di insicurezza per la società, come la reclusione nei CARA (centri di accoglienza per richiedenti asilo).

La solitudine dei numeri non detti

1,5 milioni in Turchia su una popolazione di 80 milioni. 1,8 in Libano (su 4 milioni). 2,5 in Giordania (su 6 milioni). Ampliare lo sguardo a livello internazionale fa bruciare gli occhi: l’Europa e la sua popolazione di 600 milioni di abitanti si dimostrano incapaci di gestire 600 mila persone (solo lo 0,2% dei siriani in fuga ha richiesto asilo in Europa). Milioni di euro spesi in barriere, una volta solo metaforiche (come l'agenzia Frontex), ed ora anche reali (come quella edificata dall’Ungheria al confine serbo) e sintomo della non-cooperazione con i Paesi vicini. A Ventimiglia le persone si erano arroccate sugli scogli per non farsi prendere le impronte digitali in Italia come prevedrebbe il trattato di Dublino, perché equivarrebbe a condannarsi ad un periodo di limbo, in attesa dello status di rifugiato. Per cosa? Per vivere legalmente in un Paese in cui non vogliono vivere: la meta finale è spesso nel nord Europa, dove hanno parenti e migliori prospettive. Rifiutano una "cattività" che non hanno meritato.

Piccoli brividi

Poliziotti cechi che identificano i migranti con i numeri sul braccio, treni ungheresi diretti al confine austriaco che deviano e approdano in un campo fuori Budapest, albergatori puniti perché ospitano profughi. La sensazione generale è che stia tornando qualcosa che si credeva sepolto. E sta tornando in forma perfettamente monitorata, manifesta, moderna. In forma legale, come nella migliore tradizione della culla dei diritti umani.

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Questo è il primo appuntamento di "Discorsi da Bar", la naturale liasion tra il circolo Polski Kot ed East Journal. Il prossimo evento è in calendario per sabato 26 settembre alle 19: "Macedonia. L'inganno di Kumanovo".