Strasbourg

Divieto al NPD : un esempio di democrazia ?

Articolo pubblicato il 19 giugno 2008
Articolo pubblicato il 19 giugno 2008

"I partiti, che tentano attraverso i loro obiettivi o l’atteggiamento dei loro membri di alterare o addirittura cancellare l’ordine democratico liberale o ancora ad attentare all’esistenza della Repubblica federale Tedesca, sono anticostituzionali."

Il Consiglio costituzionale decide sulla questione di incostituzionalità“. (Legge fondamentale, Art. 21, capoverso 2-21.2 GG).

Si chiamano Vlaams Block, Front National, NPD… e fanno parte della schiera di partiti che sfidano le democrazie occidentali. In un contesto di evidente aumento degli estremismi politici in Europa, il partito nazional-democratico (NPD – National demokratische Partei) ha scatenato il dibattito sulla democrazia in Germania : bisogna autorizzare o vietare l’esistenza di tali gruppi politici ? Dove si trova la soluzione ? I segni del passato sono ancora molto presenti quando si parla di problematiche legate all‘accettazione o meno del paesaggio politico democratico, rappresentativo della totalità dei pensieri. Paragoni con ciò che accade altrove in Europa sembrano necessari per capire ed analizzare una tendenza più o meno generale, una questione probabilmente trascurata ultimamente. Non va ad ogni modo dimenticata la specificità del caso tedesco : la Germania si mostra esitante tra la volontà di essere un „modello“ democratico ed il peso del passato che la rende particolarmente vulnerabile faccia a faccia con le altre nazioni.

Torniamo ad un dibattito che scandisce la vita politica tedesca dagli anni 90 : quello nato attorno alla costruzione di tale polemica e l’assenza di un suo chiaro impatto sulla politica.

DEU NPD PARTEITAGA metà 2006, il NPD entrò in Parlamento del Land di Schwerin (Mecklemburgo- Pomerania occidentale e in quattro parlamenti di quartieri di Berlino). Un risultato elettorale che rilanciò poi una polemica politico-giuridica a volte scottante, altre volte latente in Germania, riguardante il divieto della Corte Costituzionale sull’esistenza del partito di estrema destra creato nel 1964. E’solo verso la fine del 2007 che, dopo un nuovo incidente xenofobo, il segretario generale del SPD (partito soziale-democratico), Kurt Beck, decide in modo definitivo l’iscrizione della questione di tale procedura giuridica nel calendario politico e mediatico tedesco.

Dagli anni 90, il NPD si è radicalizzato, sia nel contenuto dei pensieri (le referenze al nazional-socialismo sono sempre più visibili) che nella sua composizione. Non c’è dubbio oggi, che il partito nazional-democratico tedesco rappresenti il crogiolo del palcoscenico neo-nazista e skinhead. Non le è permesso, ad ogni modo di agire in regime di totale impunità, vista la sorveglianza imposta dagli informatori infiltrati dell’ufficiale federale e degli uffici regionali per la protezione costituzionale, i cosiddetti„V-Männer“.

Sono appunto le azioni dei sopraccitati „V-Männer“ ad aver determinato il fallimento, nel 2003, del loro primo tentativo nel governo e nel parlamento tedeschi.

Ostacoli costituzionali : una questione tecnica

Traendo supporto dall’articolo 21, capoverso 2 della legge fondamentale tedesca, il governo ed il parlamento tedeschi proponevano nel 2001 una mozione di incostituzionalità e di divieto del NPD. La Corte Costituzionale, unica istituzione abilitata a pronunciarsi su quest’argomento, aveva rifiutato la procedura nel 2003 perché incerta sulla rilevanza delle valutazioni degli informatori (i V-Männer) e delle loro attività nel NPD.

Non si trattò, per, della prima volta in cui una procedura di divieto venisse proposta per un partito politico. Dalla sua creazione, la Repubblica federale ha assistito a già due proposte di divieto, entrambe accettate : una nel 1953 contro il partito neo-nazista „Sozialistische Reichspartei“ (successore ufficiale del NSDAP – partito nazista del terzo Reich) e una seconda nel 1956, contro il partito comunista tedesco (KPD). Ciò sostiene la tesi secondo la quale il fallimento del 2003 è stato causato più da vizi di forma che di fondo.

Kurt Beck, strenuo promotore del rilancio di una procedura di divieto, insieme ai suoi sostenitori, affronta oggi la questione del fallimento del precedente tentativo : „Esiste davvero del materiale’pulito’contro il NPD ? “ (ovvero del materiale non proveniente dagli informatori, considerati non attendibili, Auch die SPD lieferte nichts, FAZ am Sonntag, 6.4. 2008). Il ministro dell’interno, Wolfgang Schäuble (CDU) notava che „è necessario disporre di prove che non siano inquinate da informazioni provenienti dai V-Männer. “Ho paura che tale materiale non sia disponibile in quantità rilevante”. Klaus Wowereit (SPD) dichiarava, d’altra parte, che „i ministri dell’Interno, federale e regionale, dovranno giustificare il divieto con grande attenzione per evitare un nuovo rifiuto da parte della Corte costituzionale. Non possiamo lasciare che il NPD vinca ancora una volta“.

Il ruolo degli informatori al servizio della protezione costituzionale dipende dunque da una scelta decisiva : ritirare gli osservatori infiltrati per garantire un materiale d’accusa incensurabile oppure garantire il controllo del NPD mantenendo l’attuale organizzazione ?

Negare il problema piuttosto che risolverlo ?

Questa è la domanda fondamentale che si pongono i protagonisti del dibattito in corso : quali problemi possono essere generati da un tale divieto se non opportunamente accompagnato da progetti di educazione civica e sensibilizzazione politica ?

Oltre la questione giuridica e costituzionale che pone un divieto e la procedura che ne deriva, la sorte del NPD scaturisce in un dibattito attualmente molto politicizzato. Le iniziative della società civile si moltiplicano grazie a diversi mezzi di comunicazione, internet in primis (Mut gegen Rechte Gewalt o NPD Verbot jetzt) nonché attraverso contro-manifestazioni in concomitanza degli incontri pubblici dell’estrema-destra.

Ciò che caratterizza il dibattito tedesco è senza dubbio la polarizzazione politica riguardo la questione della natura della democrazia. Mentre la posizione francese riguardo l’esistenza del Front National provoca prevalentemente reazioni individualizzate, in Germania si assiste al costante schieramento partitico di maggioranza ed opposizione, social-democratici (SPD) e democrazia cristiana (CDU – CSU) – anche svincolate dalla specificità dei partiti. Il governo si è dimostrato scettico per il rilancio di una tale procedura di divieto : del resto, è la posizione sostenuta dalla grande maggioranza degli eletti del CDU-CSU, che fa riferimento soprattutto alla questione controversa degli informatori infiltrati ed ai rischi che rappresenterebbe il loro ritiro ai fini dell’osservazione del NPD. La maggioranza del SPD vorrebbe concretizzare una nuova procedura per far tacere il discorso di propaganda del NPD e rispondere alle esigenze democratiche del sistema dei partiti della Repubblica federale tedesca. I Verdi (Bündnis90/die Grünen) e il partito comunista (PDS) preferiscono la sensibilizzazione e la battaglia politica alla lotta giuridica.

Gli argomenti avanzati da gli uni o dagli altri sono numerosi : finanziamento del partito con il danaro pubblico, riforma legislativa per il divieto di partiti politici, sostegno all’azione preventiva e a nuovi progetti di sensibilizzazione o ancora controllo del moto in seno a un partito piuttosto che suo frazionamento in piccoli gruppi „clandestini“ incontrollabili.

Si intravede senza dubbio la logica elettorale dietro a quella dichiarata dei valori democratici. Il CDU/CSU vorrebbe offrire un’alternativa misurata all’elettorato dell’estrema destra con un’integrazione dei suoi membri proprio nel partito cristiano-democratico : una strategia rischiosa e ambigua, che ha però il merito di includere i membri del NPD in un quadro democratico. D’altronde osservando alcuni altri tentativi politici recenti, anche in altri contesti europei, si può trarre la conclusione che questa sia una tendenza strategica generalizzata e non esclusiva della destra tedesca. Dal suo canto, la SPD risponde senza dubbio ad un’opinione pubblica piuttosto favorevole al divieto costituzionale del NPD : un sondaggio pubblicato nel 2006 dall’istituto Emnid indicava che il 66 % dei cittadini tedeschi era a favore del divieto del NPD, contro un 23 % opposto.

L’iscrizione del caso tedesco in un panorama più esteso, su scala europea, mostra un’evidenza : la polemica non è unica, tantomeno lo è la situazione. Gli ostacoli incontrati a livello nazionale durante la costruzione delle nostre democrazie servono da insegnamento : l’oggettività dovrebbe rappresentare la via per la ricerca di una soluzione comune. Che sia l’Unione Europea, il Consiglio d’Europa o la Corte europea dei Diritti Umani, l’Europa ha progredito lungo un cammino evolutivo incoraggiante. La questione a questo punto è se siano o meno all’altezza di fronteggiare sfide delicate come quella della questione democratica.

Aspettando l’Europa…

La proposta di Kurt Beck di rilanciare una procedura di divieto del NPD nel 2006 ha avuto una ampia risonanza a livello europeo. Franco Frattini, all’epoca commissario europeo per giustizia, libertà e sicurezza e vice-presidente della Commissione europea, si era mostrato favorevole a quest’azione di opposizione all’estrema destra tedesca. Secondo lui, la Germania sarebbe, con la Francia, il Belgio, il Danimarca e l’Italia, uno dei cinque Paesi ad avere più problemi con la gestione dell’estrema destra. Qualificando l’estrema destra ed il partito neo-nazista come „tumore canceroso“, che rappresenta una „vera minaccia“ per la democrazia, Franco Frattini ha dichiarato che „dobbiamo migliorarci nella lotta contro il razzismo e la xenofobia, sia nella prevenzione che nella reazione“.

Quali ripercussioni e concretizzazioni di questa presa di posizione ne risultano oggi che Frattini stesso dovrebbe far fronte ai sollevamenti xenofobi contro i Rom nel suo Paese ?

Una prima risposta è stata data sotto la presidenza tedesca del Consiglio europeo nel 2007 : “l’Europa è decisa a difendere in maniera decisiva i suoi valori comuni ed a punire con determinazione coloro che attentano all’integrità di questi valori, devalorizzando la dignità dell’uomo. Nel futuro, ci sarà, su scala europea, un minimo obbligatorio di armonizzazione nei dispositivi relativi all’incriminazione nella diffusione di espressioni razziste e xenofobe. L’incitazione pubblica all’odio o alla negazione o la banalizzazione di delitti di genocidio con finalità razziste o xenofobe saranno incriminati dappertutto in Europa. Diamo, in questo modo, un segnale chiaro contro il razzismo e l’intolleranza”, sottolineava Brigitte Zypries, presidente del Consiglio dell’UE dei ministri della giustizia. Ma le disposizioni della decisione-quadro emanate dalla presidenza tedesca non sono direttamente applicabili : devono essere trasposte in diritto nazionale dagli Stati membri e lasciano quindi „la possibilità di manovra necessaria per mantenere le tradizioni costituzionali ben stabilizzate“. Si tratta quindi di una lunga strada da percorrere, a scapito dell’emergenza della situazione attuale. La decisione-quadro dovrà prossimamente attraversare i meandri legislativi dell’Unione Europea prima di poter determinare un’armonizzazione europea concreta.

Prendiamo ora in considerazione i casi del Consiglio d’Europa e della Corte europea dei Diritti Umani. La Corte era stata deferita dai membri del KPD quando era stato giudicato anticostituzionale nel 1956. Il partito comunista tedesco aveva fatto appello alla Commissione europea dei Diritti Umani (istituzione mediatrice del Consiglio di Europa per le querele sporte all’indirizzo della Corte europea dei Diritti Umani) in nome della Convenzione europea dei Diritti Umani. Dichiarato irricevibile, il ricorso dichiarava : „nessuna delle disposizioni della presente Convenzione può essere interpretata come implicando per uno Stato, un raggruppamento o un individuo, un diritto qualsiasi di dedicarsi ad un’attività o di compiere un atto aspirando alla distruzione dei diritti o libertà riconosciuti nella presente Convenzione o a delle limitazioni più ampie di questi diritti e libertà di quelle previste nella suddetta Convenzione“. Da questa prima decisione presa in favore dello Stato tedesco, la Corte europea dei Diritti Umani è stata chiamata a pronunciarsi sul caso del Refah Partisi, partito turco minacciato di dissoluzione dalla Corte di cassazione turca. La decisione finale lascia trasparire un’interpretazione „tollerante“ e „totale“ della Democrazia : „un partito politico di cui i responsabili incitano a ricorrere alla violenza, e/o propongono un progetto politico che non rispetta una o più regole della democrazia o che mira la distruzione di questa e l’ignoranza dei diritti e libertà che riconosce, non può prevalersi della protezione della Convenzione contro le sanzioni inflitte per questi motivi“ (arresto nella faccenda Refah Partisi, Erbakan, Kazan e Tekdal c. Turchia, 21.7. 2001). L’andatura del Consiglio d’Europa è d’altro canto identica (restrizioni riguardanti i partiti politici negli Stati membri del Consiglio d’Europa e proposizioni formulate dalla Commissione di Venezia), affermando che la “restrizione o la dissoluzione di partiti politici si giustifica solo nei casi in cui il partito usi la violenza o minacci la pace civile e l’ordine costituzionale democratico del Paese“.

Il NPD, con a capo Ugo Voigt, da prova di grande arguzie : destreggiandosi nella legittimità garantita dalla legge fondamentale tedesca e nella sentenza della Corte europea dei Diritti Umani, è riuscito fino ad ora a muoversi nei limiti della legalità e della costituzionalità.

Le conclusioni della Corte europea dei Diritti Umani e del Consiglio d’Europa sembrano forse lassiste e sono espresse in modo da non sconfinare sul terreno delle legislazioni e giurisdizioni nazionali. Ma in fin dei conti, non mostrando la fermezza necessaria a garantire il funzionamento di un determinato modello di Democrazia, di cosa saranno mai garanti ?

Se rimpiangere la mancanza di armonizzazione su scala Europea è naturale, lo dovrebbe essere anche l’impossibilità di prendere decisioni vincolanti da parte del Consiglio d’Europa e della Corte europea dei Diritti Umani. La constatazione del presunto fallimento del divieto del NPD in Germania, condizionato da un dossier di accusa „troppo poco“ convincente, è senza dubbio legata all’esagerata „politicizzazione“ del dibattito (il 31 marzo scorso, il deposito del materiale di accusa si chiudeva mentre il SPD stesso aveva avuto difficoltà a raccogliere delle prove „pulite“). Ma alla fine, possiamo lamentarcene ? Gli ostacoli giuridici al divieto del NPD, come pure le conclusioni del Consiglio d’Europa e della Corte europea dei Diritti Umani, ci indicano che sarebbe forse preferibile in Germania, ma anche nel resto d’Europa, di orientare la sanzione contro i rappresentanti piuttosto che contro i partiti. E’in effetti possibile rendere ineleggibile qualsiasi persona condannata per aver proferito delle parole razziste o xenofobe : un divieto di rappresentazione politica che può escludere, anche per lunghi periodi, dal campo politico e mediatico. Fino ad ora, pochi Stati europei hanno legiferato sui divieti ai partiti politici. E non a caso : l’immagine „democratica“ ed il valore della Democrazia intervengono in queste situazioni. E non c’è una più meschina democrazia di quella che non garantisce il pluralismo politico emanante dalla volontà dei cittadini.

La lotta esclusivamente politica e civica contro l’NPD non sarebbe quindi il migliore modo, per una giovane democrazia, di farsi valere ?

(Foto  : AP)

Scritto da Lena Morel il 30 maggio 2008 

Tradotto da Véronique Strobel e Roberta Pinna