società

Youth Media Days a Napoli: precari di oggi, giornalisti di domani

Articolo pubblicato il 03 ottobre 2012
Articolo pubblicato il 03 ottobre 2012
Per una volta, un Festival dedicato al giornalismo ha affrontato il tema della precarietà. E lo ha fatto a Napoli, dove più del 60% dei giornalisti è precario. Una condizione lavorativa che non dipende solo dalla (insufficiente) retribuzione. La precarietà che i giovani cronisti vivono nel Sud Italia è quella delle tre E: emotiva, esistenziale ed economica. Storie da dietro le quinte.

Il 23 settembre 2012 soffiava un vento leggero nella calura di Napoli: era, quello, l’anniversario numero 27 della morte di Giancarlo Siani. Il primo giornalista ucciso dalla camorra.

Nello stesso weekend, al Palazzo delle Arti di Napoli, sotto la direzione di Simone D’Antonio, presidente di Youth Press Italia, abbiamo toccato con mano la situazione del giornalismo nel Sud Italia. Davanti a un pubblico misto di ragazzi e ragazze, dall’età adolescenziale a quella dove si dovrebbe essere giornalisti professionisti, si sono alternate storie di “giornalismi coraggiosi” (Lirio Abbate, Pino Scaccia, i ragazzi di Radio Siani), giornalismi universitari, digitali e “abroad” (tra cui cafebabel).

Il prezzo della precarietà

Quando ti ritrovi dalla parte del pubblico, ascolti e ti interroghi sulle ragioni di tanto vociferare sul precariato e la dignità del cronista. Arriva la prima pausa, ti alzi dalla sedia, ti metti a vagare da un piano all’altro per ingannare il tempo, e viene naturale parlare con i tuoi vicini di posto. Basta qualche domanda, e scopri che questo è un giornalismo di prima linea, dove la precarietà non vuol dire soltanto “5 euro ad articolo, senza contratto di assunzione”. 

Quando non è la cronaca nera, ci sono i politici che ti squadrano e ti dicono: ‘basta con questi virgolettati'"

Dopo la pubblicazione di un articolo sulla camorra, due uomini mi hanno strattonata violentemente in mezzo a una strada”, racconta una ragazza dello staff, alta sì e no un metro e sessanta. “Quando non è la cronaca nera, ci sono i politici che ti squadrano e ti dicono ‘basta con questi virgolettati’”, continua. “L’articolo è uscito lo stesso. Ma il giorno dopo ho smesso di scrivere. Per 5 euro a pezzo, non ce la facevo più”. Frasi riportate velocemente, storie che passano dietro le quinte del Festival e confermano quanto viene detto sul palco da reporter più noti.

Questa ragazza, vittima di un’aggressione, per il momento ha smesso di scrivere. E come darle torto? Ma l’articolo per cui l’hanno aggredita, è uscito lo stesso. Lei ha vinto. Gli editori, i politici, tutta la società che non è in grado di tutelare (economicamente, socialmente) i suoi servitori dell’informazione, hanno perso.

La multa alla giornalista

Il giornale per cui scrivevo vuole farmi pagare il 70% di una condanna di risarcimento, vale a dire 52.000 euro”. A parlare è Amalia De Simone, collaboratrice precaria del quotidiano Il Mattino. La somma corrisponde alla multa inflitta dal giudice in seguito alla pubblicazione di un articolo nel gennaio 2007. L’articolo in questione recava la notizia che il boss Luigi Vollaro sarebbe rientrato in possesso di una villa sequestrata, che “per errore” non era stata confiscata nei tempi previsti dalla legge. La notizia, passata ai cronisti da un avvocato e rilanciata da altri giornali, si rivelò infondata. Amalia fece di tutto per pubblicare la rettifica. Ma, da collaboratrice esterna, non poteva far nulla di fronte ai ritardi e ai silenzi della redazione. Che aveva pubblicato un titolo del tutto discordante dal contenuto. La rettifica fu pubblicata dal Mattino solo 3 settimane dopo, e in una posizione del tutto incongrua. Da qui, la multa al quotidiano del gruppo Caltagirone Editore, che ora cerca di scaricarla sulla giornalista.

"Amalia è tra le prime giornaliste a essere citata in giudizio da un grande quotidiano"

La multa, ai sensi di legge, è comminata a editore, direttore e giornalista. L’uso comune vuole che a pagare sia l’editore, che si assume il rischio d’impresa. Nel momento in cui i collaboratori dovessero pagare per ogni processo intentato da chi si ritiene “oltraggiato”, il diritto alla libera informazione sarebbe seriamente compromesso.

Amalia è tra le poche collaboratrici precarie a essere citata in giudizio dal suo stesso giornale. E non è una novellina: finalista al premio Ilaria Alpi, ha vinto due volte il “Cronista dell’anno”, ed è stata ricevuta  dal presidente Napolitano. La vicenda non l’ha demoralizzata: assieme ai ragazzi di Radio Siani, non ha abbandonato il giornalismo.

In diretta dalla casa sequestrata

Radio Siani è nata nel 2008-2009, quando un gruppo di dieci giovani di Ercolano ha ricevuto dal comune un appartamento confiscato al boss Giovanni Birra, durante l’operazione “Reset”. Da allora il gruppo si è ingrandito, fino a 40 membri, e ha lanciato una web radio intitolata a Giancarlo Siani. 

Avevamo sempre vissuto ad Ercolano come in dormitorio. Negli anni ’90 era una delle piazze internazionali della droga. Non c’era nulla, neanche un centro giovanile”, racconta Giuseppe Scognamiglio. Dall’appartamento del boss ora i ragazzi raccontano tutto il giorno la loro Campania, le storie dentro cui sono immersi, fino a diventare il punto di riferimento di una nuova generazione di giovani. “Legalità, diritti, anticamorra, sono i nostri temi principali. Cerchiamo di esprimerci attraverso programmi di tutti i tipi, anche d’intrattenimento. La musica e l’arte ci permettono di strappare il bavaglio dell’informazione”. 

"La musica e l’arte ci permettono di strappare il bavaglio dell’informazione"

Quasi dispiace partire, alla fine del Festival, e non poter dare un aiuto più concreto. Alla frontiera dell’informazione, dove la cronaca nera e le inchieste giudiziarie fanno cadere più di una testa importante, questi giovani si ritrovano abbandonati a sé stessi, senza una struttura editoriale alle spalle in grado di appoggiarli. La loro unica speranza è lo sviluppo rapido di Internet: ai ragazzi che hanno presentato i loro giornali universitari, si può solo consigliare di rimanere uniti e non lasciare la presa. Quello che ora vale poco, tra qualche anno potrebbe diventare il primo strumento di informazione.

Quello che stanno facendo adesso, tra qualche anno potrebbe essere l’inizio del loro riscatto, e la fine di chi non ha sentito che il vento cambiava direzione.

Potete sottoscrivere la petizione "Io sto con Amalia" inviando una mail a iostoconamalia@yahoo.it. Il testo integrale della petizione è disponibile sul sito di Riforma Giornalisti.

Questo articolo è disponibile in forma integrale sul blog di cafebabel L'Europeo Napoletano.

Foto di (cc) Ahmad Hammoud/flickr. Video di NapoliUrbanBlog/youtube.