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Vivo o morto: l’inferno di un militante LGBTQ in Ungheria

Articolo pubblicato il 10 agosto 2015
Articolo pubblicato il 10 agosto 2015

La settimana dell'orgoglio LGBTQ è terminata a Budapest con un Gay pride storico: 20 mila militanti e simpatizzanti si sono riuniti per sfilare nelle strade della Capitale ungherese. Se per la maggior parte dei manifestanti le conseguenze di quest'impegno sono minime o inesistenti, non è così per tutti. Purtroppo.

Il ventesimo Gay pride di Budapest si è svolto il mese scorso mese senza particolari intoppi, ma scortato da un severo cordone di Polizia. Era l'11 luglio e i simpatizzanti della causa LGBTQ, a cause delle barriere e dell'apparato di sicurezza, non sono riusciti ad unirsi al corteo del Gay pride mentre era già in marcia. Chiunque fosse giunto in ritardo sul luogo di partenza della manifestazione, infatti, è rimasto indietro, di fronte a transenne e cancellate chiuse ermeticamente. I manifestanti giunti in orario, invece, hanno dovuto affrontare una perquisizione simile a quella in aeroporto per verificare che né alcool, né gas lacrimogeni o altro materiale potenzialmente pericoloso fossero portati all'interno. 

Un tale dispiegamento di forze lascia perplessi e pone degli interrogativi circa le intenzioni del governo del Primo ministro ungherese Viktor Orbán, non certo noto per la sua grande sensibilità in tema di diritti delle minoranze. Difficile dire se il suo più grande desiderio fosse quello di proteggere la folla dai potenziali attacchi o quello di impedire ai militanti di sparpagliarsi in città. Qualunque sia la risposta, non si vuole mettere in discussione la necessità di misure di sicurezza per i manifestanti stessi, altrimenti alla mercé di simpatizzanti di estrema destra dall'atteggiamento piuttosto minaccioso, giusto al di là delle barriere.

 

"I succhiacazzi dal cuore nazionalista"

Andrea Giuliano, attivista italiano LGBTQ residente in Ungheria da 8 anni, parla perfettamente ungherese e può raccontarci cosa (purtroppo) ha vissuto. Militante convinto, Andrea partecipa al Gay pride da 5 anni e conserva un ricordo particolarmente vivace della manifestazione del 2014, alla quale si era travestito da prete e aveva deciso di sventolare una bandierina che storpiava il logo di un'associazione motociclistica di estrema destra, i Nemzeti Érzelmű Motorosok (I motociclisti dal cuore nazionalista, n.d.t.). Sullo sfondo c'era sempre la Grande Ungheria (che richiama i confini del Paese precedenti al trattato del Trianon del 1920, e costituisce un forte simbolo nazionalista), ma in primo piano, al posto del piccolo motociclista stilizzato, vi era raffigurato un pene in erezione con la frase: "I succhiacazzi dal cuore nazionalista". L’intenzione di Andrea, secondo quanto riportato da lui stesso, non era prendere in giro quell'associazione in particolare, ma «l'insieme dell'estrema destra, composto da bigotti di tutte le chiese». 

Non c'è stato bisogno di altro perché l'immagine attirasse l'attenzione di due media ungheresi, Deres TV et Kuruc Info, noti per il loro orientamento nazionalista. Gli editori di Kuruc Info hanno registrato il proprio sito negli Stati Uniti per approfittare del Primo emendamento della Costituzione americana e diffondere i loro messaggi di odio verso i rom, gli ebrei o le persone LGBTQ.

Un giorno Andrea si è accorto che degli sconosciuti lo stavano seguendo per strada, fin sotto casa sua. Un articolo è poi apparso su Deres TV, dove erano pubblicate tutte le informazioni disponibili online a suo riguardo: il suo cognome, la sua nazionalità, il suo profilo Facebook, così come il suo indirizzo e le foto della via e del luogo di lavoro. L'associazione nazionalista dei motociclisti ha così scoperto che qualcuno si era preso gioco del loro simbolo: due giorni dopo, una "taglia" pendeva sopra la testa del militante italiano, pubblicata sulla pagina Facebook dell'associazione. Il post è rimasto online per una settimana prima di essere cancellato, ma è stato sufficiente per dare l'avvio a una campagna denigratoria e di mobbing di vaste proporzioni.

 

Dalla sua metamorfosi al sostegno di Beppe Grillo

Sono iniziate le intimidazioni e le minacce contro Andrea Giuliano, in rete e fuori dalla rete. Ha dovuto traslocare all'improvviso, ed è stato solo il primo di una lunga serie di trasferimenti. Anche la reception della sua azienda è stata minacciata, affinché i piani alti fossero spinti a licenziarlo: Andrea ha finito per dare le dimissioni a marzo 2015, quando è iniziata anche la campagna mediatica. È stato sotto il palazzo dove lavorava che ha incontrato Gyula Zagyva, un ex deputato di Jobbik, espulso dal partito di estrema destra ungherese: era venuto «a trovare il deviato», per filmarlo e postare il video di questo «incontro» su You Tube.

Andrea si è rasato la barba, ha dovuto cambiare modo di vestirsi e sbarazzarsi dei suoi piercing per passare il più possibile inosservato. Ogni giorno riceve una decina di messaggi d'odio che lo minacciano (tra le altre cose) di morte, castrazione, stupro: dai messaggi traspare «molta immaginazione riguardo le fantasie erotiche omosessuali,» rivela la vittima con una punta d'ironia.

Di fronte a un simile episodio, l’Unione ungherese per le libertà civili (TASZ) ha deciso di reagire e ha offerto assistenza giuridica ad Andrea per tentare di stroncare il fenomeno. Hanno coinvolto la Polizia del sedicesimo dipartimento di Budapest e sporto una formale denuncia. Denuncia che non ha avuto alcun esito, al punto che Andrea ha dovuto ripresentarla, trovandosi costretto a raccontare tutto una seconda volta. Ciò che era stato visto inizialmente come "semplice" negligenza da parte delle Forze dell'ordine, si è palesato per quello che era realmente: disinteresse totale. Andrea ha sentito personalmente un collega del poliziotto che redigeva il verbale chiamarlo «frocio» mentre gli passava accanto: l'indagine è stata chiusa d'ufficio poco tempo dopo.

Dalma Dojcsák, membro di TASZ, sostiene che questa reazione «è purtroppo sintomatica della maniera in cui le autorità considerano le minoranze in Ungheria e dell'attenzione che è loro concessa». In seguito, con l'aiuto di TASZ, Andrea ha deciso di battersi contro questa inerzia amministrativa riportando i fatti al Procuratore generale, che ha espresso la necessità  di approfondire il caso più seriamente e ha obbligato il Commissariato a riaprire la indagini.

Dall'inizio delle molestie, il cittadino italiano residente in Ungheria tenta di sensibilizzare l'opininone pubblica. Il mondo mediatico si scuote davvero solo quando il sito inglese della TV araba Al Jazeera riporta le sue disavventure. È dunque in Italia che il suo caso troverà l'eco maggiore, La Stampa lo incontra e s'indigna per la sua situazione. La sua storia si diffonde, Andrea riceve il sostegno ufficiale del Partito Democratico e del Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo. La vicenda arriva fino al Parlamento europeo, dove il suo caso sarà menzionato due volte durante la discussione sulla situazione politica ungherese. Messaggi di sostegno diretto giungono da tutt'Europa.

«Mi sono molto commosso per tutto il sostegno che è mi arrivato in seguito alla mediatizzazione del mio caso, mi è stato molto d'aiuto. Ma è soprattutto grazie ai miei amici che riesco a farcela, grazie al loro sostegno morale e pratico, senza di loro non so cosa avrei fatto… », dice Andrea Giuliano sospirando. Fin dall'inizio di questa storia ha traslocato tre volte, senza contare le innumerevoli sistemazioni temporanee.

"Troppa confusione in questa storia"

Ha ragione, Andrea: in questa storia i suoi alleati "naturali" sono mancati all'appello. I partiti della sinistra ungherese sono rimasti, fino a prova contraria, completamente muti a proposito dell'argomento. Tuttavia Dalma Dojcsák precisa che con il clima politico di questi ultimi anni, poco propenso ad aperture verso una maggiore eguaglianza, solo il fatto di mostrare sostegno verso la causa LGBTQ non assicura molta popolarità agli uomini politici. Nel 2015, l'avvicinarsi del Pride ha dato il via libera all'uso del termine "omofobo" in certi ambienti politici, specialmente tra i deputati Fidesz (partito conservatore al Governo, n.d.r.) o di Jobbik.

Paradossalmente, è la reazione della comunità LGBTQ ungherese che è stata per Andrea la più dura da digerire. Alcuni compagni l'hanno accusato di aver annientato vent'anni di sforzi in due ore di manifestazione, sono coloro che più di ogni altra cosa non vogliono passare per una minoranza provocatrice. «Se solo con un costume ho veramente cancellato tutte le loro vittorie di questi ultimi vent'anni, allora o sono io ad essere molto bravo o sono loro ad essere molto scarsi... e nessuna delle due opzioni è soddisfacente», afferma il ragazzo italiano, amaramente. «Secondo loro ho sbagliato ad insultare la religione e la politica, la loro comunità vuole guadagnarsi i diritti senza disturbare nessuno, soprattutto l'istituzione cattolica che, come è noto, non è troppo aperta nei nostri confronti... In fin dei conti hanno la stessa mentalità degli estremisti che mi perseguitano, confondono i gusti e la legge, non comprendono che la parodia è un diritto inalienabile in quanto non viene commesso alcun delitto. Mi sono preso gioco del logo di un'associazione, non di un simbolo nazionale. C'è troppa confusione in questa storia».

Dalma Dojcsák aggiunge: «Non avevo mai lavorato prima d'ora ad un caso come questo. Ho veramente sentito sulla mia pelle cosa significa trovarsi di fronte a qualcuno che ti odia e che tenta di tutto pur di farti del male». La donna è stata testimone del coraggio e dell'incredibile tenacia di Andrea che, malgrado tutto, continua a fare militante e non pensa di smetterla con la provocazione. Ne è testimonianza la sua partecipazione al Gay pride 2015, durante il quale si è nuovamente travestito per prendersi gioco di certi avvenimenti di rilievo della politica ungherese, come la decisione della Consulta nazionale in merito alla sorte dei migranti o, ancora, la corruzione dei politici.

Ad oggi nessuna novità è stata fornita dai protagonisti della storia, sia da parte dell'associazione dei motociclisti, che si dichiara ancora alla ricerca di colui che ha cominciato il tutto; sia dalla Polizia, teoricamente in fase di raccolta delle prove sugli autori delle molestie e del mobbing. TASZ, dal canto suo, si è messa in contatto con un'organizzazione dell'ONU che potenzialmente potrebbe interrogare l'Ungheria circa la sorte riservata ai difensori dei diritti umani entro i propri confini.

Intanto una notizia assai più spiacevole ci è giunta. Andrea Giuliano, che subisce minacce e molestie da oltre un anno, è stato picchiato a sangue nella notte del 19 luglio, per delle ragioni che restano (ancora e comunque) tutte da chiarire.