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Vivere da immigrati a Varsavia

Articolo pubblicato il 18 luglio 2012
Articolo pubblicato il 18 luglio 2012

“Fate come se foste a casa vostra” (Feel like at home). Questo il benvenuto (con un errore di troppo) su un cartello all’entrata della stazione centrale di Varsavia. Il paese che ha ospitato gli Europei 2012 ha accolto tifosi da tutta Europa. Prima di costoro, si è registrata una crescita significativa del numero di immigrati, per studio e per lavoro.

Che Varsavia stia diventando una vera città multiculturale?

José Villacampa lavora al ventunesimo piano di uno degli edifici più alti e moderni della città. Quando sei anni fa ha deciso di trasferirsi a Varsavia “per amore” di questa metropoli dell’est, lo hanno preso tutti per pazzo. Allora erano i polacchi a emigrare in Occidente in cerca di un lavoro. L’avvocato, specializzato in diritto d’impresa spagnolo e polacco, non si è pentito della sua decisione. Per i suoi clienti, perlopiù imprese edili spagnole, i mercati dell’Europa dell’est diventano sempre più interessanti.

La ragione risiede nella crisi economica spagnola. “In Spagna si costruiscono case di cui nessuno ha bisogno e aeroporti nei quali non atterrano aerei”, ci racconta José. “In Polonia, al contrario, c’è veramente bisogno di strade, autostrade e ferrovie”.

Dall’ingresso della Polonia nell’UE, nel 2004, non sono approdate qui solo aziende dalla Spagna, bensì da tutta Europa. Varsavia è considerata da allora la seconda città, dopo Londra, più attrattiva per le imprese. Gli investimenti sono aumentati, così come lo standard di vita e i salari. Il ceto medio, anch’esso in espansione, rappresenta il potenziale acquirente. L’immagine del paese, di conseguenza, cambia. Euro 2012 ha portato un altro valore al paese: “per gli spagnoli la Polonia è una piccola avventura. Pensano sia grigia, fredda e socialista. Ma non appena arrivano rimangono sorpresi dai centri commerciali, dalle catene di fast food e dai locali di divertimento”.

I palazzi sono coperti da cartelloni pubblicitari, che raccomandano questo o quel film, questa o quella automobile; i centri commerciali lanciano segnali luminosi sulla città; volantini coloratissimi vengono distribuiti ai passanti ad ogni angolo di strada; nei caffè ci si siede sotto ad ombrelloni pubblicitari. Varsavia è oggi una città variopinta, inondata di colori. Tuttavia, se si considera invece l’aspetto culturale, questa metropoli sembra tutt’altro che poliedrica. Gli amanti delle città multiculturali, in cui si osservano più religioni e si parlano più lingue, rimarranno delusi dal bassissimo numero di stranieri.

Bisogna integrarsi fino a diventare un perfetto polacco

Ciononostante José vive volentieri a Varsavia e parla perfettamente polacco. “Per avere successo bisogna diventare un perfetto polacco e adattarsi”, ci spiega ancora José. "I polacchi sono sostanzialmente diffidenti verso gli stranieri, ma già si avverte il cambiamento: molti hanno lavorato all’estero e tornano con nuove esperienze, apertura mentale e talvolta addirittura con partner stranieri”.

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Cinque, sei anni fa vedere uno straniero a Varsavia era considerato un evento”, racconta Piotr Bystrianin della Fundacja Ocalenie ("Fondazione salvezza”), che sostiene gli immigrati nei corsi di lingua e nella ricerca di lavoro. Con il 2% di stranieri, la Polonia è all’ultimo posto in Europa, “nonostante il loro numero sia in rapida crescita”, sostiene Piotr. Non vengono solo gli europei; la maggior parte arrivano dall’Europa dell’est: Ucraina, Bielorussia, Russia, Georgia. Persone che una volta si spostavano in Occidente, ora rimangono qui.

"Cinque, sei anni fa vedere uno straniero a Varsavia era considerato un evento"

In realtà, Olga avrebbe studiato volentieri nella sua patria, l’Ucraina, “ma per avere un posto all’università avrei dovuto pagare una tangente”, ci racconta senza mezzi termini. “E’ ingiusto”. Oggi studia Relazioni Internazionali presso l’Università di Varsavia. Con la lingua non è stato facile inizialmente, “ma molti professori e studenti erano già stati all’estero, e per questo motivo sapevano che per me era molto difficile”.

Il permesso di soggiorno, tuttavia, lo ha ottenuto per motivi di studio. Se non dovesse passare gli esami, perdendo così il diritto allo studio, avrebbe 45 giorni di tempo per lasciare il paese. Per il permesso di soggiorno deve certificare, una volta all’anno, che ha abbastanza risorse per permettersi un anno di università, vitto e alloggio. “Si tratta di una somma considerevole, e io non provengo da una famiglia ricca”, aggiunge Olga. In Ucraina è difficile trovare un lavoro ben pagato e legale. “Molti di noi sono donne delle pulizie, manovali o vanno a raccogliere le fragole. I polacchi ci ritengono più 'economici'”.

Per due anni non ha potuto fare ritorno a casa e il visto, del quale avevano bisogno i suoi genitori per andarla a trovare, sarebbe costato mezzo stipendio. Per questo motivo i suoi amici polacchi hanno dovuto scrivere una specie di invito: si sarebbero presi la responsabilità dell'ospite, in caso di problemi finanziari.

Olga, fortunatamente, ha trovato qualcuno che garantisse per lei.

Nonostante i confini orientali della Polonia siano regolati dal Trattato di Schengen, sono tutt'ora in vigore regole severe per chi cerca di entrare nel paese. Olga non tornerebbe indietro: a suo dire, “in Ucraina non c’è futuro”.

Retrò, conservativa e poco liberale

Prima che la Polonia si trasformi nella meta favorita degli emigranti, c'è ancora molta strada da fare”, ritiene Piotr. A Varsavia, dove le persone sono ricche e istruite, non ci sarebbero problemi. Ma fuori città, dove dilaga la disoccupazione, l’integrazione degli stranieri sarebbe molto difficile. Finora l’immigrazione non è stata mai un tema importante dei dibattiti politici e non fa ancora parte dei programmi dei partiti.

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Le organizzazioni come Fundacja Ocalenie sono sostenute ben poco: “passiamo da un progetto all’altro. E alla fine dell’anno non sappiamo quasi mai come andrà”. La Polonia si approfitta degli immigrati, pensa Piotr. A causa della forte emigrazione verso Occidente, in Polonia manca forza lavoro. Come in molti altri paesi membri dell’UE, la società sta invecchiando, “e qualcuno dovrà occuparsi degli anziani”. Questo paese è retrò, conservativo e poco liberale. “Solo se si aprirà a un pensiero nuovo, potrà mantenere il suo tasso di crescita”. Piotr spera che la Polonia impari dalle esperienze degli altri paesi, già meta di immigranti: “abbiamo la possibilità di rendere migliore la situazione, dal momento che l'immigrazione, quella vera, è appena iniziata”.

Grazie a Euro 2012 la Polonia ha avuto occasione di mettersi alla prova. La campagna “Fate come se foste a casa vostra” (Feel like at home) ha sollevato polemiche perché è sfuggito un errore: la frase corretta sarebbe “Feel at home”. Ma la gaffe sarà presto dimenticata dai tifosi, così come il cartello di benvenuto alla stazione lo sarà dai polacchi.

Questo articolo fa parte di Multikulti on the Ground 2011-2012, una serie di reportage sul multiculturalismo realizzati da cafebabel.com in Europa. Un ringraziamento speciale va a tutto il team di cafebabel Varsavia.

Foto di copertina di (cc)wszyscyjestesmygospodarzami.pl; stazione centrale di (cc)ewewlo/flickr; ragazza allo specchio: (cc)[Anna Peters]/flickr.