società

Vienna, quando la world music mette insieme curdi e siriani

Articolo pubblicato il 07 maggio 2012
Articolo pubblicato il 07 maggio 2012
Da un party Yezidi nel centro di Vienna al palcoscenico della world music per alcuni artisti di origine siriana (e non) residenti a Vienna: i modelli della world music della capitale austriaca non rispecchiano del tutto la società, quando si tratta di integrazione.

Giovani uomini curdi iracheni della comunità Yezidi a Vienna si tengono per mano mentre ballano in fila al suono di ciaramelle tradizionali e ritmi di batteria. Stanno celebrando la Pasqua che, per loro, segna anche l'inizio dell’anno nuovo. A vederli mangiare rilassati dolci turchi e bere vino rosso corposo, a nessuno verrebbe mai in mente di pensare che solo poco tempo fa la violenza, i conflitti religiosi, la fame e l'incertezza del futuro erano i loro compagni quotidiani. La fuga a Vienna ha cambiato tutto.

Che è pure l'inizio del nuovo anno.

Una minoranza perseguitata in patria

Noi organizziamo concerti e feste perché vogliamo far divertire i giovani, elevare i loro spiriti”, dice Dimosi Al Najar, 19 anni, che è arrivato nella capitale austriaca da Baghdad e ora è volontario per l'organizzazione “Mala Ezidia”, in parte finanziata dal governo del Kurdistan. Uno dei compiti principali di questa organizzazione è quello di fornire gli uffici austriaci per l'immigrazione le informazioni relative al credo religioso dei richiedenti asilo politico, ovvero capire se essi siano di fede Yeziden o meno. Gli Yezidi sono una minoranza religiosa pesantemente perseguitata nella loro patria, al punto che viene loro concesso spesso asilo politico. “Ascoltare suoni familiari è una terapia per i nuovi arrivati. Li aiuta a superare la nostalgia dei loro cari e la nostalgia di casa”, ci spiega Dimosi.

"E' come una festa di famiglia", afferma Asmat Omari, che suona il liuto. Lui è arrivato in Austria dalla Siria circa vent’anni fa e oggi viene invitato alla maggior parte delle celebrazioni delle comunità arabe, siriane e curde in Austria e nella vicina Ungheria. Non è una cosa abituale per gli Yezidi e i musulmani diventare amici – anzi, proprio il contrario - ma sembra che essere in esilio e apprezzare lo stesso artista possa portare a qualche cambio di atteggiamento. Ad esempio, dozzine di donne musulmane stanno, in questo momento, ascoltando Asmat nella sala, alcune addirittura si uniscono alla danza. “Certo, mi manca la mia casa”, ci dice Asmat dopo il concerto. “Cerco di non pensarci troppo. In Siria tutti i grandi artisti muoiono o sono costretti a vivere in povertà. Vienna è un luogo dove si può pensare al futuro”. Di questo è convinto Asmat, che suona abitualmente musica tradizionale orientale, ma ama anche sperimentarsi con i musicisti folk europei.

Il suono della “deportazione”

Tuttavia, non tutti gli immigrati possono godere della stessa libertà a Vienna. Ogni giorno una media di sette richiedenti asilo vengono “deportati” indietro, nei loro paesi d'origine. Solo pochissime (e casualmente!) delle loro storie personali diventano di dominio pubblico. La maggior parte degli immigrati in Austria proviene dalla Turchia e dai paesi dell'ex Jugoslavia, dal mondo arabo e dall’Africa. Nel 2006, quando il governo austriaco ebbe l’intenzione di rafforzare il controllo sull’immigrazione, alcuni musicisti di musica folk, oriundi austriaci ed immigrati, fecero un’azione politica congiunta dando vita alla “IG, associazione di world music”.

Gli obiettivi di questa associazione sono quelli di promuovere la consapevolezza e la tolleranza delle diverse culture nella società così come quella di esercitare pressioni per una politica riformista dell’integrazione e dell’immigrazione in Austria. Anche se la raccolta di fondi per i musicisti con un background da immigrati e l’organizzazione di eventi sono diventate più facili, dopo che l'associazione è stata fondata, il finanziamento pubblico al panorama di musica folk a Vienna rimane modesto, soprattutto se confrontato con il sostegno finanziario fornito alla musica classica.

Nicole Janns, specializzata in ritmi orientali e con la quale, a volte, Asmat collabora, è affiliata con il l’Associazione di musica mondiale IG. Incontriamo la presidente della ONG “Eu Roots” in un club di musica underground chiamato “Heureka”, che lei e i suoi colleghi musicisti fondarono dieci anni fa. Non esistono annunci on-line per i concerti. Il cartello sopra l'ingresso principale del club è modesto e difficile da scovare. “Quelli che ci seguono sanno quando siamo aperti, e vengono”, ci spiega. Questo posto romantico e quasi segreto in cui si ritrovano ogni venerdì musicisti folk, rocchettari e hippies, è in parte finanziato dal Comune. Nicole inizia a cucinare il suo capolavoro, ovvero la zuppa piccante asiatica di primavera. Lei è una cantante ma suona anche le percussioni e le cornamuse, ed è una delle cinque componenti di un gruppo tutto al femminile chiamato “W.h.i.t.c.h.”.

L'obiettivo del gruppo è quello di far convergere ogni tipo di musica tradizionale all’interno della loro musica – sia essa orientale, europea, americana, russa e persino africana. "Per far parte del panorama della world music e di quella folk, in particolare, è necessario essere una persona aperta a 360 gradi", afferma. “Deve piacere l’idea di imparare dagli altri e incontrare persone diverse provenienti da tutto il mondo. Si deve essere disposti a cambiare, ad adattarsi. Quindi è improbabile che un musicista, in generale, o un appassionato di musica popolare, sia razzista o abbia degli atteggiamenti e sentimenti di estrema destra”, sostiene. Tuttavia, Nicole pensa che la tendenza ad integrare tradizioni e suoni musicali diversi sul palcoscenico viennese non significa che gli stessi processi stiano avvenendo all'interno della società. “Vorrei che l'immigrazione potesse influenzare maggiormente il panorama musicale mondiale. Da quando suono con persone orientali so che la maggior parte di loro rimane all'interno delle loro comunità e non ha intenzione di uscir fuori a costruire nuove reti. Abbiamo forse bisogno di incoraggiarli a farlo più spesso”.

Foto di copertina: (cc) Beni Ishake Luthor/flickr; testo, ©Dzina Donauskaite.