società

Verso un mondo senza lavoro?

Articolo pubblicato il 05 agosto 2015
Articolo pubblicato il 05 agosto 2015

Nella suo programma politico, il Primo ministro finlandese Juha Sipilä, eletto lo scorso 19 aprile, ha annunciato la volontà di sperimentare un "reddito universale" di circa 1000 euro. Rivoluzione per alcuni, miraggio per altri, il reddito di cittadinanza genera non pochi interrogativi e altrettanti dubbi.

Il "reddito minimo universale", "reddito di cittadinanza" o "reddito di base" consiste nel versare ad ogni individuo – indipendentemente dalla sua posizione sociale e professionale, dalle sue condizioni di salute o dai beni posseduti – uno sussidio fisso mensile, che consenta di vivere dignitosamente senza dover svolgere necessariamente un lavoro supplementare.

In un momento storico in cui un numero sempre maggiore di attività lavorative sembra destinato a scomparire, a causa dei processi di deindustrializzazione o perché soppiantate dal progresso tecnologico, il reddito universale si configura come una soluzione sempre più verosimile e in grado di garantire a tutti un'entrata sufficiente a condurre una vita modesta e ad incrementare i consumi. Oggetto di dibattito tra gli economisti, il reddito universale resta in bilico tra utopia e visione strategica di un'economia post-industriale

Gli esperimenti in Europa

Il "reddito universale" nasce in un'ottica di semplificazione, con la vocazione di sostituire qualsiasi aiuto sociale già esistente. In Francia, supportato dal 2014 dall'Alleanza Europea per il Reddito di Base, il Movimento Francese per un reddito di base conta attualmente circa 400 iscritti. In un articolo pubblicato lo scorso novembre su Le Monde, lo storico Yves Zoberman, di fronte alla crisi della zona euro e ai problemi dell’Europa, si schierava apertamente per l’introduzione di un "reddito universale" europeo che consentirebbe di «reinventare una politica europea che favorisca la cancellazione di una società a due velocità, divisa tra chi lavora e tutti gli altri».

Testato in diversi Paesi del mondo –  in Alaska, in Canada e in Namibia – l’idea di un “reddito universale" prosegue il suo cammino in particolare in Europa, dove è attualmente in fase di sperimentazione a Utrecht, nei Paesi Bassi, e forse presto in altre 30 città olandesi. Ad oggi il "reddito di cittadinanza" non è ancora stato istituito in nessuno Stato europeo, ma potrebbe essere prossimamente introdotto in Finlandia, dove il primo ministro Juha Sipilä sta progettando di versare all'intera popolazione di determinate zone – inizialmente in alcune regioni pilota caratterizzate da un forte tasso di disoccupazione – una somma di circa 1.000 euro. Con il 65% di parlamentari che si dicono pronti ad approvare il progetto e con un consenso dell'opinione pubblica pari al 79%, ci sono grosse probabilità che l'iniziativa si concretizzi realmente. La Svizzera, dal canto suo, ha in programma un referendum su questo tema che si svolgerà nel corso del 2016.

Alcuni risultati incoraggianti

Tanto i sostenitori quanto gli oppositori del "reddito universale" appartengono a un po' tutti i partiti, non manifestano quindi sventolando la bandiera di una o di un'altra parte politico, anche se molti di loro si trovano tra le fila dei Verdi, fino ad arrivare alle forze centriste. Lionel-Henri Groulx, professore di Scienze Sociali all’Università di Montréal, spiega che «ci troviamo di fronte a un paradosso, dove il reddito universale è giustificato a partire da inquadramenti ideologici opposti. È capace di generare benefici che sono anch'essi opposti, se non addirittura contraddittori». I più refrattari si mostrano legati al lavoro salariato, o meglio vedono nel "reddito universale" una forma di sussidio generico. Se alcuni – come l’economista Jean-Marie Harribey, sostenitore dell'Alter-globalizzazione – partono dal presupposto secondo cui le aziende arriverebbero a pagare ancora meno i loro dipendenti, altri temono le difficoltà che le imprese potrebbero riscontrare qualora volessero assumere personale addetto a svolgere mansioni più usuranti.

Volto a eliminare la disoccupazione involontaria – ammesso che l’inflazione non arrivi ad annientare progressivamente il valore del sussidio – queste proposte di "reddito di base" non vogliono abolire il lavoro, ma slegarlo dalla sua remunerazione. Si tratta di fare una scelta, poiché il lavoro, oltre a tradursi in uno stipendio, può anche essere considerato un motivo di realizzazione personale e un mezzo di socializzazione. Potrebbe inserirsi all'interno di un'ideale economia collaborativa: renderebbe possibile un certo grado di innovazione, lasciando tempo e risorse sufficienti a dare libero corso alle proprie ambizioni; e contemporaneamente incrementerebbe i consumi. Dal Canada alla Namibia, i risultati di alcuni esperimenti già messi in atto sono molto incoraggianti. Effettivamente, i disincentivi al lavoro sono diminuiti, con delle conseguenze positive: criminalità e ricoveri in ospedale in calo, incremento della durata degli studi, rivitalizzazione del tessuto socio-economico locale. 

Il "reddito universale" riscuote un certo successo tra l'opinione pubblica. Dopo aver sedotto personalità del calibro dell’economista Thomas Piketty o dell'ex Primo ministro francese Dominique de Villepin, un sondaggio realizzato la scorsa primavera dall’Istituto francese sull’opinone pubblica (IFOP, commissionato L’Opinion e I-Télé) ha rilevato che anche il 60% dei francesi (+15% in tre anni) approverebbe una simile mossa.