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Un treno per il clima: Copenaghen andata e ritorno con il «Climate Express»

Articolo pubblicato il 15 dicembre 2009
Articolo pubblicato il 15 dicembre 2009
Gare du Nord, Parigi, 12 dicembre: 800 manifestanti salgono su un treno speciale organizzato in quattro e quattr’otto da due associazioni ecologiste francesi. Tra loro Jean-Michel Augé, di Objectif Climat, ha viaggiato da Strasburgo fino a Copenaghen per fare pressione sui politici esercitando la sua libertà d’espressione.

In viaggio per spronare Obama a prendere decisioni ambiziose rispetto al clima, Jean-Michel Augé, 49 anni, ha incrociato lungo il suo cammino qualche pinguino e militanti giunti da ogni parte del mondo, tutti riuniti in un corteo molto creativo… Il presidente di Objectif Climat, un’associazione alsaziana che cerca di sensibilizzare la gente rispetto ai danni causati dal riscaldamento climatico, è salito sul treno dei militanti ambientalisti, il “Climate Express”, con destinazione Copenhagen, per manifestare il 12 dicembre 2009 per le strade della capitale danese, in occasione del vertice mondiale sul clima, al fianco di un numero di persone che, secondo le fonti, si aggirava tra le 50mila e le 100mila. Il resoconto di questa esperienza militante.

Avete impiegato 20 ore di treno per arrivare in Danimarca e altre 22 per ritornare indietro. Tutto in quattro giorni! Come è stato questo viaggio militante?

«Sono ringiovanito! Il momento più emozionante del viaggio è stato, indubbiamente, il mescolarsi con i militanti di Oxfam, degli Amici della terra e i baschi di Bizi nel bel mezzo del treno. Nel linguaggio del rugby si parlerebbe di mischia. Un po’ virile ma pacifico, concluso con un lungo coro di canti baschi. In particolare, ciò che mi ha colpito è stato il coinvolgimento generazionale. Militanti ambientalisti storici di più di 70 anni riuscivano a comunicare con i nuovi arrivati di poco più di 20. Non capita spesso nella nostra società di trovare luoghi di incontro tra generazioni. E che dire dell’organizzazione! Il gruppo era formato da volontari che appartenevano a strutture diverse. Tutti si sono rimboccati le maniche: alcuni si occupavano del cibo, altri della logistica. Mi è venuta in mente l’autogestione degli anni ’70 e sono ritornato indietro nel tempo, allo scenario di speranza di quegli anni: il progresso sociale, il regionalismo aperto, l’anticolonialismo…Un movimento che riprende vita. Il cambiamento climatico ci impone di ritornare su questi temi. Non si tratta solo di un quesito scientifico, si tratta di interrogarsi sulla crescita, sul sistema economico, sul comportamento di ciascuno nella collettività».

Un corteo multiculturale e creativo di circa 100mila persone, secondo gli organizzatori

E sul posto, come avete vissuto la manifestazione?

«Ne ho viste tante di manifestazioni ma come quella, mai. Era un ambiente multiculturale dove la creatività regnava sovrana. Per la prima volta ho sfilato con dei nepalesi davanti, dei danesi a fianco e dei sud-americani dietro di me. L’organizzazione è stata fantastica, sono stati distribuiti anche centinaia di volantini diversi. Potevi scegliere la lingua, lo slogan… è perfetto per quelle persone che non hanno un istinto gregario! Rispetto alle sfilate promosse dai partiti politici o dai sindacati, ognuno poteva dar libero sfogo alla propria creatività proponendo canzoni, parole d’ordine personali, travestimenti da clown, da orso, da pinguino… Ma soprattutto non è stata una manifestazione nichilista, la gente ha potuto comunicare la propria idea di mondo ideale. Tutte le opinioni avevano lo stesso peso: quelle dei giovani, degli anziani, del sud e del nord. E tutto si è svolto alla luce del sole, in piazza, per strada, a differenza dell’operato dei lobbisti, celato dietro lo scudo delle istituzioni».

Pensate che questa manifestazione possa servire?

par les Amis de lIl viaggio verso Copenaghen è stato organizzato da Amici della Terre e il collettivo Climate justice sociale«Con Obama, sì. Con lui non è tutto possibile, ma senza di lui niente lo è. Abbiamo voluto mettergli una grande pressione: certamente amicale, ma dura. Questo è un momento cruciale, gli obiettivi del protocollo di Kyoto non sono abbastanza ambiziosi. Con Bush nulla è stato possibile, Obama deve fare qualcosa e noi siamo qui per incoraggiarlo. Se dovessimo paragonarle a una partita di calcio, le manifestazioni di Copenhagen rappresentano il dodicesimo uomo. Senza questa pressione, gli uomini politici non faranno nulla, non bisogna allentarla. Ma l’avversario, in questo caso, non è un’altra squadra, altre persone, ma piuttosto idee negative. Tutti possono cambiare, non si nasce ambientalista o umanista. Guardate i cinesi, gli Stati Uniti ce li hanno descritti per tanto tempo come il diavolo in persona, ora invece sono i loro partner privilegiati. I cinesi sono consapevoli delle conseguenze del riscaldamento climatico. Bisogna incoraggiarli a prendere tutti i provvedimenti necessari. È una questione urgente. Oggi siamo ancora in tempo per regolamentare la questione del riscaldamento climatico nell’ambito di un quadro democratico ed evitare il peggio, se invece un giorno scoppierà una crisi climatica emergeranno scontri sull’acqua, sulle terre abitabili, e la questione si risolverà con durezza e con l’ausilio della violenza. Karl Marx diceva che la violenza è la levatrice della storia. Io direi piuttosto che è il rapporto di forze in un quadro democratico che può far cambiare il mondo».

E a livello locale, si può fare qualcosa?

«Noi di Objectif Climat vogliamo continuare a far pressione sui nostri rappresentanti locali. Del resto ne hanno bisogno, sono loro che ce lo dicono. Inoltre, portiamo avanti un lavoro di affiancamento ai privati che intendono ridurre le proprie emissioni di anidride carbonica: isolamento delle case, alimentazione, trasporti, la nostra analisi è globale perché il problema lo è altrettanto.

Foto di Adam Welz (manifestanti), Maxime Disbeaux (Jean-Michel Augé), WWF (Climate Express), Klimakampen/Flickr (Panda)