società

Un futuro da costruire per gli ebrei di Bratislava

Articolo pubblicato il 05 maggio 2015
Articolo pubblicato il 05 maggio 2015

Negli ultimi anni, la comunità ebraica di Bratislava si è ricostruita intorno alla nascita di un museo. Al di là delle sue mura, un'intera società permette agli ebrei slovacchi di ricucire le ferite di un passato difficile da dimenticare.

Prima della Seconda Guerra Mondiale, Bratislava contava circa 136mila residenti ebrei. Oggi, ne restano poco più di 5 mila. Maros Borský, conosce a memoria il numero esatto di ebrei che ogni città slovacca ospita. «Siamo 800 a Bratislava, 700 a Košice...»,  elenca.

La vita al museo

Da due anni, Maros ha smesso di contare. Vessato dal passato opprimente della comunità, ha deciso di gettare le basi per un nuovo futuro. Oggi, è direttore del Museo comunitario ebraico, nato nel 2012 grazie alle donazioni della comunità ebraica della città, desiderosa di salvare la propria eredità. «Ci tengo a dire che non si tratta solo di un museo: è un luogo d'incontro per i membri della nostra comunità. Qui celebriamo matrimoni e bar-mitzvahs (il momento in cui un bambino ebreo raggiunge la matura età, ndr), organizziamo conferenze e proiezioni», spiega.

Il Museo permette alla comunità ebraica di organizzare delle attività ma non è il solo luogo di Bratislava a promuoverne la cultura. Il museo di Stato della cultura ebraica di Bratislava, sorto nel 1993, in occasione della scissione della Cecoslovacchia, non mette forse in ombra l'idea di Maros Borský? «Non siamo concorrenti. La sua è una missione totalmente diversa dalla nostra», risponde il direttore. Borský aggiunge orgogliosamente che sono anche le fonti dei finanziamenti a fare la differenza. «Riceviamo pochissimo denaro pubblico, la maggior parte dei proventi giungono dai mecenati. Abbiamo ottenuto anche alcune sovvenzioni dal dipartimento di Bratislava e delle borse culturali da parte di alcune ONG », precisa.

La divisione della Cecoslovacchia in entità separate ha spinto i dirigenti politici slovacchi a creare un museo per ogni minoranza. In seguito a questo, sono sorti rapidamente degli edifici che espongono collezioni croate, tedesche, ceche e rutene. Per quanto riguarda il nuovo museo, invece, esso si concentra esclusivamente sulla comunità ebraica. «Insisto sul fatto che è un museo comunitario creato da e per la comunità», afferma convinto Borský.

Rabbino di cultura

I muri dell'edificio conservano ancora l'odore della vernice, anche a due anni di distanza dall'inaugurazione. Tutto intorno, le pareti bianchissime ospitano un dispositivo sobrio che mostra l'evoluzione della comunità nel tempo. «Il rinnovamento della vita religiosa ebraica è arrivato in seguito alla caduta del comunismo», sospira Maros percorrendo l'esposizione. Intitolata Nous Sommes Ici (Non Siamo Qui, ndr), permette di valutare e rendersi conto al tempo stesso dell'estinzione quasi totale della cultura ebraica in seguito alla Seconda Guerra mondiale. «In questa foto ci sono io, ma un po' più giovane», sorride Borský indicando un viso confuso nella folla. 

Dopo la scissione della Cecoslovacchia nel 1993, il Rabbino Baruch Meyers è arrivato a Bratislava partendo dagli Stati Uniti. Oggi, rappresenta l'anima della comunità di questa città. «Al suo arrivo, abbiamo cominciato a parlare di cose a cui i comunisti non pensavano; invece di scrutare il passato, il rabbino guardava al futuro», racconta Borský.

È grazie a lui, se, negli anni '90, hanno avuto inizio i lavori sul monumento commemorativo della Shoah. Allo stesso tempo, altre operazioni hanno permesso di rinnovare il monumento dedicato a Hatam Sofer, il grande simbolo del giudaismo europeo deceduto a Bratislava. Il luogo è divenuto sacro per gli Ebrei. Oggi, sotto le vie della città, è stato fatto sorgere un "museo - catacomba". Sono state salvate solo una trentina di tombe di questo antico cimitero che risale al XVII secolo.

Nel corso degli anni, Bratislava ha perso gran parte del patrimonio ebraico, un tempo molto importante. Paradossalmente, sono stati i comunisti, più che i nazisti a contribuire ad indebolirlo. «Abbiamo avuto più fortuna dei viennesi; nella loro città i tedeschi hanno distrutto tutto», afferma Matúš Borský.

Nonostante ciò, aggiunge che la capitale austriaca può vantarsi di un museo magnifico. «Appartiene a privati, ma è tenuto egregiamente. C'è una grande differenza tra noi e gli austriaci. Quando si parla di cultura, non si intende la stessa cosa», spiega, elogiando la capacità degli austriaci di rimediare agli errori del passato.

L'antisemitismo, un concetto da ricostruire

«Credo che l'antisemitismo non morirà mai ma la Slovacchia, per il momento, è salva. Stiamo bene qui. Siamo un gruppo perfettamente integrato e ci sentiamo al sicuro», afferma Borský.

Gli ebrei slovacchi non parlano ebraico o yiddish come in alcuni paesi. «L'ebraico è una lingua molto importante, ma come i cristiani non celebrano più la messa in latino, anche noi facciamo lo stesso», spiega.

Nel Museo comunitario affluiscono i visitatori. «Buongiorno e benvenuti», così saluta il direttore un gruppo di dieci pensionati. «È mia moglie, la riconosce?», gli chiede un anziano mostrando una foto ingiallita. «Sono più di 50 anni che è morta. Ieri, a casa, ho trovato un diario in cui descrive come sono stati liberati due campi di concentramento, a Vyhne e a Sereď; ma non ho trovato cose esaltanti. C'è più politica che storia», spiega con un pizzico di delusione. «È un tema difficile e non è semplice parlarne. Forse, l'anno prossimo troveremo un modo per affrontarlo», ci racconta il direttore del museo, allontanandosi.

Nonostante tutto, a Bratislava ci sono ancora cose da ricostruire.