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Ue e Africa discutono di clandestini e sviluppo

Articolo pubblicato il 21 novembre 2006
Articolo pubblicato il 21 novembre 2006
Ue e Unione Africana si incontrano a Tripoli dopo le migliaia di sbarchi dell’estate 2006. Nell'agenda anche la carota degli aiuti di Bruxelles. Che, solo nel 2004, ha versato 12 miliardi all'Africa.

«Comprendiamo la decisione degli Stati Uniti. Ma crediamo che la costruzione di un muro sia qualcosa che fortunatamente oggi, in Europa fa ormai parte della Storia, e che non vorremmo fosse replicato da nessuna altra parte». Con queste parole una delegazione del Parlamento Europeo in visita in Cile ha condannato recentemente la costruzione di un muro lungo la frontiera col Messico volta ad arginare l’immigrazione irregolare.

Quel muro che divide Africa e Europa

Ma nel momento in cui l’Unione Europea e l’Unione Africana si riuniscono il 23 novembre prossimo in Libia per parlare di immigrazione clandestina è importante guardare la realtà in faccia: «In realtà anche tra i territori spagnoli di Ceuta e Melilla e il confinante Marocco c’è un muro» – spiega Eduard Soler, responsabile Mediterraneo del centro di ricerca Cidob – anche se appare sotto le sembianze di un sofisticato sistema di barriere.

Per superare il problema, alla vigilia del summit, Ue e Unione Africana sembrano d’accordo. Il controllo delle frontiere è necessario, ma lo è ancora di più “oltrepassare le barriere”, ovvero aumentare la cooperazione tra Europa e Africa, elemento essenziale per ridare equilibrio a una mappa di disuguaglianze che obbliga milioni di persone a emigrare.

Partire

Tahar Ben Jelloun, scrittore marocchino e buon conoscitore del suo paese, dipinge questa realtà in Partir, il suo ultimo romanzo. “La piccola Malika, operaia in una fabbrica nel porto di Tangeri, chiese al suo vicino Azel, disoccupato, di mostrarle il suo diploma. – E tu?, gli disse lui, cosa pensi di fare dopo? – Partire. – Partire non è un lavoro. – Una volta partita, avrò un lavoro”.

Mettersi in viaggio è a volte l’unica soluzione, ma può comportare molti più problemi di quanto sembri. Come morire in mare o vivere stipati in piccoli appartamenti. Senza parlare del finanziamento, tramite le alte somme pagate per il trasporto, di organizzazioni criminali che facilitano il transito illegale; o della “fuga dei cervelli”, che ipoteca il futuro economico dei paesi poveri.

Cambiare strategia

Proprio per combattere la fuga di cervelli, l’Unione Europea e l’Unione Africana prevedono tra le altre misure di incoraggiare i professionisti africani altamente qualificati che lavorano in Europa, a portare avanti, nel loro Paese di origine, parte della loro occupazione, senza perdere il proprio incarico in Europa. Nonostante questo, tali progetti entrano in contrasto con l’approccio di alcuni leader – come il francese Nicolas Sarkozy – che intendono privilegiare l’ingresso in Europa ai lavoratori più qualificati, cosa che in teoria rischia di aggravare la fuga di cervelli.

D’altra parte la Commissione europea invita a impegnarsi per sostenere una “immigrazione organizzata”, come la definisce il Commissario allo Sviluppo, Louis Michel. In questo senso, in Libia l’Unione Europea si impegnerebbe anche a collaborare con i paesi africani nel controllo delle loro frontiere.

12 miliardi per l’Africa dall’Ue

L’Unione Europea, d’altra parte, sfoggia spesso cifre astronomiche che, da anni, investe in sviluppo e modernizzazione in Africa: più di 12 miliardi di euro per l’Africa subsahariana nel 2004 e più di 5,3 miliardi di euro per i Paesi dell’area del Mediterraneo tra il 2000 e il 2006.

Cos’è dunque che impedisce a questi fondi di produrre i risultati sperati? Essenzialmente il fatto che il Sud del mondo è caratterizzato da molteplici regimi dittatoriali che «non si fanno carico di un interesse nazionale, bensì di interessi privati», accusa Eduard Soler. Per riuscire quindi a intaccare questa parete impermeabile ai cambiamenti, gli Stati membri dell’Unione Europea diedero vita 11 anni fa, insieme agli stati della riva sud del Mediterraneo, al Partenariato Euro Mediterraneo. La novità di questo strumento? Vincolare gli aiuti allo sviluppo per il sud, all’attuazione di riforme politiche.

Ma dato che queste stanno dando buoni risultati solo in Marocco, si pensa di riforme anche lo stesso Partenariato, detto anche Processo di Barcellona. «Ad esempio, nel piano d’azione approvato dalla Giordania» – spiega Soler – «si precisa la necessità di fare una legge sui partiti politici. In altre parole si esige qualcosa di più della dimostrazione di una generica volontà riformista». Cosa che, in passato, avrebbe bastato a ricevere gli aiuti europei. Che l’Ue abbia finalmente capito che senza sviluppo economico e politico, l’immigrazione non si può fermare?

Foto: Eduard Soler (Es); Muro de 6 metri di altezza tra la Spagna e il Marocco (Prodein-Pedrobea/Flickr)