società

Stranieri per sempre: quando l'Europa nega la cittadinanza ai suoi figli

Articolo pubblicato il 22 giugno 2011
Articolo pubblicato il 22 giugno 2011
Nascere e crescere in Italia, parlarne un dialetto, condividerne in pieno usi e costumi, sentirsi naturalmente italiano, non garantisce ai figli di stranieri nati nel Paese l’acquisizione della cittadinanza. Un problema comune a molti paesi europei, dove lo ius soli, il diritto di suolo, non esiste quasi più: ecco la storia di Bassam e di migliaia di suoi coetanei.

Bassam Elsaid ha genitori egiziani, è nato e cresciuto in Italia, ha 24 anni, studia Scienze Politiche all’Università di Torino e non ha la cittadinanza italiana. Per ragioni burocratiche il suo percorso per essere riconosciuto italiano dallo Stato non è per nulla semplice così che a luglio rischia di ritrovarsi sprovvisto del permesso di soggiorno in Italia e di essere arrestato, in quanto disertore, una volta tornato in Egitto. Volontario della Croce Rossa Italiana, impegnato nel servizio civile per immigrati, traduttore e interprete per le procure di Cuneo, Saluzzo e Mondovì, Bassam non ha dubbi sul fatto di sentirsi italiano in quanto parla naturalmente la lingua di questo Paese, ne condivide la cultura e si riconosce nei suoi valori costituzionali.

 Bassam non ha dubbi sul fatto di sentirsi italiano in quanto parla naturalmente la lingua di questo Paese

Regalo per la maggiore età?Non sempre

Secondo il decreto legislativo n. 91 del 5 febbraio 1992 i figli di immigrati nati in Italia non sono italiani ma al raggiungimento della maggiore età hanno un anno di tempo per richiedere il riconoscimento della cittadinanza. Se tutto fila liscio dopo essere stati considerati stranieri per più di 18 anni diventano finalmente italiani. Molto spesso però le cose si complicano perché la legge prevede che si dimostri la residenza continuativa nel Paese per 18 anni, cosa che non sempre è possibile. Questo significa che nel momento in cui si verifica un problema burocratico per cui la richiesta non viene accettata, un persona di fatto italiana rischia di diventare clandestina nel suo paese ed di dover tornare nel paese da cui provengono i propri genitori. Si calcola che oggi sono circa un milione i ragazzi della seconda generazione e che il loro numero aumenterà nei prossimi anni. Per questo una modifica della legge è ormai necessaria: lo chiede con forza l'Associazione nazionale oltre le frontiere (ANOLF) con la campagna di sensibilizzazione "Una sfida per tutti" e 18 Ius Soli, che hanno come obiettivo l’adozione dello ius soli.

La lotta per lo ius soli

Uno Stato può scegliere di determinare le norme di concessione della cittadinanza secondo lo ius soli oppure secondo lo ius sanguinis. Secondo il primo criterio ha diritto al riconoscimento della cittadinanza chi è fortemente legato al territorio dello Stato, dunque innanzitutto chi vi è nato e cresciuto. Al contrario lo ius sanguinis, che è il criterio adottato dall’Italia, intende la cittadinanza come un fattore ereditario, che quindi si trasmette dai genitori ai figli.

Oggi lo ius sanguinis è il criterio più diffuso. Gli Stati che lo adottano intendono innanzitutto favorire il mantenimento di saldi legami culturali con chi discende da emigrati. Dunque non necessariamente l’adozione di questo criterio implica una chiusura netta verso gli immigrati e le generazioni successive. Le leggi comunque cambiano per ogni Stato. Chi nasce in Austria da genitori privi di cittadinanza austriaca può chiedere di ottenerla solo attraverso l’iter che segue ogni immigrato, cioè dimostrare di aver risieduto sul territorio negli ultimi dieci anni. Per la legge greca sono cittadini i figli di greci anche se nati all’estero, invece chi nasce in Grecia da genitori stranieri e vi risiede può ottenere la cittadinanza per naturalizzazione ma non è tenuto a dimostrare, come chi immigra nel Paese, di avervi risieduto per almeno dieci anni. Anche in Spagna l’adozione dello ius sanguinis non impedisce di facilitare il percorso a chi vi è nato. Basta dimostrare di avervi risieduto un anno. Più semplicemente in Belgio chi nasce da genitori stranieri può presentare una dichiarazione di nazionalità belga tra i 18 e i 30 anni di età.

L’Irlanda è uno dei pochi Stati in cui vige lo ius soli. Fino al 31 dicembre 2004 chiunque nascesse in territorio irlandese ne otteneva la cittadinanza. I flussi migratori che hanno interessato il Paese negli ultimi anni hanno indotto l’Irlanda a ridefinire la norma. Per questa ragione oggi la legge non concede la cittadinanza alla nascita ai figli di persone che ne sono sprovviste, tuttavia in questi casi per ottenerla è sufficiente una formale richiesta. Ogni Stato europeo ha una specifica regolamentazione e quindi affronta in modo diverso il rapporto con le seconde generazioni. Poiché, sembra superfluo dirlo, dietro le leggi ci sono delle persone sulle cui vite le leggi hanno effetti e conseguenze, nessuno più di uno dei ragazzi della cosiddetta seconda generazione può aiutarci a comprendere la questione.

Una legge medievale

Bassam descrive così la situazione: “Da un lato ci sono le istituzioni che hanno le mani legate, dall’altro ci sono i giovani che chiedono un loro diritto, in mezzo c’è una legge medievale” e propone di stabilire chiaramente nella legge “il percorso da intraprendere per l’ottenimento della cittadinanza, un percorso che si fondi su requisiti di merito o sul livello di integrazione raggiunto, non sul reddito”. Si dice sfiduciato quando pensa all’Italia: “un Paese in cui forse nascono più figli di immigrati che di italiani ma in cui non esiste una reale politica di integrazione”. Per Bassam i giovani della seconda generazione sono una grande ricchezza che l’Italia non sfrutta perché ognuno di quei ragazzi è un ponte tra due culture. Dunque in un mondo sempre più globalizzato e in cui i fenomeni migratori sono sempre più comuni e destinati ad aumentare nel tempo, lo Stato avrebbe la possibilità di attingere a piene mani ad una categoria di persone che, per la loro conoscenza naturale delle realtà, degli usi e dei costumi di due paesi sarebbero un’eccellenza soprattutto nell’ambito diplomatico e in quello della mediazione culturale. Tuttavia oggi molti di quei ragazzi, non essendo cittadini italiani, “non possono accedere alle cariche pubbliche, votare, essere candidati di un partito politico”. Poi Bassam sposta l’attenzione su un altro aspetto che caratterizza le relazioni sociali: “Quando ti avvicini agli altri hai la necessità di definire te stesso. Cosa sei? Italiano o egiziano? Sai di avere di fronte una persona con un’identità definita, un occidentale, che vuole capire chi sei”.

Foto: home-page (cc) Noemi Bisio/flickr; testo © Daniela Vitolo