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Stage: più precari di così si muore

Articolo pubblicato il 28 aprile 2008
Articolo pubblicato il 28 aprile 2008
Dal 2005 esiste una piattaforma europea, Génération-P, contro gli abusi degli stage e del lavoro precario. Un lobbying che comincia a dare risultati. Quando il lavoro non nobilita.

Da Parigi a Stoccarda, passando per Bruxelles, il 1° aprile migliaia di stagisti hanno risposto all’appello di Génération-P, “generazione precaria”, la prima piattaforma europea che unisce stagisti e lavoratori precari. Una parola d’ordine: «Smettiamola di lavorare gratis, rifiutiamo gli stage!». All’origine di questo movimento il collettivo francese Génération Précaire, i colleghi tedeschi di Fairwork, Generazione Mille Euro, e alcuni stagisti belgi. Riuniti nelle file di Génération-P, denunciano gli abusi e i problemi dei giovani nel mercato del lavoro.

Lavoro o volontariato?

Presi tra l’incudine e il martello, tra periodi di studio sempre più lunghi e un mercato del lavoro sempre più saturo, migliaia di giovani europei continuano a moltiplicare i periodi di stage, spesso non remunerati o mal remunerati, oppure con impieghi precari con paghe non adeguate al costo della vita.

Julien, 27 anni, passa in rassegna il suo ciclo di studi: un Master in economia all’istituto Science-po di Parigi, seguito da sette stage, dei quali uno presso un fornitore d’accesso a Internet: «Gestivo un budget di comunicazione di 270.000 euro, senza essere pagato né inquadrato», racconta il ragazzo, membro di Génération Précaire.

Gli stage che spesso seguono la fine degli studi fanno concorrenza ai “lavori veri”. Perché? Uno stage continua a costare, al datore di lavoro, quattro-cinque volte meno rispetto a un contratto normale, soprattutto per quanto riguarda gli oneri sociali.

Sul sito del collettivo francese si accumulano le testimonianze, le imprese che abusano degli stagisti vengono denunciate e gli annunci ambigui messi al bando. «Troppi stage sono in realtà lavori mascherati», afferma Julien. «Sul nostro sito rendiamo le cose più difficili alle imprese che tentano di sfruttare gli stagisti», continua.

Nel settembre del 2006, gli stagisti francesi ottengono una prima vittoria sul fronte giudiziario. Il gestore di una piccola impresa parigina è condannato a sei mesi di carcere con il beneficio della condizionale e al pagamento di un’indennità di 25.000 euro per risarcimento danni. La società aveva impiegato cinque stagisti non remunerati al posto di cinque dipendenti.

Incertezza giuridica

In Europa, al momento, non esiste ancora un quadro normativo per gli stagisti e le remunerazioni spesso sono a discrezione dell’impresa. Il lobbying, finalmente, comincia a dare i suoi frutti: in Francia, dal 1° febbraio del 2008, gli stage in impresa della durata di più di tre mesi devono essere obbligatoriamente remunerati, come minimo, con 380 euro al mese. Insufficiente, secondo Génération précaire perché, con questa somma, gli stagisti rimangono comunque al di sotto della soglia di povertà: «Come trovare una sistemazione a Parigi, quando la famiglia abita in provincia, e come affrontare tutti questi mesi di stage senza il sostegno di qualcuno?», argomenta il collettivo.

Inoltre, il nuovo decreto non si applica al pubblico impiego. «Ancora una volta lo Stato stabilisce una regola a cui, però, pretende di sottrarsi», afferma indignato Lionel, di Génération Précaire. Così, il Ministero degli Affari Esteri propone ogni anno più di 200 stage non remunerati: «E le spese di viaggio sono a carico degli stagisti», rincara Lionel.

In Germania, il Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale sta valutando l’attuazione di misure di chiarificazione legislativa per limitare gli abusi. Nel 2005, l’assenza di statistiche non consentiva di realizzare un’analisi approfondita del fenomeno. Oggi, uno studio condotto tra giovani dai 18 ai 34 anni, ha rivelato che il 51% di coloro che hanno effettuato il primo stage al termine della loro formazione non erano remunerati. Il 12% riceveva una remunerazione inadeguata e solamente il 37% una remunerazione adeguata. Più della metà dipendeva, durante lo stage, da un’altra persona e il 30% dichiarava di sentirsi sfruttato.

Dell’arte del lobbying

Vestito nero, maschere bianche sul viso: i membri di Génération précaire la teatralizzazione del conflitto sociale. «L’anonimato per noi è obbligatorio. Siamo privi di diritti, statuto e salario, siamo come i kleenex: usa e getta», spiega Guillaume, 32 anni, stagista nella stampa.

Ogni manifestazione è preparata scrupolosamente: slogan ad effetto («fai lo stage e taci!») pronti ad essere ritrasmessi dai media. E i giornalisti, sin dalla prima manifestazione del collettivo, nell’ottobre del 2005, seguono l’iniziativa. «La loro battaglia è anche la nostra», racconta Najiba, giovane pigiste (statuto francese per i giornalisti pagati a cartella,ndr). «La precarietà, gli stage senza fine… Noi giornalisti sappiamo bene cosa significa», sospira la giovane.

Le proteste si estendono anche al di là del Reno. Lo scorso novembre gli stagisti della Berlinale hanno manifestato, con il volto mascherato, per protestare contro i 400 euro mensili con cui erano remunerati. Una somma che rientra «nella media» dice Mayday Berlin-Hamburg, la piattaforma che ha organizzato le manifestazione, «ma che non permette di coprire le spese mensili». È quello che spiega il collettivo all’interno della sua campagna «mir reicht's... nicht!» («Non mi basta!»). «La povertà dovrebbe dunque essere il prezzo da pagare per il glamour?», chiede.

Una volta passato il rumore mediatico, non è facile mobilitare gli stagisti sul lungo termine, né tantomeno creare una lobby europea. «La cultura dello stage è così radicata in Francia, in Germania o in Belgio», afferma Séverine, 30 anni, «che farsi sfruttare è considerato normale quando si è giovani. È come se fosse un passaggio obbligatorio» spiega l’ex-studentessa d’ingegneria. «Noi abbiamo suonato il campanello d’allarme», dice Anna de Mayday Berlin-Hamburg, «ma molti giovani non si sono ancora svegliati».