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STADTLICHH: quattro amburghesi e una rivista

Articolo pubblicato il 03 dicembre 2012
Articolo pubblicato il 03 dicembre 2012
La stampa è morta? Ma no! Martin, Valerie, Ulrike e Anne hanno fondato ad Amburgo la loro rivista cittadina. Con reportage penetranti, arte fotografica e spazio per realtà insolite. Il tutto da leggere gratis. Se fosse possibile viverci ancora oggi...

Ma insomma. Come diavolo si può arrivare in ritardo ad un appuntamento che dista solo cinque minuti dal proprio portone? Pensai come minimo. E poi ci volle ancora un quarto d'ora dalla mia fermata di Königstrasse fino all'ingresso del Glöe. Nel grazioso bar seminterrato vicino all'amburghese Reeperbahn, incontro (leggermente sudato e col fiatone) Martin Petersen e Valerie Schäfers (con una tazza di caffellatte fumante). Entrambi tra i trenta e i quarant'anni mi hanno portato il nuovo numero della loro creatura Stadtlichh. Meglio così. Perché al Glöe la rivista cittadina gratuita "per vivere la vita amburghese" è già esaurita. E subito Martin annota mentalmente: Da riportare! Da rifornire!

Anche a capodanno, tra il 2009 e il 2010, Martin e Valerie sorseggiavano caffè e già allora fantasticavano. Lei si era appena licenziata dalla sua agenzia di design. Lui non era soddisfatto del suo lavoro presso una rivista di giochi. E mentre la caffeina scendeva nelle loro gole, continuava a passare per la testa questa terribile, grande domanda esistenziale: cosa voglio veramente fare della mia vita? In che direzione bisogna andare?

La risposta di Martin: una rivista propria . La risposta di Valerie: la stessa. Affare fatto. "Spesso nella vita si corre da un posto all'altro, sempre a fare e a disfare, e si è così occupati che non ci si fa più le domande più importanti", dice Martin. Scrivere testi, impaginare, l'avevano già fatto entrambi. Lei, designer di comunicazione, la donna col colpo d'occhio. Lui, laurea in anglistica e filosofia, l'uomo di lettere. 

Cosa serve ancora?

Ad esempio Ulrike e Anne. Due amiche, anche loro con esperienze nello stesso campo, con la stessa voglia di mettersi in proprio. E così erano in quattro. Il team di Stadtlichh al completo.

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All'epoca, Amburgo ribolliva d'energia. Un artista del riciclo e un tipo di sinistra avevano occupato il Gängeviertel nel centro della città. Le vecchie case del tardo diciannovesimo secolo dovevano lasciare il posto ai tipici palazzi di vetro. E poi accadde qualcosa che gli occupanti non potevano aspettarsi e che coinvolse tutte le classi sociali, di solito in disaccordo tra loro: gli amburghesi solidarizzarono con la protesta. E dovrebbe fare ancora qualcosa chi vuole essere rieletto? Un paio di chilometri più in là altri tentarono qualcosa di simile: il Frappant, uno dei Karstadt caduto vittima della crisi, venne occupato. Inutilmente. La palla demolitrice era sempre presente: per gli artisti c'erano sistemazioni alternative. Sui media locali c'era meno da leggere sull'argomento. Se non altro anche meno da nascondere. Allo stesso tempo si bramavano informazioni: gentrificazione. Sviluppo della città. Esplosione dei prezzi degli affitti. Iba (Internationale Bauausstellung: esposizione internazionale dell'edilizia). Buga (Bundesgartenschau: mostra federale di giardinaggio). La linea 4 della metropolitana. Che cosa stava succedendo? "Era chiaro che mancasse qualcosa", dice Martin. Beve un sorso. Meno male che per le ricerche di mercato non c'erano soldi. 

"Non volevamo proprio fare una rivista piena zeppa di pubblicità. Doveva avere l'aspetto di una rivista di ottima qualità: fotografie sparse nelle pagine, grandi font, illustrazioni. La forma è altrettanto importante del contenuto", dice Valerie. Se l'entusiasmo potesse brillare, lo farebbe nei suoi occhi. Non vuole essere una art director, che alla fine di ogni giorno inserisce qua e là in una griglia blocchi di testo e foto. Valerie ama prendere parte alle interviste. Agevolare la comunicazione tra tutti quelli che partecipano alla stesura di un articolo. Cosa ancora? Ah sì, i quattrini. Per l'esattezza: 4500 Euro per sei numeri da 10.000 copie. Ma dove prenderli? Otto sponsor contattatati, cinque risposte negative ricevute, due non hanno neanche risposto. E poi: la salvezza.

Non prendere i lettori per i fondelli

Ogni rivista ha bisogno di un buon mito fondativo, meglio se autentico. "La fondazione per i media era la nostra ultima carta, ma in realtà non sostiene mai le riviste cartacee", ricorda Martin. L'ultimo giorno disponibile imbuca la domanda. Nella cassetta della posta notturna. E poi la telefonata di Anne, un bel po' dopo: "Stiamo stappando una bottiglia di prosecco". Poi, in agosto, la produzione del numero zero. 100 copie, un embrione, già molto simile alla futura creatura. "Così già per il primo numero avevamo spazi pubblicitari pagati", dice Martin. Le pubblicità, appunto. Sono disposte a sinistra e a destra, ai margini delle pagine. Separate dal contenuto redazionale. Intanto, questo è degno di nota. "Non accettiamo i pubbliredazionali. Non vogliamo prendere i nostri lettori per i fondelli".

Per il secondo numero il crowdfunding dà loro un'altra volta una mano, e la macchina si mette in moto. Quando dopo cinque numeri la sponsorizzazione cessa, il bambino si regge sulle sue gambe. Che non significa che loro quattro riescano a vivere di questo. Tutti hanno anche un altro lavoro. Stadtlichh è figlio dell'amore, non del profitto.

E gli autori, i fotografi, i parolieri, gli illustratori e tutti gli altri collaboratori? "L'unico che possiamo pagare è l'addetto agli spazi pubblicitari, perché viene pagato a percentuale. Economicamente non è possibile fare di meglio", dice Martin. E questa cosa non gli piace. Ciononostante è convinto della sua creatura: "La rivista ha successo, anche se non ci guadagniamo dei soldi". E se si prendessero dei soldi?

Su questa domanda ci pensa un po' su. E allora i problemi crepitano nella sua testa: come spiego ai lettori che devono improvvisamente pagare? La tiratura crollerebbe, la vendita pubblicitaria diventerebbe più difficile. E del prezzo di vendita rimarrebbe all'editore solo il 50 per cento. Un 25 per cento va normalmente alla grande distribuzione, un altro 25 per cento è per le edicole. E poi c'è questo formato non convenzionale e poco maneggevole: troppo grande per una normale rivista. 

E il futuro? Già, il futuro. "Ci sono già persone che dicono: diventate adulti! Loro hanno già realizzato che non si va avanti in questo ma in un altro modo, e ora guadagnano pure. Ma io non ho abbandonato la speranza che possa andare avanti così: con una rivista che sia esattamente quella che vogliamo". Dice Martin.

"Sì, per favore", dico al cameriere. Il mio caffellatte è freddo.

La rivista viene pubblicata da dicembre 2010 ogni quattro mesi, con una tiratura, ad oggi, di 20.000 copie. Si consulta gratuitamente. Si può riceverla anche in abbonamento. Questo però è a pagamento.

Questo articolo rientra nel progetto Orient Express Reporter II tripled