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Sindrome post-Erasmus: sos depressione

Articolo pubblicato il 09 novembre 2007
Articolo pubblicato il 09 novembre 2007
Erasmus = feste no stop + flirt, per di più all’estero. Ma una volta rientrati, la maggior parte degli studenti vive una sorta di depressione, tra la nostalgia e l’apatia. È finita l’età dell’innocenza?

«Chi, alla fine dell’esperienza Erasmus, non sa che una volta rientrato in patria, casa sua gli sembrerà bruttissima, la città tristissima, l’università noiosissima, la tv squallidissima e gli amici scontatissimi?» A dirlo è Fiorella de Nicola, una studentessa italiana che ha dedicato la sua tesi in sociologia all’Antropologia dell’Erasmus. Le sue conclusioni su quella che chiama “la sindrome post-Erasmus” sono eloquenti.

Atterraggio turbolento

«L’anno all’estero è ricco di emozioni, incontri e scoperte continue ed è caratterizzato dalla sensazione di essere un po' "speciale"», spiega Aurélie, una ragazza di Orleans che ha passato un periodo a Newcastle. «A casa tutto torna a essere troppo semplice e vuoto, perché manca la novità, perpetua caratteristica dell’Erasmus». Juliane, partita per studiare lingue a Glasgow, rincara la dose: «Rientriamo a casa e realizziamo che tutto è esattamente uguale a quando siamo partiti. Invece dentro di noi è cambiato tutto.»

Nel 2007 l’Erasmus, il programma di scambio tra università più conosciuto dell’Ue, spegne 20 candeline e brinda al suo successo. Un milione e mezzo gli studenti che sono partiti, le università coinvolte si trovano in tutti i quattro angoli del Continente e finalmente c’è un’effettiva equivalenza dei corsi di studio in tutta Europa. Un solo lato negativo non compare nelle statistiche ufficiali: una volta chiusa la “magica parentesi”, la maggior parte degli studenti rientra triste o addirittura depressa a casa di mamma e papà e alla vita quotidiana. Che è per forza noiosa. Differenze con il proprio ambiente, difficoltà a condividere l’esperienza, idealizzazione del Paese straniero, ripiegamento su sé stessi. Questa fase di atterraggio turbolento, dopo la dolce vita passata tra fiesta e vodka può anche portare alla depressione nei casi più gravi.

«È molto più semplice partire che rientrare»

«L’Erasmus equivale a un rito di passaggio dei giorni nostri», sottolinea Christophe Allanic, psicologo clinico e specialista di espatri. «Lasciare la città d'origine, i genitori e ritrovarsi in una situazione sconosciuta con altri pari è una prova». Che, una volta superata, non deve far dimenticare la necessità di anticipare e di pensare al rientro. «È molto più semplice partire che rientrare», avverte Allanic.

«Tornare nel nido dopo aver scoperto l’indipendenza è molto peggio», dice Domenico, 28 anni, Presidente dell’Associazione studentesca “Planeteramus”. «Ovviamente si deprime di più chi vive in una piccola città e non aveva mai lasciato i genitori», aggiunge. Sono finite le serate a base di “tiramisù, tortilla e quiche lorraine”, le discussioni innaffiate dall’alcool tra polacchi e italiani o gli alloggi in stile appartamento spagnolo!

«Bisogna riabituarsi alla normalità», aggiunge Mina, 21 anni. In pratica bisogna rinunciare all'ottima scusa dell'accento straniero, alla sensazione di essere "diversi" e rassegnarsi a essere di nuovo come tutti gli altri e non più una creatura rara ed esotica.

Stranieri in patria

Lo studente, lasciato solo con la propria esperienza, finisce spesso per sentirsi straniero in patria e non riuscire a condividere l'anno all'estero in ambito famigliare. «Come si fa a raccontare un’esperienza così ricca in poche frasi buttate lì a caso?», si chiede Pauline, 21 anni, di cui uno passato in Irlanda. Per stare un po’ meglio molti studenti si rivolgono alle associazioni di ex-Erasmus, animano gli “International party” o si buttano nell’avventura dell' eurocoppia. La speranza? Quella di ricreare artificialmente un secondo momento d'oro. Agnieszka Elzbieta Dabek, segretaria generale dell’Erasmus Student Network (Esn), ammette: «Molti ex-Erasmus si propongono per partecipare alle nostre attività, per offrire consigli o organizzare serate cosmopolite. È un po' la scusa per mantenere viva la fiamma dell’Erasmus». Domenico giudica «illusoria» questa condivisione di un sentimento comune tra gli ex e i neofiti. «Alla fine, gli stranieri si chiudono nel loro gruppo, invece che aprirsi alla cultura locale».

Comunque, «questa elaborazione del lutto», tra depressione e idealizzazione è «assolutamente normale», secondo Allanic. Sempre che non duri più di qualche settimana. In realtà la malinconia del rientro non fa altro che segnare l’ingresso nell’età adulta e la perdita di un mondo ideale. «Tutto è stato organizzato dettagliatamente e messo in pratica per incoraggiare la mobilità dei giovani europei, ma niente è stato fatto per “il dopo"», lamenta Allanic.

Tocca alle università farsi carico del rientro dei propri studenti, accompagnandoli in questa fase di passaggio, «senza la quale l’esperienza può diventare un disastro. Non dimentichiamoci che il ruolo degli adulti è quello di aiutare i ragazzi a crescere».