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Sea Watch: una nave per i migranti

Articolo pubblicato il 29 luglio 2015
Articolo pubblicato il 29 luglio 2015

Sono 587 le persone che finora Sea Watch ha salvato nel Mediterraneo. Dopo alcune difficoltà iniziali, il suo equipaggio è riuscito a portare al sicuro dei rifugiati nelle settimane scorse. Ruben Neugebauer ha passato due settimane a bordo di questa imbarcazione (privata). Tornato a Berlino: il giornalista commenta le prime missioni e critica l'inerzia dell'Europa in fatto di politiche migratorie. 

cafébabel: Cosa succede quando ti rendi conto che il tuo progetto funziona per davvero? Che la tua imbarcazione riesce davvero a portare i migranti sani e salvi sulle coste europee?

Ruben Neugebauer: Da una parte è ovviamente una gioia immensa. L'8 luglio abbiamo rintracciato il primo barcone e abbiamo potuto salvare 98 persone. Da allora abbiamo portato a termine con successo altre sei missioni. È un grande sollievo vedere i primi risultati del metodo Sea Watch. All'inizio era essenzialmente un esperimento. I barconi che abbiamo rintracciato non avevano alcun telefono satellitare a bordo: li abbiamo avvistati soltanto grazie ai nostri pattugliamenti. Per il momento, siamo l'unica imbarcazione civile nella zona. Le altre, come quelle del MOAS (Migrant Offshore Aid Station) o Medici senza frontiere, quando c'era bisogno del loro intervento, erano al completo e in rotta verso la Sicilia. Per alcuni è stata una vera fortuna che Sea Watch si trovasse lì. D'altra parte, questo fa riflettere, perché significa che laggiù ci sono uomini e donne in costante pericolo di vita. Sea Watch può salvare delle vite, ma non può risolvere davvero la situazione. 

cafébabelE chi può risolvere la situazione nel Mediterraneo?

Ruben Neugebauer: Queste persone avrebbero bisogno di vie legali per raggiungere l'Europa. Finora tutti i barconi che abbiamo rintracciato erano a circa 24 miglia dalla Libia. In condizioni disastrose. In Libia c'è la guerra civile. Che cosa accada in quelle 24 miglia a ridosso della costa, nessuno di noi lo sa.  Siamo molto contenti delle operazioni di salvataggio che abbiamo portato a termine. Allo stesso tempo, però, ogni volta emerge l'urgente bisogno di un intervento da parte dell'Unione europea. Tutte le volte potrebbe finire in tragedia. Il barcone che abbiamo rintracciato oggi era da due giorni in mare. Sulla prima barca che avevamo intercettato, una persona si era rotta una gamba: probabilmente era successo mentre saliva a bordo. Spesso, sulle imbarcazioni, ci sono molte persone che non sanno nuotare. Ciascuna di queste barche trasporta persone che rischiano la vita. È questa consapevolezza a darci, ogni giorno, uno scossone. E speriamo che riesca a scuotere anche qualcun'altro. 

cafébabel: Come riuscite a sopportare queste esperienze sul piano emotivo?

Ruben Neugebauer: Sea Watch è un progetto privato, messo in piedi da volontari. A bordo, però, abbiamo veri e propri professionisti. Attualmente, l'équipe medica è guidata da Frank Dörner, ex direttore generale di Medici senza Frontiere. Molti membri dell'equipaggio avevano già partecipato a missioni in contesti di crisi o catastrofi naturali. E anche gli altri sono stati adeguatamente formati. A bordo abbiamo un infermiere di pronto soccorso, che normalmente lavora nel mare del Nord. A volte parlano di noi come una banda di dilettanti, ma questo non è assolutamente vero. Le missioni ci toccano emotivamente, ma personalmente non riuscirei a sopportare di starmene lì e non fare nulla. Le immagini di ciò che accade nel Mediterraneo sono note a tutti: tra vent'anni nessuno potrà dire che non sapevamo cosa accadesse vicino alle coste italiane. 

cafébabel: Cosa ti ha portato a prendere parte al progetto?

Ruben Neugebauer: Sono un giornalista e mi è capitato di lavorare nelle terre dalle quali provengono i rifugiati. Nel 2013 ero in Siria. Quando si è al corrente di ciò che accade laggiù, si vuole fare qualcosa a tutti i costi. È un puro caso che io sia nato in Germania: ho avuto la fortuna di non dover fuggire da condizioni di vita disumane. Se non facessi nulla, anch'io sarei corresponsabile di ciò che avviene nel Mediterraneo. La politica europea costringe queste persone a ricorrere ai gommoni e ai trafficanti. All'inizio dell'anno ho scoperto per caso questo progetto e sono venuto da Harald (Höppner, il fondatore di Sea Watch, n.d.r.). 

cafébabelChiunque voglia dare una mano può partecipare a Sea Watch?

Ruben Neugebauer: No, assolutamente no. Sulla barca c'è un'équipe medica, un equipaggio nautico e c'è anche un posto per un giornalista, perché vogliamo che il progetto abbia una eco mediatica. In caso di necessità, però, anche i giornalisti devono essere in grado di dare una mano. 

cafébabelIl fondatore del progetto, Harald Höppner, non aveva mai lavorato con i rifugiati. Ha un negozio online di abbigliamento e ha investito il proprio capitale privato. 

Ruben Neugebauer: Harald viene dalla DDR: ha toccato con mano che cosa significhi non potersi spostare liberamente. Lo scorso 9 novembre, in occasione del 25° anniversario della caduta del Muro di Berlino, ha capito ancora più chiaramente che tutt'oggi esistono dei confini, i quali limitano la possibilità di viaggiare. Il diritto di asilo, riconosciuto formalmente dall'UE nella sua Carta dei diritti fondamentali, è una farsa. Per le persone è assolutamente impossibile provare a usufruire di tale diritto senza aver prima intrapreso un viaggio nel quale rischiano la vita. Mi ha impressionato il fatto che abbia investito i suoi soldi (120 mila euron.d.r.) per fondare l'ONG. 

cafébabel: A un certo punto un membro polacco dell'equipaggio ha affermato che Sea Watch fosse là per fare vacanze gratis a Lampedusa. Che cos'era successo? 

Ruben Neugebauer: Non ho voglia di farmi carico di questo fango che ci viene gettato addosso. Le accuse sono infondate. E lo abbiamo dimostrato nei giorni scorsi. A chi insinua che non salviamo nessun migrante, rispondiamo con i fatti. 

cafébabel: Come vengono rintracciate le imbarcazioni dei migranti?

Ruben Neugebauer: Cooperiamo con Watch the Med, che è un partner molto valido. Loro ricevono chiamate d'emergenza e contattano sia noi sia la Guardia costiera: ci comunicano le coordinate, così che possiamo muoverci nella giusta direzione. Mandiamo in avanscoperta la nosra motovedetta, che può viaggiare fino a 30 nodi e raggiungere velocemente il luogo indicato. Così abbiamo agito nella nostra prima missione. In altri casi, può succedere che riusciamo a rintracciare delle persone grazie al radar o al cannocchiale. Le ultime imbarcazioni le abbiamo trovate così.  

cafébabelStiamo andando verso la costruzione di una "Fortezza Europa": innalziamo dei muri, la Germania ha appena rivisto la sua politica sul diritto d'asilo. Perché, nonostante tutto, continuate a fare quello che fate?

Ruben Neugebauer: L'Europa blocca tutte le vie sicure per raggiungere il continente. Questo costringe i migranti a mettersi su imbarcazioni del tutto inadatte per affrontare quel tragitto. L'unica soluzione che viene in mente ai vertici europei è affondare le imbarcazioni dei trafficanti. All'inizio pensavo scherzassero. Eppure ci sarebbe una soluzione molto più semplice: se si desse la possibilità a questa gente di comprare dei biglietti per questo viaggio, si cancellerebbe, dall'oggi al domani, lo spettro della morte sul Mediterraneo. Un biglietto dalla Tunisia alla Sicilia costa 80 euro, e nessuno dovrebbe perdere la vita. L'UE ha accollato il problema alle compagnie aeree e navali, le quali dovrebbero sostenere le spese in caso di rimpatrio (o espulsione, cfr. Direttiva UE 2001/51/CEn.d.r.): il problema viene semplicemente risolto non facendo volare nessuno. È una vergogna che l'Unione, peraltro insignita del premio Nobel per la pace, resti a guardare. In ogni caso, noi continueremo la nostra missione fino a che ce ne sarà bisogno. Purtroppo ho il sensazione che dovremmo rimanere ancora a lungo in mare.