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Se l’Europa vende armi in Medio Oriente

Articolo pubblicato il 27 luglio 2006
Articolo pubblicato il 27 luglio 2006
Certo l’Ue deplora l’escalation di violenza in Medio Oriente. Ma sono molti gli Stati europei che ancora vendono armi a Israele e Libano. Una riforma del Codice di Condotta europeo sulle esportazioni di armamenti è sempre più urgente.

Gli scontri militari tra Israele e Libano hanno già fatto centinaia di vittime, provocando grande costernazione tra i cittadini dell’Unione. Ciononostante da diversi anni gli Stati europei approvano esportazioni di armi verso Israele ed i paesi limitrofi, nonostante la preoccupazione che ciò possa condurre all’instabilità della regione e ad abusi nel campo dei diritti umani. Come emerge dai dati pubblicati dalla Divisione Statistica del Dipartimento dell'economia e degli affari sociali dell'Onu nella banca dati Comtrade, nonché dai rapporti annuali sulle esportazioni dei singoli stati, numerosi governi europei hanno autorizzato il commercio di armi convenzionali, mitragliatrici, bombe e fucili militari verso il Medio Oriente.

Esportazioni nascoste

Fra gennaio e marzo del 2006, per esempio, l’Inghilterra ha autorizzato esportazioni di apparecchiature militari verso Israele per un valore di 2 milioni di sterline, ivi compresi componenti per elicotteri militari ed unità sommergibili. Nel 2004 la Repubblica Ceca ha esportato un elicottero Mi 24D verso Israele. Nel 2004 tra i trasferimenti più rilevanti tra Stati europei ed Israele si includevano: pistole e revolver (inclusi accessori e ricambi) per un valore di 25.996 dollari dalla Repubblica Ceca; munizioni per armi leggere per un valore di 208.000 dollari dalla Germania; e 383.918 dollari in componenti e accessori per revolver o pistole dall'Austria. Nel 2004 l'Italia ha esportato 470.691 dollari di revolver e pistole e 338.647 di munizioni al Libano.

Riformare il Codice di Condotta

Questi trasferimenti, benché ragguardevoli, non esauriscono la totalità dei traffici legali. A differenza degli Stati membri dell’Unione, Israele e Libano non dichiarano le loro importazioni di armi. In assenza di queste informazioni, gli osservatori devono far conto esclusivamente sui dati, solitamente incompleti, forniti dagli esportatori. La trasparenza è una questione assolutamente primaria per il controllo del traffico di equipaggiamenti militari. Quel poco che si conosce sulle spedizioni di armi verso Israele ed i suoi vicini non è sufficiente per comprendere se queste vengano destinate ad uso civile o militare.

Uno strumento europeo di controllo delle armi, però, esiste. Il Codice di Condotta dell’Ue è stato creato nel 1998 per stabilire “elevati standard comuni” per le licenze di esportazione delle armi. Secondo il dettato del testo, gli Stati Membri devono rifiutarsi di accordare tali licenze se le armi sono vendute a paesi in cui potrebbero causare violazioni di diritti umani, repressioni interne, aggressioni internazionali o instabilità regionale. Il Codice inoltre richiede di prendere in considerazione l’attitudine del paese in questione rispetto al terrorismo e al rispetto del diritto internazionale. Il Codice, però, non è giuridicamente vincolante: e di conseguenza non obbliga i singoli Stati contraenti al rispetto delle sue previsioni. Ed è abbastanza ambiguo riguardo ai trasferimenti di armamenti da lasciar loro una certa libertà di manovra nel concedere licenze d’esportazione destinate a paesi sospettati di violazioni di diritti umani.

Queste vaghezze espressive nel codice, dunque, permettono agli Stati membri un’interpretazione piuttosto libera delle sue prescrizioni: d’altro canto, la normativa europea non copre tutti i tipi di equipaggiamento, tecnologie o componenti militari. Un'ulteriore questione concerne l’assoluta mancanza di informazioni circa l’utente ultimo delle armi esportate, che potrebbero quindi anche finire nelle mani dei civili: una mancanza, questa, che ostacola anche la possibilità di individuare prove di violazioni di diritti umani commesse usando armi provenienti dall’Unione Europea.

Le scappatoie nel Codice, unitamente all'assenza di controlli internazionali efficaci, continueranno a permettere che le esportazioni di armi dall’Ue raggiungano stati dove il rischio di violazioni dei diritti umani è molto reale. Se nell’immediato il Codice europeo trarrebbe beneficio da una maggiore severità, la soluzione di lunga durata non può non consistere nella creazione di un catalogo di criteri e procedure internazionali comuni, giuridicamente vincolanti. Per poter meglio vagliare eventuali violazioni, urge quindi un trattato internazionale sulle esportazioni di armi e, in particolare, maggiore trasparenza per garantire indagini più esaurienti.