società

Saimir Mile e la Voce dei rom

Articolo pubblicato il 16 agosto 2008
Articolo pubblicato il 16 agosto 2008
Saimir Mile è Presidente dell’associazione La voix des Rroms, fondata a Parigi nel 2005. Dal 2006 l’organizzazione ha un blog omonimo che ha lo scopo di far parlare i rom e combattere la “gitano fobia”. Parliamo d’integrazione inefficace, di terminologie sbagliate e di un “etnobusiness” difficile da sradicare. «In Europa? Manca un riconoscimento giuridico».

Quali sono i pregiudizi più radicati nei confronti dei rom ?

«Il principale credo sia quello che vuole i rom ripiegati su sé stessi, chiusi nella loro comunità, disinteressati a integrarsi nei Paesi in cui vivono. L’immagine per eccellenza è quella dello zingaro che ruba e che vive in un sudicio campo, ma magari guida la Mercedes e ha i denti d’oro massiccio. Bisogna dire che i rom che vivono in accampamenti degradati ai margini delle città sono una minoranza. In Francia, ad esempio, sono l’1 o l’1,5% dei 500.000 rom del Paese. Inoltre, la presunzione circa la chiusura dei rom deriva dalla scarsissima conoscenza che gli altri hanno di loro».

Chi sono dunque i rom? 

«Ecco, questa è una buona domanda. Ma prima di rispondere bisognerebbe porsi la stessa domanda per gli altri popoli europei: chi sono i francesi? E gli italiani? Sono identità diverse, che si sono fuse nel tempo fino a creare le nazioni di oggi. I rom erano in origine abitanti dell’India meridionale, da cui furono cacciati circa 800 anni fa. Da qui è nato il popolo rom, che poi si è diversificato al suo interno a seconda dei luoghi che ha attraversato per giungere, soprattutto, in Europa».

Che dire del sentimento di appartenenza di questo popolo?

«Il sentimento identitario tra i rom è forte. Ho un cugino, in Albania, che voleva sposare un’albanese, ma i suoi genitori, entrambi rom, si sono opposti. C’è una volontà diffusa di “restare tra rom”, ma non sempre è così. Spesso le donne che vogliono sposare un “gadjo”, un non-rom – che generalmente non si integra nella comunità dopo il matrimonio – vengono ostacolate. Il problema è facile da capire: più si viene respinti, esclusi dalla società, più si tende a chiudersi all’interno della propria comunità. E la storia dei rom è piena di “rifiuti”».

In Francia, come altrove in Europa, l’integrazione sembra scarsa. Ci sono Paesi in cui le cose vanno meglio?

«Le cose andavano meglio nei Balcani, prima della guerra. In Albania, il Paese da dove vengo, c’era molta più mescolanza: gli albanesi imparavano il romani (la lingua parlata dai rom e dai sinti, ndr) nei villaggi, cosa che in Francia non vedrai mai!»

Perché i progetti d’integrazione falliscono?

«Perché manca una visione globale, serena e chiara di quello su cui si vuole intervenire. La terminologia ne è la prima testimone: in Francia si parla di “gens du voyage” (persone del viaggio, ndr) quando i rom non sono più nomadi da tempo. Questa definizione dimostra che l’individuo rom non esiste, e questo in una Repubblica che rifiuta il comunitarismo. A questo punto, se le istituzioni persistono nel chiamare “nomadi” i rom, è perché vogliono che questi siano nomadi. Chiarire i concetti vorrebbe dire perdere impieghi e sovvenzioni legati a quello che può essere definito “l’etnobusiness rom”, che alcuni giustamente definiscono la “Gypsy industry”. Molti hanno fatto delle “questioni zingare” una specialità: imprese che gestiscono le “aree d’accoglienza” (i campi, spesso creati vicino a discariche e fabbriche inquinanti, dove vive una parte della popolazione rom, ndr), imprese di sicurezza, associazioni a cui lo Stato francese ha delegato la gestione dell’amministrazione e dei servizi ai rom, etc. E spesso questo è controproducente, perché mantiene la popolazione in una situazione di dipendenza completa».

A livello europeo, quali sono le politiche prevalenti riguardo ai rom?

«In Europa prevale ancora la concezione dei rom come popolazione “asociale”. Il primo passo da fare, secondo noi, è il riconoscimento giuridico dei rom e della loro cultura. Da alcuni anni, grazie allo sviluppo di Internet, abbiamo stabilito una rete di contatti con altre associazioni di rom di diversi Paesi europei. Insieme abbiamo elaborato nel 2001 uno Statuto-Quadro del popolo rom da far approvare all’Unione europea. Ma la strada per il riconoscimento è ancora lunga».