società

Roma: violenze omofobe e disinteresse politico

Articolo pubblicato il 21 settembre 2009
Articolo pubblicato il 21 settembre 2009
Dopo l’attacco con bombe carta contro la comunità omosessuale romana, in via San Giovanni in Laterano, piccola inchiesta sui vari volti dell’omofobia italiana.

«Ci sono certi di sesso diverso che non si amano quanto altri di sesso uguale», dichiara un bambino sui nove anni volendo definire l'omosessualità. La frase arriva dal cortile di una scuola elementare italiana mentre altri scolari giocano, si rincorrono, urlano tra loro di fermarsi.

Testimonianza di un Paese che si apre alla diversità parlandone e, quindi, già accettandola per metà. Si potrebbe sperare. Più semplicemente, una raccolta di testimonianze e volti, sotto forma di documentario. L'ennesima, per convincere il Bel Paese di quanto sia vasta la definizione del “normale”, soprattutto in amore. Peccato che la voce del bambino provenga da uno schermo cinematografico. E che L'amore e basta, non sia una dichiarazione di resa di ogni sorta di pregiudizio sessuale ma, banalmente, il titolo del documentario di Stefano Consiglio in proiezione dal 4 settembre 2009 nelle sale italiane. 

Bombe carta, aggressioni e omertà

Mentre altri rumori ben più forti, quelli della cronaca, partono dalla via San Giovanni in Laterano,anche conosciuta come la Gay street di Roma. Nel quartiere frequentato dagli omosessuali della capitale, poco distante dal Colosseo, la diversità sessuale qualcuno l'ha presa a calci, qualcuno a pugni, altri ad insulti e qualcuno anche a bombe. «Chi? Magari a saperlo. Qua sono tutti gayfriendly se domandi. Se ti picchiano, mica lo fanno perché non sopportano che stai accarezzando, da maschio, un altro maschio sotto ai loro occhi. Certo che no. Ti prendono a bastonate perché magari hai abbinato male il colore della maglietta con quello dei pantaloni. Ecco che succede. In Italia», ironizza con queste parole un transgender durante il presidio organizzato in seguito all'episodio dell'esplosione di bombe carta in via San Giovanni a Roma poco prima della mezzanotte del 1° settembre. In realtà fa il verso a Svastichella, l'uomo che, in agosto, picchiò due gay (ferendone gravemente uno) vedendoli baciarsi fuori dal Gay Village (famosa serata del quartiere Testaccio, Roma): «Non perché sono omosessuali ma perché mi hanno insultato». In Italia, se si è omofobi lo si è in maniera accidentale, a causa dela diversità che ha commesso l'imprudenza di uscire dalla riserva protetta, la politica (invece) non c'entra niente. Neppure quella di certi partiti, movimenti, organizzazioni. Niente.

nosleeper/flickr

Rivendicare diritti

«Quello dell'omofobia è un fenomeno che si è evoluto negli ultimi anni. Dal 2006, quando abbiamo cominciato a raccogliere i dati, il numero di denunce da parte di gay che hanno subito violenze è cresciuto. Questa è una nota positiva: significa che la comunità inizia a prender coraggio e a denunciare ma, ovviamente, negativa umanamente e socialmente parlando. È grave ciò che sta accadendo a Roma e il peggio è che non è la sola città d'Italia in cui c'è stata un'escalation di violenze contro di noi», spiega il Presidente dell'Arcigay (Associazione lesbica e gay italiana, ndr) Aurelio Mancuso. «È una reazione al nostro esser diventati soggetti che pongono problemi pubblici, che fanno richieste. Se solo ci fosse una copertura politica, se solo ci venisse accordato qualche diritto, magari, col tempo, la nostra diversità diventerebbe culturalmente e socialmente minima». 

Disinteresse politico

Così, dopo ogni episodio d'intolleranza, arrivano le dichiarazioni di condanna del sindaco, del parlamentare, del segretario di partito, salvo poi ricominciare. «Esiste una parte politica che incita all'omofobia. E la chiesa contribuisce anche con l'opinione che ha degli omosessuali. Noi chiediamo al Governo e al Parlamento, al più presto, risposte adeguate, che affrontino in modo serio, e non ideologico, il tema della difesa della nostra incolumità, dall’estensione della legge Mancino per i reati d’odio nei confronti delle persone omosessuali e transgender, dando in primo luogo un segnale utile a mutare il clima sociale e culturale che si sta affermando nel nostro Paese, recuperando così la distanza con gli altri Stati europei», conclude Mancuso.

In via San Giovanni dicono che si vedono ancora di quelle teste un po’ troppo rasate attraversare la strada, fermarsi, guardar male, e anche che arrivano tra i volantini dell'arcigay altri che sostengono «Madre più padre, una famiglia normale».

«Noi non abbiamo paura, c'era scritto così sul nostro manifesto di protesta del 2 settembre. Ma non è vero. Anche noi temiamo una diversità, quella di chi vorrebbe cancellare le differenze a bastonate. Sa quante volte mi hanno preso a calci? Minacciato con coltello? Mi fa ridere quando vedo quei film in cui sembra che tutta l'ostilità che un diverso - come dite voi - debba sopportare sia quella del padre e della madre», racconta Monica, transgender, mentre beve davanti al Colosseum bar con maglietta e gonna rosse, ben abbinate.