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Roberto Saviano: «La Spagna? Per la Camorra è Costa nostra»

Articolo pubblicato il 16 ottobre 2007
Articolo pubblicato il 16 ottobre 2007
Dagli investimenti nella Costa del Sol alle banlieues francesi. Seconda puntata dell'intervista all'autore di Gomorra. Che dice anche: «L'antipolitica? Troppo generalista».

Leggi la prima parte dell'intervista a Saviano

In un'intervista a El País lamentavi il disinteresse della classe politica rispetto al fenomeno camorristico...

Se i lettori si muovono qualcosa si muoverà. Se i lettori ignorassero queste parole, i media ignorerebbero queste storie. È inutile prescindere dal mercato. Il lettore è un consumatore. Solo che a differenza del consumatore di yoghurt, il lettore può, consumando, pretendere che quelle parole debbano avere spazio. E questo è molto diverso rispetto a trent'anni fa, all'epoca di Pasolini o di Jean-Paul Sartre, quando l'autorevolezza del loro impegno – anche molto più politico – suscitava l'interesse dei media indipendentemente dall'attenzione del pubblico. Oggi questo è impensabile. Scrivere di camorra e non avere attenzione significa condannarsi alle querele, alle diffamazioni, alla solitudine. In questo senso io mi ritengo molto privilegiato. E sono riuscito a uscire da quella che è la vera condanna: la condanna di essere accusato...

Intanto durante il tuo ritorno a Casal di Principe, per una manifestazione pubblica sulla legalità, le accuse sono piovute...

Certo. Ed è assurdo che un vecchio padrino (Nicola Schiavone, ndr) possa scendere in piazza e si faccia intervistare dalle telecamere di tutta Italia. Questo significa che il Paese ha dimenticato di raccontare. E poi quelle frasi che sembrano solo apparentemente di insulto gratuite: «La Camorra non esiste». I giornalisti quasi ridacchiavano: «È esattamente il tipo di frase che ci aspettavamo dicesse un personaggio così». Ma sia chiaro: le loro frasi hanno una ragione profondissima. Loro sostengono che non facendo rapine, prostituzione, non spacciando droga sul territorio possano poi sostenere: «Dov'è la Camorra? Noi siamo imprenditori. Facciamo cemento, invesitmenti. Dov'è il problema? Il problema sei tu che vuoi diventare ricco attaccando il nostro potere che non riesci ad attaccare facendo l'imprenditore come noi». E in ultimo l'attenzione dei ragazzini intorno alla mia macchina che mi hanno detto: «Hai scritto un bel romanzo». “Romanzo” come sinonimo della cosa più inutile che possa esistere. Ma poi i librai della zona mi raccontano del ragazzino che marina la scuola, magari del somaro che si va a godere gli ultimi capitoli... Quando vado nelle scuole i primi della classe hanno diffidenza ma gli ultimi della classe, i strabocciati se lo leggono...

Negli altri paesi europei come viene combattuta la mafia? Nell'intervista a El País sembravi scontento...

Sì, ero scontento perché in Europa si è indietro. In Spagna fino al 2000 non c'era l'estradizione per motivi di mafia. In Inghilterra non c'è il reato di associazione mafiosa. In Francia non si può intercettare una telefonata di un camorrista perché non esiste la possibilità di fare indagini se sei mafioso ma solo se commetti reati di mafia (omicidi, estorsioni...).

Il reato di mafia esiste solo in Italia?

Fino in fondo sì.

Qual è il paese europeo più legato alla Camorra?

Senza dubbio la Spagna. È lì che si snodano gli affari colossali della Camorra intorno al traffico di stupefacenti e al riciclaggio di denaro sporco nel settore immobiliare. La Costa del Sol i camorristi la chiamano Costa Nostra. Vedono il mondo come una specia di risiko in cui le diverse famiglie prendono possesso di un determinato territorio. Insomma io credo che il problema o viene trattato in un ambito europeo o non c'è più niente da fare.

In un'intervista hai detto che la Spagna è per i camorristi quello che fu la Francia della dottrina Mitterand per i brigadisti. Ma non c'è stata nessuna dottrina Aznar...

...o Zapatero, no: è vero. L'accoglienza fatta alla Camorra è più sottile. Il business della coca e gli investimenti nel settore immobiliare irrigano l'economia spagnola. C'è un accordo tacito secondo cui la criminalità napoletana può far affari a condizione di non scatenare azioni militari. Certo dopo gli attentati dell'11 marzo 2004 (di matrice islamista, ndr), la Spagna ha operato un giro di vite sul controllo delle coste. E così la droga è finita dirottata in altri porti come Anversa, Rostock, Salerno. Ma attenzione: quegli attentati furono finanziati con il denaro del narcotraffico. Certo, è più facile raccontare i talebani dal punto di vista della teologia islamica ma non è pensabile non raccontare l'aspetto criminale, i loro legami con la mafia turca. Sono fatti. Io non ho mai raccontato segreti.

Siamo a Parigi, terra di banlieues. È possibile un parallelo col degrado urbano napoletano? Secondigiano, dopo tutto, è una mega-banlieue di case popolari...

Direi di sì soprattutto se si pensa alla struttura sociale. Considerare ancora la periferia un lato morto del territorio è un'idiozia molto più italiana che francese. La periferia in realtà è la città non ancora realizzata. E poi la loro è una produzione quasi sempre criminale. La differenza abissale tra Secondigliano e Saint Denis è che non c'è un'infrastruttura imprenditoriale organizzata in Francia. Infatti i napoletani li sfottono. In una canzone dei Cosang si dice: «A Francia s'atteggia/ ma là nunn' esiste 'o sistema ca paga i stipendi/ 'e pegg' nun s'assettano cu' chi fa 'e leggi». Un modo per dire: voi urlate “Parigi brucia” ma sappiate che in Francia non ci sono salari per le famiglie dei camorristi. Le banlieues non hanno prodotto una mafia seria, capace di fare il salto di qualità. Hanno piccole gang. Però credo che avverrà. Oggi per esempio tutte le minoranze magrebine sono comandate dalla mafia turca.

Vedi un cambiamento nelle nuove generazioni, nel loro rapporto con la Camorra?

C'è una gran voglia di capire che mancava alle vecchie generazioni, c'è un approccio meno ideologgizzato. Non vedono più i camorristi come gli amici dei democristiani. E poi la cosa divertente: i ragazzini hanno come mito il boss Cosimo Di Lauro. Sono troppo epici questi personaggi... Io ragazzino perché devo identificarmi in Romano Prodi o Silvio Berlusconi? Purtroppo l'unico potere che esprime epica è criminale.

Cosa pensi di Beppe Grillo?

Ha fatto delle cose fondamentali, come le sue inchieste che porta in teatro. Ma il clima antipolitico che si respira in Italia, temo che sia troppo generalista, un po' inquietante. Io vorrei che la politica ritornasse a personaggi come Antonio Cangiano, il vicesindaco di Casapesenna che rifiutò di far vincere un appalto alla Camorra la quale gli sparò alla spina dorsale. Ecco a me piacerebbe che si tornasse a una politica fatta di racconto, denuncia, trasformazione. Se solo i nostri politici avessero avuto sul comodino anziché Ho chi Min i meridionalisti italiani come Gaetano Salvemini... Loro raccontavano l'Italia di oggi. Forse la classe politica italiana deve rinnovarsi guardando agli esempi del passato.

In un'intervista a cafebabel.com Erri De Luca disse di Gomorra: «È un fotogramma molto ben messo a fuoco (...) ma un mese dopo è già scaduto». Cosa ne pensi?

Mah... penso che lui conosca poco questa realtà... Certo tutto cambia velocemente ma i modelli economici che vengono descritti no: perché sono non quelli della criminalità ma del capitalismo stesso. È chiaro che diverrebbe desueto il mio libro – e lo spero vivamente – nella misura in cui dovesse mutare il percorso del capitalismo.

De Luca diceva anche che «nella letteratura non ci deve essere l’intenzione di essere impegnata sennò è fiacca»...

Capisco la diffidenza verso l'impegno. Poi non so se la mia è letteratura impegnata e...

Se Gomorra non è impegnato...

Se impegno significa raccontare la realtà, raccontare il potere, arrivare ai ferri corti col reale allora sì. Vedi, io rispondo a De Luca con una semplicissima frase di Céline che, ormai vecchio e ostracizzato, considerato un nazista, alla domanda «ma per lei quanti modi ci sono di fare letteratura?» rispose così: «Ce ne sono solo due: fare letteratura e costruire spilli per inculare le mosche». Ecco, a me inculare le mosche non interessa. Poi se sono riuscito a fare letteratura non lo so...

Siamo nell'epoca delle enciclopedie universali, di Wikipedia. Se dovessi definire la Camorra?

Ti posso dire che la prima frase sarebbe senz'altro “organizzazione imprenditorial-criminale”.

GUARDA IL VIDEO DELL'INTERVISTA A ROBERTO SAVIANO

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