società

Rifugiati afghani: ovunque profughi e non uomini

Articolo pubblicato il 29 settembre 2009
Articolo pubblicato il 29 settembre 2009
Attraversano l’Iran, la Turchia, il mare, e poi la Grecia e l’Italia, con la speranza di approdare in uno dei paesi membri dell’Unione Europea. Ma, a causa della Convenzione di Dublino II, si ritrovano bloccati in Italia, presi in ostaggio dal diritto di asilo. Reportage.

In via Ostiense si cerca il modo per farsi invisibili. Roma è, per molti dei rifugiati afghani presenti nella capitale, una città difficile da abbandonare. Da anni. Però, pure un posto dove è impossibile rimanere, cioè esistere. La mattina del 15 aprile 2009, per esempio, le tende blu distribuite dai volontari del Medu – Medici per i diritti umani – hanno guidato le forze dell'ordine fino a un accampamento. Lo sgombero immediato è stato intimato poco dopo. 

Voci anonime

 (foto ufficiali del film:Guy Ferrandis)«Sono qui in attesa che la mia richiesta d'asilo venga accolta», dice Samadali e ripetono tutti gli altri, indistintamente. Di giorno li si vede seduti all'uscita della metro, fermata Piramide, Linea B direzione Laurentina, divisi in gruppi di quattro, tra le bottiglie di birra Peroni vuote e fazzoletti usati. Parlano in pashtu (lingua parlata in Afghanistan dal popolo pashtun, ndr) prestando attenzione a qualsiasi presenza estranea. Alcuni sono molto giovani, altri, invece, vecchi, quasi tutti richiedenti asilo. «Vorrei andare in un altro posto ma sono bloccato. Sono stato costretto a chiedere asilo in Grecia, poi, però, sono andato via perché ci stavo male. Non lavoravo. Qui sbrigo qualche faccenda, aiuto un mio amico. Non posso rimanere. Non posso partire. Non voglio riprendere la strada d'Atene. E neanche si potrebbe mai, ora, tornare a Kabul, dove sono nato». La storia è pressoché identica, la testimonianza di uno è la voce di tutti; il racconto è noto: la traversata dell'Iran, la Turchia, il mare e la Grecia, infine l'Italia, dove restano ad aspettare per lungo tempo.

Profughi e non uomini

In Grecia molti di loro hanno perso la libertà di poter esistere civilmente altrove, in uno qualsiasi degli altri Stati membri poiché la Convenzione di Dublino II vuole che la richiesta venga inoltrata nel primo paese d'approdo della Comunità Europea e il primo, appunto, è la Grecia. Nonostante sia solo meta di passaggio, «Io non avrei voluto. Non sapevo neppure se sarei mai rimasto in Italia, dove avrei dovuto raggiungere mio fratello, neppure ci pensavo a chiedere asilo; mi hanno preso le impronte, però, e anche se volevo esser felice, protetto, in Europa e non più tra la guerriglia in Afghanistan, mi sono sentito come messo in carcere. Nello stesso modo in cui sono scappato da Ghazni prima, sono scappato da Atene, poi. E nulla è cambiato. Ovunque sono profugo e non uomo», racconta un ventenne. Adesso ci troviamo nell'accampamento dove si va a dormire, un po' distante dalla stazione. Samadali dice che le tende montate in maniera irregolare una a ridosso dell'altra, divise dagli indumenti messi ad asciugare giorno per giorno, gli ricordano i monti di Safed Koh. «Senti come profuma questo pezzo di pelle, l'ho portato via dal mio paese», Ghazni (città a 200 km a Ovest da Kabul) è famosa per la manifattura di pelle ricamata, e i monti di Safed Koh sono da sempre il luogo adatto per nascondersi, soprattutto per i talebani. Alcuni, ancora, ritengono che Bin Laden non si sia mai spostato da lì.

(lessio/flickr)

Gente di passaggio

Qui, invece, a Roma, Mediterraneo, Italia, Europa, i Safed Koh nascono sotto un vecchio rimorchio per treni. Tra le ruote. Celano, però, con la stessa discrezione della natura: «Fino a ieri, c'era un ragazzo che dormiva vicino alla mia tenda. È rimasto tre settimane e poi è andato via. L'hanno portato in un centro perché aveva solo quindici anni». Arrivano e difficilmente restano, c'è un ricambio tanto veloce, in quest'accampamento almeno, da impedire la nascita di una vera e propria comunità. Alem ritorna spesso a far visita, «Vengo non a trovare qualcuno in particolare – sono pochi, e di soliti gli adulti, quelli che restano più a lungo – ma a controllare se la mia gente è ancora protetta e se riesce a sopravvivere in qualche modo». Arrivato a quindici anni in Italia, in seguito alla morte dei genitori, dopo esser passato per il Peloponneso, ha trascorso solo due notti a Ostiense, «Poi mi hanno mandato in una casa famiglia. Mi è stato accordato l'asilo politico e l'attesa (durata due anni) è stata terribile. Avevo paura». Ora studia in una ragioneria di Roma e la sua storia è risultata tanto eccezionale da esser inclusa tra le cinque testimonianze del libro La città dei ragazzi dello scrittore Eraldo Affinati. «Vorrei scriverla io, però, la mia vicenda. Pubblicare un mio libro», sorride Alem. Samadali, invece, caccia un articolo stropicciato ritagliato da un quotidiano nazionale più di un anno fa: «Visto? Leggi. Quest'uomo io lo conosco, è del mio stesso Paese. È arrivato in Italia, partendo dalla Grecia, attaccato ad un camion. Braccia forti».

Inizia a farsi tardi e in molti, inginocchiati, prendono il proprio posto in tenda. Alem li saluta chiamandone qualcuno per nome, «Vengono trattati come se fossero gente di passaggio, da cacciare, rimandare indietro, o spedire altrove. Spostano i confini degli accampamenti, li sparpagliano. La nostra non è una condizione semplice: scampati alla morte in guerra, nessuno di noi ritornerebbe, almeno a breve, in Afghanistan. E nessuno neppure sa dove starà domani, dove potrà vivere. Si nascondono. Rimangono fermi. E aspettano. Aspettare rimanendo fermi, certi giorni, è l'unica cosa che si augurano: meglio rifugiati che perenni profughi».