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Quote etniche, un tabù superato?

Articolo pubblicato il 04 luglio 2007
Articolo pubblicato il 04 luglio 2007
Quote etniche o discriminazione positiva: espressioni spesso oggetto di polemica. I pareri discordanti di Francia e Regno Unito.

Integrare i propri immigrati per poterli finalmente comprendere: Regno Unito e Francia, malgrado i loro approcci così differenti, sono da anni impegnati in una profonda riflessione sull'argomento. Se da un lato la Francia mette in dubbio l’utilità delle statistiche etniche e della discriminazione positiva, dall’altro il Regno Unito ha adottato da tempo misure in tal senso. Ma i problemi restano numerosi.

La Francia rimane cauta

Da molti anni la Francia si chiede se sia opportuno adottare quote etniche per frenare le discriminazioni. L’idea suscita puntualmente reazioni opposte. Nel corso dei secoli la società francese ha sempre accolto le popolazioni extraeuropee, ma oggi sembra avere grosse difficoltà con l’integrazione dei suoi immigrati.

Secondo il demografo Patrick Simon, dell’Istituto nazionale di studi demografici, le statistiche etniche sono «vietate finché non se ne precisi la motivazione. In Francia c’è una diffidenza storica riguardo alla raccolta di dati razziali. Questo perché ci sono dei precedenti: la schedatura degli ebrei all'epoca della Repubblica di Vichy o le statistiche coloniali ai fini di persecuzione, esclusione e discriminazione. Ma il Paese rispetta anche una legge europea: la direttiva 95/46/CE, che colloca i dati etnici e razziali fra i dati sensibili. Non siamo quindi né più né meno severi».

La problematica delle quote etniche è legata alla discussa discriminazione positiva, un'espressione che indica l'insieme dei provvedimenti volti a “privilegiare” gruppi e categorie sociali che in passato hanno subito discriminazioni. Quest'ultima è particolarmente malvista nella società francese perché implica la possibilità di trasgredire, anche se temporaneamente, a uno dei principi fondatori della Costituzione francese: l’uguaglianza dei diritti umani.

«La discriminazione positiva etnica è basata su classificazioni arbitrarie che generano frustrazione» afferma l’avvocato Patrick Klugman, membro del Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche di Francia e vicepresidente dell'associazione Sos Razzismo. «Nessuna categoria relativa all’identità è in sé fondata o esatta. La popolazione nera che volesse beneficiare della manna rivendicata dal proprio organo rappresentativo dovrebbe fare i conti con i richiedenti di origine africana e quelli di origine caraibica, con i musulmani e i cattolici. Senza parlare dei problemi derivati dai sottogruppi di ognuna di queste categorie.»

Per conoscere meglio le problematiche legate all'immigrazione, in Francia sono state inaugurate nuove istituzioni: l’Agenzia di accoglienza degli immigrati, l’Agenzia nazionale delle pari opportunità o l’Alta autorità per la lotta alle discriminazioni e per l’uguaglianza. Ma i problemi rimangono.

Il Regno Unito ha percorso un cammino leggermente diverso dopo il voto della legge sulle relazioni razziali del 1976. Questa legge ha obbligato tutti i datori di lavoro, compresi gli enti pubblici, a lottare contro le disuguaglianze. L’idea di discriminazione positiva avanza, seguendo il cammino già percorso negli Stati Uniti.

Il Regno Unito sostiene la discriminazione positiva controllata

Il controllo etnico è ormai parte integrante del sistema britannico: certo, il Paese autorizza il sistema delle quote, ma con condizioni molto rigide. Per John Crowley, ricercatore in scienze politiche: «Il controllo etnico ha mostrato dei limiti, come il divieto di recensire i musulmani a causa dell’islamofobia della società britannica o il costo di questo sistema per le piccole imprese».

Non è semplice poi elaborare tali statistiche. In un’inchiesta del Pew Institut condotta nell'estate del 2006, l’81% dei musulmani britannici si sono dichiarati musulmani prima che cittadini del loro Paese, mentre solo il 46% dei musulmani francesi la pensa in questo modo.

L’istituzione di quote etniche è quindi un problema complesso che richiede una riflessione progressiva sull’eventuale interesse di tale metodo. Una soluzione nel campo del lavoro e delle assunzioni riguarda, ad esempio, il principio del curriculum anonimo che permetta ai responsabili della selezione di essere neutrali.