società

Quei clandestini che Atene non vuole vedere

Articolo pubblicato il 10 luglio 2007
Articolo pubblicato il 10 luglio 2007
Atene è divenuta il capolinea di numerose migrazioni. La comunità albanese, la più numerosa, è anche la più stigmatizzata. Storia di un malinteso.

Piazza Omonia, gli striscioni e i piccoli gruppi si uniscono. Gli ateniesi, abituati alle manifestazioni, non vi prestano neppure attenzione. Gazmend Elezi, un albanese di 30 anni venuto da Exarchia, il quartiere studentesco alla moda, si dimostra tuttavia determinato. Dieci anni fa decise di venire in Grecia attraversando le montagne a piedi, mentre suo fratello scelse l’Italia. «Era più vicina e meno cara, non c’era bisogno di passatori, soltanto di attraversare le montagne» racconta.

Oggi protesta assieme ad altri albanesi contro «il furto dello Stato che pretende 150 euro per un permesso di soggiorno che consegna quando ormai non è più valido». «Un vero problema – spiega – perché rimango senza documenti. Non posso ritornare in Albania a far visita alla mia famiglia sotto la minaccia di non poter più far ritorno in Grecia.» Stanco, Gazmend ha lasciato perdere i contratti in nero per iscriversi all’università. «L’estrema complessità della procedura e la lentezza della burocrazia scoraggiano le persone a regolare la propria situazione» afferma Vassilis Chronopoulos, membro dell’Associazione Socrates, che si occupa di aiutare gli immigranti nei rapporti con la pubblica amministrazione greca. «Un altro problema è il lavoro nero, molto diffuso e che crea questi clandestini. La maggior parte di loro non può dichiarare un salario né beneficiare dalla previdenza sociale. Non possono provare di aver lavorato e quindi non possono rinnovare il permesso di soggiorno.»

Oggi vivono in Grecia circa 600mila albanesi: rappresentano i due terzi del numero totale degli immigrati presenti nel Paese. Sono arrivati qui dopo la caduta del regime comunista e il fallimento del sistema dei fondi d'investimento piramidali in vigore in Albania negli anni Novanta.

Anche Matilda Kouramano, 19 anni, è albanese, ma possiede la nazionalità greca. Viene da Sarandë, una città costiera nell’"Epiro del Nord", il nome dato dai greci a quel sud dell’Albania popolato dalle comunità greche. Croce ortodossa appesa al collo, Matilda ammette di non aver incontrato le stesse difficoltà dei suoi vecchi compatrioti: «Sono partita nel 1997, durante la guerra civile. Nella mia città tutti i giovani vogliono partire» confida. «Mi sono rapidamente integrata grazie all’origine greca di mio padre e di mia madre».

Integrazione più facile per gli immigrati “di sangue greco”

Nel Paese convivono di fatto due realtà migratorie: quella di origine greca – proveniente da Albania, Georgia, Armenia e Kazakistan – e quella non greca, proveniente anch’essa dall’Albania oltre che dalla Bulgaria, dal Pakistan o dalla Nigeria. «Nei confronti dei greci c'è una discriminazione positiva perché nel Paese si continua a privilegiare il diritto di sangue» afferma Anna Triandafyllidou, studiosa dei flussi migratori presso l’Istituto di ricerca Eliamep.

Ma ai non greci risulta più difficile integrarsi. Le norme sono ancora molto severe. «I bambini non greci, per esempio, devono richiedere un permesso di soggiorno dopo aver compiuto 18 anni. Poco importa che siano nati in Grecia» spiega la studiosa. «Il problema diventa allora quello di rinnovarlo perché in due anni bisogna accumulare 400 giorni di lavoro».

Altra difficoltà: la cattiva preparazione della Grecia, tradizionalmente paese di emigrazione, ad affrontare l’immigrazione. «Nel 1992 il Paese ha invitato i suoi cittadini a far ritorno in patria. Il governo si è rapidamente reso conto che questa non era una buona idea, poiché ha dato origine a consistenti flussi di popolazione e a una competizione su chi sia il più greco» spiega ancora Anna Triandafyllidou.

I media hanno presentato questi arrivi di massa come una vera e propria invasione. Poi come un vivaio di organizzazione criminali perché anche alcuni detenuti usciti dalle carceri albanesi hanno attraversato la frontiera. Quindi si è detto che gli albanesi facevano abbassare i salari. Recentemente ha destato scandalo un video che mostra due albanesi maltrattati da alcuni poliziotti.»

«Non si può più andare avanti così»

Se si chiede ad Anna Triandafyllidou un parere in merito alla politica sull’immigrazione, la sua risposta è franca, netta. «Non si può più andare avanti per ondate di regolarizzazione, come nel 1998, 2001, 2005. Ogni volta che devono rinnovare il permesso di soggiorno si ricade nella stessa spirale. L’immigrazione in Grecia esiste ormai da vent'anni: è tempo di reagire».

Ilias Bellou è un albanese di Voskopolje arrivato in Grecia, anche lui, viaggiando a piedi. Oggi è un avvocato che difende i diritti degli immigrati albanesi. È favorevole a una «politica dell’immigrazione per i prossimi due decenni». Per lui complicare la vita agli immigranti genera soltanto ingiustizie e miseria umana, un terreno su cui prosperano poi altri. «Il lavoro nero continua a essere diffuso. Rafforza la competitività della Grecia ma fa perdere molto denaro allo Stato. Gli albanesi o i bulgari non accettano più di lavorare per dei salari inferiori e pretendono il rispetto dei loro diritti. Queste persone lavorano, producono ricchezza in Grecia, ma non beneficiano di alcuna assicurazione sociale. Bisogna quindi organizzare l’immigrazione».

Liliana Tsourdi, che si batte per difendere i diritti dei richiedenti asilo in Grecia, condivide questo parere. «Alcuni anni fa – ricorda – la Grecia era uno dei peggiori paesi in materia di diritto di asilo: non eravamo considerati neppure un paese sicuro secondo i criteri dell’Alto Commissariato per i Rifugiati. Oggi, invece, abbiamo in merito un vero programma grazie al recepimento delle direttive europee. Ma per garantire i diritti bisogna ancora rafforzare la formazione dei funzionari e della polizia. Sono convinta che l’Unione Europea dovrebbe sviluppare una politica comune anche in materia di immigrazione».

In via Sophocleous continuano a insediarsi i nuovi arrivati. Cinesi, pakistani, bangladesi, africani, approdati in Grecia sulla rotta per l’Europa occidentale. Sistemano la loro mercanzia nelle strade, rimpiazzati, una volta scesa la notte, dalle prostitute nigeriane. «Volete un arco? O una faretra?» propongono i colossi africani in Piazza Monastiraki in pieno centro ad Atene. Altri vendono oggetti decisamente più utili nel centro città come i dvd.

Ma come gli albanesi che lavorano in nero nell’edilizia e nell’agricoltura, o i bulgari nel turismo, questi clandestini fanno girare l’economia informale che, secondo la Borsa Internazionale del Turismo (Bit), rappresenterebbe tra il 30 e il 35% del Pil della Grecia. Il livello più alto nell’Unione Europea. Il vero problema del Paese.

Il ritorno dei discendenti

«Avvenne dopo la guerra in Asia Minore, nel 1920. Dopo la disfatta, Venizelos e Mustapha Kemal si erano accordati per uno scambio di popolazioni. Tutti i greci, commercianti discendenti dei contabili greci dell’antichità e dell’epoca bizantina, quelli del Mar Nero e dell’Egeo, sono dovuti partire. I nonni di mio padre abitavano nella provincia turca di Trebisonda. Arrivarono in Grecia in macchina e decisero di stabilirsi nei territori del Nord della Grecia, da poco riconquistati, vicino a Edirne. Qui mio padre incontrò mia madre, i cui genitori stavano tornando dalla Tracia turca ».

Pavlos Giannoulidis conosce questa storia per frammenti. Come numerosi altri greci, è uno dei discendenti dei 2 milioni di «piedi neri» dell’Asia Minore, venuti negli anni Venti e che hanno ancora i loro quartieri ad Atene, come "Néa Smyrni"(la nuova Smirne).

Oggi i greci venuti dall’estero – dall’Albania ma anche dall’ex Unione Sovietica, dalla Georgia, dalla Armenia, dalla Russia del Kazakistan – ritornano nella madrepatria dove ottengono facilmente la naturalizzazione. «Complessivamente circa 150mila greci stranieri hanno fatto ritorno dopo la caduta del muro di Berlino» confida la studiosa Anna Triandafyllidou. Molti hanno trovato un posto, grazie a un programma dello Stato, nel Nord, vicino al confine turco, in quella zona estremamente variegata che è la Tracia greca. Ma in questa regione, la più povera del Paese e con il più alto tasso di disoccupazione, questo trattamento di favore ha creato delle tensioni con la importantissima comunità turca. Parlando male il greco, per molti è difficile integrarsi e far ritorno ad Atene.»

Vorrei ringraziare molto calorosamente Elina, Olga e Pavlos senza i quali questa indagine non sarebbe stata possibile.