società

Pro-choice  VS  Pro-life: il campo di battaglia è a Dublino

Articolo pubblicato il 21 agosto 2013
Articolo pubblicato il 21 agosto 2013

È una battaglia politica in cui la filosofia del diritto si fonde con l'ideologia. Chiesa, medici, giovani attivisti e il mondo delle associazioni hanno animato il dibattito sull'aborto negli anni passati. Ora, il Parlamento irlandese ha approvato una nuova legge che potrebbe diventare l'ago della bilancia. È davvero così? Reportage dalle strade di Dublino.

Un disegno di legge approvato dalle Oireachtas (il Parlamento irlandese) regolamenta finalmente l’aborto in Irlanda, colmando una lacuna che ha portato disagi e sofferenze a migliaia di donne. Il Protection of Life During Pregnancy Act autorizza la pratica abortiva qualora sussistano “reali e sostanziali” rischi per la vita della donna, incluso quello, difficile da stabilire medicalmente, del suicidio. Resta intatta la condanna fino a 14 anni di carcere, basata sul mai abolito Offences Against the Person Act del 1861, per il medico e la donna che pratichino un aborto al di fuori di queste circostanze.

L'aborto c'è, ma non si vede

Nei 20 anni successivi al referendum del ’92 che aveva sancito il diritto a viaggiare all’estero per abortire, il dibattito non si è mai arrestato, e nemmeno la ‘fuga di uteri’: sono almeno 4.000, secondo stime non ufficiali, le donne che ogni anno lasciano l’Irlanda per un’interruzione di gravidanza. Le donne irlandesi abortiscono, ma lo fanno in silenzio e senza alcun supporto da parte dello Stato. La situazione si complica per migranti e richiedenti asilo, per le quali è difficile o impossibile viaggiare, e, per chi non può permettersi di affrontare le spese per un intervento all’estero. Rispetto al vecchio slogan “An Irish solution to an Irish problem” (una soluzione irlandese a un problema irlandese), l’aborto in Irlanda c’è ma non si vede, e molto spesso si esporta: numerosi centri, alcuni dei quali sovvenzionati dallo Stato, forniscono informazioni sulle diverse opzioni in caso di gravidanza indesiderata, incluso l’aborto. La Irish Family Planning Association, ente che si occupa di sessualità e salute riproduttiva, offre i propri servizi di consulenza gratuita alle gestanti attraverso i suoi consultori sparsi per l’isola; se lo desiderano, le aiuta a trovare una clinica inglese per un’interruzione di gravidanza e le assiste nella fase post-aborto. Nella sede di Cathal Brugha Street, a Dublino, mi dicono che il nuovo disegno di legge potrà finalmente fare chiarezza in una legislazione nebulosa, ma giudicano inaccettabile il permanere della criminalizzazione dei medici e delle donne che decidono di procedere a un aborto.

È più esplicito Richie Keane, attivista di Doctors for Choice, l’associazione di medici e studenti che si batte per un aborto legale e sicuro in Irlanda: “Sai, 14 anni di carcere possono fare paura… La situazione per noi medici oggi è particolarmente frustrante perché… perché non c’è una legge! Non ci sono dati ufficiali e linee guida per i medici. In realtà quasi nessuno è arrestato, ma medico e paziente temono possibili conseguenze legali". Altrettanto negativo è il giudizio sul Protection of Life During Pregnancy Act:La nuova proposta di legge è ancora molto restrittiva e lacunosa”. Richie ritiene che le questioni dell’obiezione di coscienza e del ruolo dei comitati etici vadano chiaramente affrontate, specialmente in un paese in cui un gran numero di ospedali sono gestiti da istituzioni religiose. “Il medico ha il dovere, indipendentemente dalle proprie convinzioni, di prendersi cura della salute delle donne. L’aborto è una questione di salute”.

Una battaglia ideologica

Una questione di salute, già. La sensazione è che in realtà non sia così. Il dibattito sull’aborto è influenzato da posizioni ideologiche difficilmente negoziabili, su tutte quelle della Chiesa cattolica. Laddove il linguaggio e la scienza definiscono dei confini tra embrione, feto e bambino, i cattolici vedono un percorso di continuità e uniformità tra il concepimento e la vita adulta. Uno slogan di Youth Defence (la più importante associazione antiabortista nazionale, con stretti legami con il conservatorismo cattolico e ingenti risorse finanziarie a disposizione, provenienti in parte addirittura dagli USA) recita che “siamo tutti embrioni cresciuti”. I loro manifesti tappezzano le città e ammoniscono che “l’aborto non salva vite, uccide bambini”. Non a caso gli antiabortisti si fregiano del titolo esclusivo di pro-life, come se tutti gli altri promuovessero l’estinzione della specie umana.

Le alte gerarchie ecclesiastiche sono intervenute nella discussione sul nuovo disegno di legge, arrivando a minacciare la scomunica per i politici a favore di quest’ultimo. Il cattolicesimo è parte integrante della cultura e dell’identità irlandesi, e la Chiesa è riuscita, fin dall’indipendenza nel 1922, a imporre buona parte del suo codice etico ai legislatori della Repubblica d’Irlanda. Oltre alla presenza tangibile della Chiesa nei settori chiave della sanità e dell’istruzione, i dogmi religiosi hanno avuto la meglio in molte tematiche di interesse pubblico: la vendita di contraccettivi è stata legalizzata solo nel vicino 1985, mentre il bando costituzionale sul divorzio è stato rimosso nel 1995 e le “attività omosessuali” hanno smesso di essere un reato nel 1993.

Le conquiste di diritti ormai assodati per tutti gli irlandesi sono state possibili grazie alle grandi mobilitazioni popolari che le hanno accompagnate, e alla tenacia delle avanguardie che le hanno avviate. Il movimento pro-choice irlandese è presente nelle attività di lobby e di informazione e nell’assistenza pratica alle donne che sono alle prese con una gravidanza indesiderata.

Cultura dell'autodeterminazione

L’organizzazione Abortion Rights Campaign (ARC) riunisce diverse associazioni in tutto il Paese. In seguito alla tragica vicenda di Savita Halappanavar, l'ARC ha intensificato gli sforzi in direzione di un cambiamento legislativo e culturale. Anche per loro, come mi racconta Kate, l’aborto è una questione di diritto alla salute: “L’atteggiamento nei confronti dell’aborto in Irlanda è discriminatorio: a una donna incinta non vengono riservate le stesse procedure mediche rispetto a una che non lo sia, perché secondo la nostra Costituzione anche il feto è titolare di diritti”. Una delle mancanze più gravi nel nuovo disegno di legge è quella della possibilità di abortire nel caso in cui il feto non sia in grado di sopravvivere al di fuori dell’utero: una donna è costretta a continuare una gravidanza anche quando è consapevole che il suo esito sarà negativo. Oltre a minacciare la salute delle donne, la legge irlandese continua a negare il diritto alla loro autodeterminazione, costringendole a soccombere sotto il peso della biologia: “In Irlanda puoi abortire solo se l’alternativa è morire: è una merda!”. L'ARC fornisce informazioni chiare e dettagliate sull’aborto all’estero e la pillola abortiva, acquistabile online e utilizzabile in sicurezza fino alla nona settimana di gravidanza. Altre organizzazioni, come Abortion Support Network, aiutano le donne sostenendo parte delle spese necessarie per l’aborto o forniscono assistenza per l’acquisto della pillola abortiva (questo lo fa invece Women on Web).

Per alcuni irlandesi, l’argomento è fonte di disagio. Altri, perlopiù uomini, se ne disinteressano. I più (inclusi numerosi cattolici) ritengono che un cambiamento non sia rinviabile e che le donne irlandesi abbiano il diritto a tutelare la propria salute e la propria dignità. Il dibattito sull’aborto va sempre mantenuto vivo, anche laddove esiste una legislazione relativamente permissiva. L’aborto oggi è illegale o soggetto a dure restrizioni in molti stati del mondo, soprattutto in Africa, Sud America e Asia Centrale. E poi ci si imbatte nelle notizie recenti, della riforma della legge sull’aborto in Spagna e dei nuovi dati che parlano di quanto sia sempre più difficile abortire in Italia.

Un ringraziamento speciale a Manu Tomillo, Valentina Calà e Clare che è stata una preziosa guida nella realizzazione di questo reportage

Video Credits: Cafébabel European Magazine/ youtube

Questo articolo fa parte della serie di reportage “EUtopia on the ground”, progetto di Cafebabel.com sostenuto dalla Commissione Europea nell’ambito in collaborazione con il Ministero degli Esteri francese, la Fondation Hippocrène e la Fondazione Charles Léopold Mayer.