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Prigionieri del lavoro : Sophie, il fantasma della notte

Articolo pubblicato il 17 settembre 2017
Articolo pubblicato il 17 settembre 2017

Ogni giorno, da più di dieci anni, Sophie aspetta che il telefono squilli verso le 17.  Questo squillo è la garanzia di poter lavorare la notte seguente, all'aereoporto di Roissy. Dieci anni da interinale a rovinarsi la salute, a subire abusi di potere, rimproveri e sessismo. Operaia di notte, donna, moglie e mamma di giorno. Il ritratto di una prigioniera del lavoro. 

Questo ritratto è stato realizzato da Sans_A

Una giornata come tante altre, Sophie finalmente esplode. Sono le 10 del mattino, lei è al volante della sua macchina in una stradina di Seine-Saint-Denis quando una donna cerca di sorpassarla. Lei non la lascia passare, non cede, poi lancia un'occhiata al finestrino retrovisore: l'autista si innervisisce e l'insulta. Sophie inchioda, tira il freno a mano, si precipita fuori dalla vettura e avanza verso di lei, minacciosa. « Non so cosa mi abbia preso, ho dato un colpo alla sua portiera. Le ho detto: che problemi hai? Apri il finestrino! Fortunatamente non l'ha fatto. Altrimenti l'avrei trascinata fuori  per i capelli. »

Eppure Sophie non è il tipo che cerca rogne. Ma quel giorno, la giovane donna di 36 anni non dormiva da 24 ore. « Non è assolutamente nel mio carattere, e poi lei non poteva sapere che non avevo dormito. » Il genere di sclero che possiamo avere tutti un giorno. Quando il lavoro è stressante, faticoso, esasperante. Solo che Sophie non è proprio una lavoratrice come gli altri. 

Depressione interinale 

Innanzitutto, Sophie lavora di notte. Da dieci anni, questa madre di tre figli lavora all'aereoporto Roissy Charles de Gaulle quando tutti dormono. E poi, Sophie è un'interinale. Una « pezza da piedi » trattata « come la merda », sia dall'agenzia che la manda a lavorare che dall'azienda che la impiega, una grande compagnia che trasporta merci. Lei vi ha svolto una serie di mansioni, dal carico allo scarico dei pacchi fino alla pulizia degli aerei. Una specie di gioco di Tetris a grandezza naturale, ma meno divertente. Un «ambiente da uomini», spossante e « fisico ». E quando torna a casa verso le 5, Sophie dorme qualche ora e poi si prende cura dell'appartamento. Riordina, lava la biancheria e prepara il pranzo per i suoi ragazzi che tornano da scuola ogni giorno tra mezzogiorno e le due. Il pomeriggio, poco tempo per sé prima di fare un'altra piccola siesta alle 18 per poi affrontare la nottata seguente. 

Prima, Sophie si giostrava tra due lavori: di notte all'aereoporto, di giorno nei supermercati a fare offerte promozionali. Era un inferno. Il corpo e la mente non hanno retto. Allora quando ha dovuto scegliere tra il giorno e la notte, Sophie ha « scelto » la notte. Perché le faceva guadagnare di più. Oggi va « meno peggio di prima » ma è comunque difficile. Lavorando di notte, può aspirare a guadagnare tra i 900 e i 1800 euro al mese. Ma dipende se la chiamano. Una certezza però ce l'ha, ed è che a fine mese, tra il marito e i tre figli, il conto in banca è sempre prosciugato. « Sei sempre in ansia per il mese successivo. » Un'incertezza cronica che la costringe a prepararsi sempre al peggio. Sophie ha il portafoglio pieno di carte delle rate. L'interinale di notte per alcuni è una fortuna. Ma secondo Sophie la gente non si rende conto:  «Sì, siamo pagati di più, ma a che prezzo? Non sappiamo mai se avremo da lavorare, non abbiamo diritti, ci possono licenziare dall'oggi al domani ».

Perché anche di notte, l'interinale resta un mondo senza certezze. Ogni giorno da dieci anni Sophie aspetta che il suo telefono squilli, di solito alle 17, per sapere se cinque ore dopo potrà lavorare. Un contratto per notte e « montagne di carta che si ammucchiano in cantina ». Il lavoro interinale è anche evitare le rogne. «Innanzitutto non bisogna mettersi in cattiva luce con l'agenzia interinale. Se hai un incidente al lavoro, non devi assolutamente dichiararlo. Ti mettono nella lista nera e non ti chiamano per intere settimane. E non ci puoi fare niente. » Stesso discorso per i corsi di formazione. Sophie ha pensato per molto tempo che spettava a lei pagarli. «Il titolare dell'agenzia mi diceva: noi paghiamo già lei, non possiamo pagare anche questo. » Alla fine ha chiesto un rimborso spese, la lottato per difendere i suoi diritti. Risultato? «Non ho avuto da lavorare per tre settimane ». 

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Non chiedere troppo e mettersi in buona luce. E' il principio di certe agenzie interinali, come quella di Sophie. « Bisogna fare dei piccoli regalini per ottenere più lavoro, come cioccolato, profumini... è tutta moneta di scambio ». In altre parole: lisciate il vostro capo e forse lavorerete. E quando si ha questo genere di piccolo potere, si può andare ancora più lontano. « I supervisori vengono da te e ti dicono: "Potremmo bere un caffè insieme, dò il tuo nominativo..."» Capi di agenzie che si comportano come magnaccia, è il colmo. «Se vado al Bois de Boulogne, guadagno di più senza lavorare di più! » Degli abusi confermati dall'USCI-CGT, il principale sindacato dell'interinale, regolarmente allertato dai lavoratori.  

Sophie non ne può più del lavoro interinale. Da tanti anni cerca di ottenere un posto da dipendente nell'azienda che la assume quasi ogni notte, all'aereoporto. Tre candidature, tre rifiuti. Eppure è sempre là a lavorare, come interinale. E in questa grande compagnia di trasporto merce, sulla carta, dipendenti e interinali fanno lo stesso lavoro, ma in realtà non sono «nella stessa barca ». Ai containers, quelli « assunti » scaricano da cinque a sei aerei per notte. Per gli interinali, il numero può salire fino a dieci. « Noi, il regolatore ci chiama costantemente alla radio: alpha, tango, machin. Vai là, torna qua...». Gli interinali sono pezzi mobili, intercambiabili come pedine a seconda delle necessità, mentre i dipendenti fissi, invece, mantengono la stessa posizione per tutta la notte. 

Agli interinali spetta anche di sobbarcarsi « i lavori più ingrati. » Prima, Sophie lavorava di notte alla pulizia degli aerei. «Usi prodotti tossici, con sopra uno scheletro e nient'altro, e cominci a grattarti, i guanti sono inadeguati, finisci per mettertene 4 paia ma ti si gonfia lo stesso tutto il braccio. » E quando ha chiesto cosa ci fosse nel flacone, le hanno risposto:  « Fai il tuo lavoro e basta ». Ma questo non è il peggio. « La schiavitù moderna » è allo scarico delle merci. Lì tutto deve essere fatto in fretta. E se c'è un attimo di cedimento, i « cordos », i supervisori, sono là  proprio per accelerare il ritmo. « Lo chiamo Guantanamo. Ti sorvegliano dall'alto. Quando non sei abbastanza veloce arrivano da dietro e ti stressano. » Sophie non accetta più incarichi là, « troppo pesante, a un certo punto non ce la fai più ».

« E' come se facessi la prostituta »

Ed è proprio alla posizione dello scarico merci che il sessismo si sente di più. Là ci vogliono degli uomini, dei duri. Ma quando si è donna, non ci sono mille alternative se si vuole lavorare di notte per guadagnare di più. Ci si ritrova sempre in ambienti di uomini. Sophie ha imparato a incassare: «Ero una delle poche ragazze qui, e portare pacchi non era un lavoro da donne». Ma anche le donne devono mangiare. Allora Sophie deve sopportare le osservazioni sessiste dei suoi superiori, ma anche dei colleghi. «Si permettono di fare battute sporche. Certi dicono a mio marito: 'Mah! Lasci lavorare tua moglie di notte!' E' come se facessi la prostituta»

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Gli scherzi di cattivo gusto, le discussioni ripetitive, Sophie non ne può più. Abbiamo tutti il collega un po' così che ci racconta la sua vita durante la pausa. Ma quelli di Sophie, vanno decisamente oltre. Almeno lei ha la sua famiglia. Ma molti altri non hanno più vita sociale. « Dormono di giorno, si trascinano fino alle 19, quando mangiano, e poi si trascinano al lavoro. Non escono di casa. Non hanno che il lavoro. Ripetono sempre le stesse cose. Quando non ne posso più dico loro: "Siete tutti scemi qui o cosa?"» L'ambiente, l'incertezza dell'impiego, i ritmi della notte... Sophie è forte ma tutto ha un limite.

 A forza di stare in piedi e portare carichi pesanti, il suo corpo ne risente. A partire dalla schiena. Per cercare sollievo dal dolore, Sophie chiede aiuto ai suoi tre ragazzi: «Dico ai bambini di massaggiarmi la schiena, di camminarmi sulla schiena, fa scroccare le ossa, fa bene». Prima Sophie alternava i suoi lavori giorno e notte, senza dormire e senza lamentarsi. Ma non ha più questo spirito. «Sono stanca, irritata, a volte non ho nemmeno voglia di andare al lavoro. A 40 o 50 anni non so come farò» Dorme poche ore per volta e non riesce mai a riposare veramente.  «Il venerdì e la domenica sera non lavoro. Dormo tutta la notte e poi sto bene. E' tutto un altro risveglio» Per nascondere le tracce della fatica, la giovane donna ha i suoi piccoli segreti: un esercito di creme « bel viso » sempre in borsa. 

Diversi mesi fa però, le piccole astuzie non sono più bastate. Sophie è passata al Lexomil. «Era un problema di sonno ma anche di stress, non sapere mai se lavorerai o no. » Nervosa, stanca, irritabile, ha scelto gli ansiolitici per non agitarsi e esplodere. « Con il Lexomil sei veramente calma ma diventi un robot, non piangi neanche, non hai emozioni. » Poi ci ha dato un taglio: «Ho pensato alla mia salute, e mi sono detta: già lavoro di notte, fumo molto, preferisco arrabbiarmi, almeno butto tutto fuori». Quindi a volte, quando torna a casa, Sophie manda tutti a fanculo: «Visto che non posso farlo al lavoro».

Non fare la fine di mamma

Cinque anni fa, la super mamma ha fatto baracca e burattini e si è trasferita da sua sorella, per riflettere un po'. Allora aveva due lavori ed era impegnata  giorno e notte. Suo marito, formazione commerciale, tentava per la seconda volta di intraprendere una sua attività. Con molta fatica. Intanto, Sophie sudava sangue e a fine mese la famiglia si trovava al massimo di credito consentito: 800 euro. «Dovevo lavorare per due. In quella situazione sei stanco, sei sempre irritato contro l'altro, hai l'impressione che non faccia sforzi. » La coppia ha rischiato la separazione. Oggi ci sono ancora tensioni tra loro, ma Sophie e il marito hanno sanato il loro rapporto, soprattutto per i bambini.  

Lo ammette appena, se non fosse per i figli avrebbe smesso da tempo di ammazzarsi di lavoro tutte le notti. Ma continuerà a farlo finché potrà, « perché possano andare in vacanza, vedere qualcosa oltre a Bondy 93 » A 11, 13 e 14 anni, i figli adolescenti si rendono conto che la loro mamma si ammazza di lavoro. Lei soffre cogliendo certi loro sguardi, certe loro inquietudini, quei loro « hai l'aria affaticata, oggi», o « riposati mamma ». « Ho l'impressione che abbiano pietà di me». Il più difficile è il weekend, quando vogliono approfittare di una giornata in famiglia, « andare là, là oppure là ma io dico : io dormo, sono stanca ». La super mamma vorrebbe essere più presente ma anche non dover contare i centesimi in tasca quando li porta a mangiare al Mac o a vedere un film al cinema. «Quando sprecano qualcosa, dico loro: "Io passo la notte in piedi, non dormo quando voi siete nei vostri letti, porto carichi pesanti per potervi pagare queste cose, non è facile". Allora insegno loro a fare attenzione. » Trasmettere dei valori, dare loro un'istruzione, è quello che importa maggiormente, « perché non debbano soffrire come me.»

Eppure Sophie ha fatto strada. Quando è arrivata in Francia, a 10 anni, viveva con i suoi genitori e i suoi quattro fratelli e sorelle in un piccolo studio del quartiere Oberkampf, a Parigi.«Allora c'erano i poveri là, non i borghesi come adesso». La famiglia non parla francese, non ha i documenti e quindi non può usufruisce dei sussidi. Sophie va a scuola, ma capisce presto che per farcela bisogna lavorare sodo. Da adolescente, lavora con i genitori nelle fabbriche di inscatolamento del Sentier. A 18 anni, ottiene i documenti:  « Lì mi son detta, bisogna che lavori, che guadagni i miei soldi per comprarmi scarpe, vestiti, quello che mi serve. Con i miei genitori non era una cosa ovvia. » Fa una serie di lavoretti: commessa, cassiera, tutto per poter diventare indipendente. « Non è che non volevo studiare, è che non avevo la possibilità di studiare. »

Madre a sua volta, ora Sophie vede le cose in modo diverso. Sa che cosa significa non poter comprare ai propri figli l'ultimo modello di scarpe o la consolle alla moda. «Prima mi dicevo: è tutta colpa dei miei genitori. Ora che ci penso, però, 5 figli, niente diritti, lavoro in nero... ho visto mio padre quando è andato a chiedere la pensione, gli mancavano un sacco di carte. » Lei, almeno, si reputa fortunata di avere dei contratti di lavoro, di poter versare i contributi, ma è preoccupata per i suoi diritti. « Al momento della pensione, i dipendenti normali possono dire di aver lavorato di notte ma a noi, gli interinali, cosa spetterà? » Sophie si preoccupa per il futuro e comincia a informarsi sui suoi diritti. Queste ricerche hanno cambiato la sua percezione del lavoro.  «Prima pensavo: grazie a loro ho un lavoro. Ora la penso in un altro modo. Prima li vedevo come dei buoni samaritani ma in fin dei conti, sono io che dò loro i soldi »

Come i suoi genitori prima di lei, Sophie vuole il meglio per i suoi figli. I suoi genitori desideravano che la figlia fosse francese e potesse lavorare. Lei, ora, spera che i suoi figli «possano studiare ed essere tutelati da un vero CDI». Aspettando che scelgano la loro strada, la cosa importante per Sophie è passare del tempo con loro, farli felici. Da tanto tempo i piccoli sognano di passare una giornata in famiglia a Disneyland Paris. Ma una giornata nel magico modo di Topolino costa caro. Troppo caro per Sophie, il fantasma della notte. 

Per evitare che Sophie si trovi senza lavoro per aver avuto il coraggio di testimoniare, il suo nome è stato cambiato. 

Una storia narrata da Louise S. Vignaud e illustrata da Julien De Rosa

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Questo racconto è stato realizzato da Sans A_ media, il cui scopo è rendere visibile l'invisibile e incoraggiare la partecipazione attiva della comunità. Per la sesta stagione "Prostitute speaks out", grazie a una serie di ritratti di Sans A_, dà voce a coloro che lavorano come prostitute. Per saperne di più www.sans-a.fr.