società

Portogallo, l'anima nascosta della tranquillità

Articolo pubblicato il 30 aprile 2015
Articolo pubblicato il 30 aprile 2015

Uno stato sociale ridotto a regime, un sistema sanitario in panne, col 20% della popolazone già povera e un altro 20% che rischia di diventarlo, per non parlare delle centinaia di migliaia di portoghesi che emigrano.

Il Portogallo non ha proprio saudade, eppure continua a sognare happy endings e a stupire con il suo dolce vivere. Come? Con discrezione.

Undici del mattino, un giovedì sotto i raggi del supermercato Auchan di Amoireras, nel centro di Lisbona. Amoireras? Il centro commerciale chic della capitale portoghese. Qui, la crisi è una questione spirituale. In tutta calma, qualche lisboneta fa la spesa. Tra questi, un pensionato si prende il suo tempo per comparare i prezzi degli shampoo. D'altro canto, quando lo interrogo sulla crisi, va dritto al nocciolo della questione. «C'è da dire che, con tutti questi ladri che ci governano, non c'è da stupirsi se siamo in questa situazione», brontola Luis Monteiro, con alle spalle 30 anni di lavoro come gestore di un negozio di elettrodomestici. «Ma adesso è finito tutto. Quello che interessa alla gente sono i centri commerciali». Il vero problema, forse, è il cambiamento in ambito politico. Il fatto è che, da molto tempo, quest'uomo anziano non si pone più nemmeno il problema. «Sono tutti uguali, basta che arrivare al potere perché facciano il contrario di quello che hanno promesso. O almeno, quelli che sono là io li conosco», borbotta prima di andarsene, senza shampoo.

Pace e galera

Luis non si illude (e non è certo l'unico). Gli ultimi sondaggi prevedono il 70% dei voti al centro-sinistra o centro-destra - alle "responsabilità" - in occasione delle elezioni legislative previste per il prossimo autunno. L'altro giorno ascoltavo Marcelo Rabelo de Sousa - uno dei presentatori portoghesi più influenti - dire che, contrariamente ai greci o agli spagnoli, i portoghesi sono conservatori e non amano i cambiamenti. Secondo lui i partiti tradizionali hanno saputo imparare dai loro vicini e hanno dato prova di una maggiore capacità di rinnovamento interno rispetto agli altri paesi dell'Europa meridionale. È un punto di vista anche questo, imputabile però ad un uomo di destra molto legato al potere costituito.

Di fatto, sarebbe opportuno ricordarsi che dopo l'arrivo della Troika, nel 2011, 400.000 lavoratori si sono dileguati, la disoccupazione è esplosa a più del 13% (35 per i minori di 25 anni) mentre ogni anno quasi 120.000 persone lasciano il paese. Uno scenario alla greca che contrasta però con una relativa tranquillità sociale. Qui non ci sono manifestazioni, nessuna esplosione di sinistre radicali o partecipative: quelle si limitano ad un elettorato che non sorpassa il 5%, stando alle previsioni dei voti.

«Quando le cose vanno male, in Portogallo ci rivolgiamo alla famiglia piuttosto che alle forze politiche. Quindi gli spazi dell'espressione politica, come la strada o i partiti, si ritrovano subito deserti». Alexandre, 36 anni, fa parte di una minoranza di portoghesi che militano in un movimento cittadino. Birra alla mano, questo giovane avvocato mi spiega che la divisione destra-sinistra è superata. Oggi la vera frontiera è quella che separa i partiti borghesi del potere dai movimenti o dai partiti popolari.

Il Portogallo marginale

Il Portogallo è quindi condannato ad essere escluso da questa ondata di riforme politiche che attraversano l'Europa? Il paese non è certo famoso per il suo entusiasmo riformante. Ciononostante, come sottolinea il sociologo Gilbero Gil, c'è un elemento destinato a cambiare le carte in tavola: il malcontento giovanile. Più istruita, più informata, anche se estranea ai meccanismi abituali della protesta, la gioventù portoghese sta reinventando un "vivere insieme" molto improntato alla collaborazione. "Convivenza", "co-viaggio", "recupero": ecco alcune delle idee che stanno diventando sempre più popolari tra gli under 25. 

Qual è il volto di questa nuova generazione? È quello di Sofia, per esempio, habituée del famoso mercatino delle pulci di Lisbona - la Feira da Ladra - dove la si trova seduta su uno sgabello, su cui vende (o rivende) accessori femminili. Questa venticinquenne, laureata in comunicazione culturale, nel suo settore non ha trovato altro che stage non remunerati. E ormai prova a darsi all'artigianato. Nel frattempo, Sofia lavora anche in un ristorante oltre a fare altri lavoretti per raccogliere una serie di piccoli extra. «No, non ho mai votato e sinceramenente non mi interessa», afferma. Sofia è l'esempio della lisboneti che si arrangia perché non serve a niente lamentarsi o fare drammi. Per la giovane l'importante è adattarsi: «Certo che mi piacerebbe che la situazione cambiasse, ma non penso che tutto ciò passi per la politica. Tanto tutti sappiamo che è la Germania a imporre le sue politiche ai governi».

In sostanza Sofia si costruisce la propria vita al di fuori del sistema, lavora in nero, non vota, non partecipa alle manifestazioni ma si guadagna da vivere, difende i propri valori e fa parte di quel Portogallo marginale, che si reinventa quotidianamente senza un'idea precisa né di cosa è né di cosa sarà. Un futuro incerto che nasconde un'insoddisfazione molto certa, soprattutto tra i più giovani. Perché alla fine sono loro che possono, insieme alla Grecia e alla Spagna, scatenare un cambiamento politico e sociale. Molto più complicato, questo, che la scelta tra due tipi di shampoo...