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Portogallo, il No all'aborto guadagna terreno

Articolo pubblicato il 08 febbraio 2007
Articolo pubblicato il 08 febbraio 2007
3 anni per la donna che abortisce, 8 per il medico: la sinistra portoghese vuole cambiare. Col referendum dell'11 febbraio. Ma il 'No' incalza nei sondaggi.

«Noi portoghesi? Siamo in ritardo, come sempre». Vera, studentessa portoghese 23enne, condivide dallo scorso settembre l’appartamento con il suo ragazzo. Una coabitazione che all’inizio ha scandalizzato le loro rispettive famiglie, poiché in un paese che rimane tradizionalista e dove l’influenza della religione risulta determinante, il matrimonio resta la regola.

Ma i tempi cambiano e la depenalizzazione dell’aborto, sottoposta a referendum l’11 febbraio 2007, rappresenta per molti un’occasione da non perdere. Vera ha constatato che parecchie sue compagne di liceo, in seguito a gravidanze indesiderate, sono state costrette ad abbandonare gli studi e a sposarsi. Altre donne, come Ana, 50 anni, divorziata e con due figli, hanno scelto di scappare in Spagna. Era impossibile per lei crescere un terzo figlio con il minimo salariale, 400 euro circa.

Poi ci sono le più indifese, quelle che subiscono l’inferno di interventi clandestini effettuati in circostanze rischiose e poco igieniche. Un medico o un’ostetrica per quelle fortunate, una ‘mammana’ per tutte le altre.

I consultori portoghesi calcolano che sono circa 18.000 gli aborti clandestini praticati ogni anno. Secondo la stessa fonte, il 14,5% delle donne tra i 18 e i 49 anni avrebbe già abortito almeno una volta.

Fino a 8 anni di carcere per il medico

La legge portoghese è una delle più restrittive d’Europa in materia di aborto. L’interruzione volontaria della gravidanza, è autorizzata solo in casi straordinari: pericolo di morte, malformazione congenita del feto, stupro o, ancora, se la gravidanza è fonte di squilibrio psichico e psicologico per la madre. A differenza degli altri Paesi europei in cui è vietato – Polonia, Malta, Irlanda e Cipro – la legge portoghese considera l’aborto come un crimine.

Il Codice Penale portoghese prevede così una pena detentiva che può arrivare fino a 3 anni per le donne che hanno abortito e fino a 8 anni per i medici che le hanno aiutate a farlo. Nel 2002 e nel 2004 i processi di Maia e Aveiro, due località nel Nord conservatore del paese, hanno posto di nuovo in primo piano la questione dell’aborto. A Maia, nel gennaio del 2002, in seguito a denunce, un’ostetrica, accusata di aver aiutato un centinaio di donne fin dagli anni Ottanta, si è vista comminare 8 anni e mezzo di carcere. Ad Aveiro, nel febbraio del 2004, sono state 17 le persone accusate e poi condannate per aborto clandestino.

Il No all'aborto risale nei sondaggi

L’11 febbraio gli 8,4 milioni di elettori portoghesi si pronunceranno attraverso un referendum che propone di liberalizzare l'aborto fino alla decima settimana di gravidanza. L’attuale governo socialista, guidato da José Socrates, non si è azzardato a imporre per via parlamentare una legge in materia, poiché il tema è molto sentito nel Paese. L’esito della consultazione resta infatti incerto: secondo un recente sondaggio il ‘sì’, in vantaggio, sta perdendo progressivamente terreno. Il 51% dei portoghesi è favorevole alla depenalizzazione dell’Ivg, contro il 44% che è contrario. La percentuale di astensione è la principale incognita di questa consultazione, che può essere ratificata solo se l’adesione raggiunge il 50%. Secondo il Diario das Noticias, invitare all’astensione corrisponde a una “campagna demagogica, morale, etica e soprattutto riduttiva”.

Dibattito infuocato

La campagna crea un sentimento d’indecisione di tanti portoghesi che si rifiutano di schierarsi da una parte o dall’altra. All’epoca dell’ultimo referendum del 1998 i portoghesi, con una scarsa maggioranza, avevano rifiutato la depenalizzazione (50,6%) con una percentuale di astensione del 68,1%.

Al momento attuale, il dibattito sta imperversando nel Paese, sugli organi di stampa, tra i politici ed anche in seno alle famiglie. Guidate dalla Chiesa, le associazioni “per la vita” conducono un’infuocata campagna sulla sacralità della vita. Circola su Internet uno spezzone della trasmissione Pros e contras (‘Pro e contro’, ndr), andata in onda sul canale pubblico RTP1, che mostra una giovane donna affetta da Trisomia 21 che, con le lacrime agli occhi, dichiara che, se l’aborto fosse stata permesso, lei non sarebbe mai nata.

Una marcia contro l’aborto ha riunito a Lisbona, il 25 gennaio, personaggi di spicco del partito democristiano, il Primo Segretario del partito d’opposizione, CDS-PP (Partito Popolare, ndr), e gli ex ministri delle Finanze Ernâni Lopes e Bagão Félix. Ana Gonçalves, membro dell’Associação Portuguesa de Famílias Numerosas (Associazione per le Famiglie Numerose) è convinta che il ‘No’ deve vincere, perché «il Portogallo è un paese a favore della vita, che deve tutelare la vita».

Una posizione fortemente avversata dai consultori portoghesi o dall’Associação de Mulheres Juristas (Associazione delle Donne Giuriste). Lo schieramento favorevole all’aborto può contare sull’appoggio dei partiti di sinistra e del governo di José Socrates. In un comunicato diffuso sul sito del Partito Socialista portoghese, quest’ultimo esorta gli elettori a votare a favore di una legge che «renderà possibile un nuovo consenso sociale, dove tutti, in modo naturale, potranno vivere con le proprie convinzioni, ma dove ciascuno godrà della libertà di avere una propria visione del mondo e della vita». La battaglia si preannuncia intensa.

ABORTO IN EUROPA: PAESI A CONFRONTO

Nella stragrande maggioranza dei Paesi europei la decisione sulla nascita di un bambino viene lasciata interamente all’arbitrio della donna; nei Paesi rimanenti, questa scelta viene legata ad alcune circostanze particolari.

Irlanda del Nord, Portogallo e Spagna permettono l’aborto per salvaguardare la salute psichica della donna e, nel caso dei paesi iberici, anche se si producono malformazioni del feto. Simile la situazione di Gran Bretagna e Finlandia, dove, oltre alle condizioni menzionate sopra, si aggiungono le considerazioni riguardo al contesto socio-economico della donna.

Le legislazioni più restrittive sono quelle di Irlanda e Polonia, che permettono l’interruzione di gravidanza solo nel caso in cui venga messa in pericolo la vita e la salute della donna, o – in Polonia – quando la gravidanza è risultato di uno stupro.

Di solito si prendono in considerazione le 12 settimane come limite massimo per autorizzare l’operazione. Costituiscono un’eccezione Gran Bretagna (24 settimane), Svezia, Olanda, Germania e Grecia (rispettivamente 18, 20 e 24 settimane nei casi particolarmente difficili). Poi si rendono necessarie approfondite consultazioni mediche.

Traduzione di Mauro Morabito