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Più democrazia, migliore integrazione: la reazione danese alla sparatoria di Copenaghen

Articolo pubblicato il 23 febbraio 2015
Articolo pubblicato il 23 febbraio 2015

Lo scorso sabato la percezione del Paese considerato il più felice del mondo, è cambiata. Durante un dibattito sulla libertà di espressione, nella zona est di Copenaghen, è avvenuta una sparatoria. Presente anche il fumettista Lars Vilks, famoso per le sue vignette sul profeta Maometto. La sparatoria si è lasciata alle spalle 2 morti e molti argomenti su cui riflettere.

L'autore dell'attacco è un ragazzo di 22 anni, danese ma di origine palestinese, e già conosciuto dalle forze dell'ordine per attività criminali. Senza sorprese, quest'attacco avviene sulla scia di quello avvenuto nella redazione di Charlie Hebdo, a Parigi, un mese fa. Ma l'avvenimento è piuttosto inaspettato nella utopistica società scandinava dove la solidarietà e la libertà di esercitare una vasta gamma di diritti umani, sono conosciute da tutti. Questo scenario "impossibile" ha scatenato diversi dibattiti sulla libertà d'espressione, la sicurezza, e l'integrazione delle minoranze.

Ecco alcuni argomenti su cui bisognerà riflettere in un futuro non lontano.

Limitare la libertà di espressione: sì o no?

L'attitudine dei politici e dei cittadini all'indomani della sparatoria è stata chiara e intransigente. Ogni cittadino dovrebbe essere libero di esprimere il proprio punto di vista e le proprie opinioni sui media, anche se dovesse andare incontro a disaccordi. Il problema nasce quando il diritto d'espressione si scontra con il diritto d'espressione religiosa.

Questo crea terreno fertile a diverse interpretazioni e anche ad abusi. Riguardo l'opinione pubblica locale, ci si interroga se Vilks avesse dovuto disegnare la caricatura del Profeta Maometto o meno. In ogni caso, scegliere di rispondere alle sue azioni usando le armi, non è nemmeno lontanamente giustificabile in termini di espressione di rivolta.

Noi non abbiamo paura!

Un messaggio che è molto circolato nei media danesi durante l'ultima settimana, pregava tutti i cittadini di sentirsi al sicuro e di non temere altri potenziali attacchi contro i principi e i valori della democrazia. Il governo, la polizia, i partiti politici e i rappresentanti delle minoranze, hanno tutti dimostrato una solida preparazione a rispondere costruttivamente ad ogni forma di violenza contro i cittadini e le grandi strutture statali.

Durante la sorveglianza pubblica il giorno della sparatoria ma anche i giorni seguenti, sono state prese misure di sicurezza straordinaria. Da notare che nessuna figura politica ha optato per il gioco dello scaricabarile e nessuno ha fatto il legame tra le azioni di un individuo disturbato e un'interà comunità religiosa, o con l'immigrazione.

Supporto, solidarietà e una forte determinazione a restare uniti, sono gli elementi che hanno caratterizzato tutta l'atmsfera di un paese che si impegna incessantemente per mantenere l'equità sociale. Particolare che è stato messo in evidenza anche  lo scorso lunedì, giorno della commemorazione.

Integrare le minoranze: la chiave per risolvere i radicalismi religiosi?

L'argomento più interessante, sgusciato fuori dalla questione attirando poca attenzione su di sé, è quello dell'integrazione delle minoranze in Danimarca. Bisogna dire che ha riscosso più successo tra i giovani. Inizialmente la questione è sorta dopo che la Danimarca è stata classificata tra i primi 5 Paesi con più giovani jihadisti affiliati allo Stato Islamico (ISIS). Ora che si conoscono le motivazioni del responsabile dell'attacco e la probabilità che avesse legami con l'ISIS, essa è divenuta ancor più importante. Se questi giovani siano vittime o colpevoli resta  difficile da giudicare.

E' difficile capire perché un giovane nato in un paese pacifico e in una società progressista ricca di possibilità, dovrebbe scegliere di abbracciare un'ideologia che gli impedisce di trarre beneficio da questi vantaggi. Il quotidiano danese Berlingske  ci fornisce il suo punto di vista su questo dilemma, suggerendo che "questi sono ragazzi che non hanno nulla da perdere".

Ciò che li unisce è la mancanza di appartenenza: vengono tutti da un luogo tra due mondi, due religioni, due gruppi etnici e due culture. Invece di sentirsi privilegiati si sentono maledetti da questa identità divisa.

Gli assistenti sociali forniscono  un costante servizio di consulenza e di supporto, e i giovani e i bambini provenienti da contesti di immigrazione sono ugualmente coinvolti con l'obiettivo di fargli capire cosa significa essere un cittadino danese attivo.  Tuttavia, forse in futuro ci sarà bisogno di un approccio diverso, per identificare e riabilitare potenziali autori di atti di violenza. Come Berlingske conclude a riguardo, qualcuno di loro potrebbe al contrario diventare più aperto riguardo gli incontri di religione, cultura e nazionalità.

A ogni modo, entrambi i mondi devono abituarsi all'idea. Per adesso possiamo concludere che questo singolo attacco non ha cambiato in negativo la percezione cosmopolita della società danese. Non risponderemo all'aggressività con l'aggressività.