società

Pie Tshibanda: «Gli europei non vogliono guardarsi allo specchio».

Articolo pubblicato il 15 maggio 2007
Articolo pubblicato il 15 maggio 2007
Saggista e scrittore congolese esiliato in Belgio, Pie Tshibanda ha 55 anni e si autodichiara "il folle nero nel paese dei bianchi".

«Sabato alle dieci a casa mia». Questa è la risposta di Pie Tshibanda quando gli chiedo dove ci possiamo incontrare per l’intervista. Sono un po’ perplessa, ma mi metto in viaggio per il paesino di Tangissart, a trenta chilometri da Bruxelles. Nei suoi spettacoli questo artista poliedrico parla molto dei suoi sei figli e infatti stamattina uno di loro mi apre la porta, un altro mi fa un gran sorriso e un terzo viene a mangiare in cucina, dove si svolge l'intervista.

L’avvocato di chi non ha voce

Psicologo, saggista e scrittore, Pie Tshibanda trova ispirazione nella storia del suo Paese. «Molte persone che hanno letto le mie opere in Congo mi hanno fatto notare che scrivo solo cose tristi. Ma io rispondo che questa è la vita che ho vissuto». Dopo la laurea in Psicologia, conseguita all’università di Kisangani alla fine degli anni Settanta, Tshibanda si dedica all’insegnamento ma continua a scrivere.

Quando il mio interlocutore evoca gli esordi dell'attività di scrittore, ritrovo, trasportato in una cucina dove il crepitio del riso si mescola al profumo agrodolce delle spezie, l’uomo di teatro. Stamattina Tshibanda non indossa la sua solita camicia africana coloratissima ma il sorriso, lo sguardo malizioso e i gesti sono gli stessi. Qual è stato il tema dei suoi primi libri? «Ti farà ridere – dice, facendomi l'occhiolino – ho parlato delle mie delusioni amorose». Tshibanda, però, non tarda a occuparsi di temi molto più seri che affliggono la società congolese dell’epoca, come la prostituzione o i delitti di stregoneria. «Provo a vendicare tutti quelli che hanno sofferto» spiega. «La mia missione è quella dello scrittore: dare voce a chi non ce l'ha».

La storia di Pie, quella che racconta nei suoi spettacoli Un fou noir au pays des blancs ("Un folle nero nel paese dei bianchi") e Je ne suis pas sorcier ("Non sono uno stregone"), comincia all’inizio degli anni Novanta. «Le cose sono cambiate – racconta – quando Mobutu stava per perdere il potere. Il dittatore si accanì contro l'oppositore numero uno del Congo, Etienne Tshisekedi (ex premier dello Zaire, l'attuale Repubblica Democratica del Congo), appartenente ai "luba" (etnia dell'Africa centrale, ndr ), originario della regione del Kasai. Per indebolire Tshisekedi, Mobutu decise di prendersela con la comunità del Kasai». Molte persone, che vivevano nella provincia di Katanga per lavorare nelle miniere, morirono durante la pulizia etnica ordinata dal dittatore.

Lo stesso Pie Tshibanda, originario di questa regione, ha denunciato i massacri con un fumetto e un film. «Da quel momento – ricorda – non ero più un rifugiato qualunque, ma un testimone ingombrante che lascia delle tracce. Sono dovuto partire dalla sera alla mattina».

La valigia di Pie

Quando va in scena, Pie parla del suo arrivo in Belgio con molto umorismo. Ma, quando mi parla, il sorriso è solo abbozzato: «Vengo dal Congo, ma con me porto una valigia. Non sono venuto a mani vuote, non sono qui solo per fare l'elemosina e prendere tutto». Nei suoi testi convivono l’umorismo e la morte perché per lui «l’umorismo è lo zucchero necessario a ingoiare una pillola amara».

Poco prima dell’esilio Tshibanda lavorava come psicologo del lavoro a Lubumbashi, popolosa capitale della provincia del Katanga. Appena arrivato in Belgio, nel 1995, si iscrive all’università di Louvain-la-Neuve e frequenta altri corsi. Sono gli anni della solitudine: mille ostacoli burocratici impediscono a sua moglie e ai suoi sei figli di raggiungerlo in Belgio.

Un’altra versione della Storia

Nella sala da pranzo con i muri gialli e viola e inondata dal pallido sole primaverile mi sorprendo a pensare alla casa che Pie Tshibanda ha costruito a Lubumbashi e che oggi è diventata un ambulatorio. «Qui ho trovato rispetto, paradossalmente più che nel mio Paese». Dopo un attimo di silenzio Tshibanda punta il dito verso di me: «Qui ho ricevuto due onorificenze e ogni volta mi veniva da piangere perché mi dicevo: sono dovuto venire fino in Belgio per ottenere una medaglia. È proprio vero che nessuno è profeta in patria».

A teatro Pie Tshibanda ricorda spesso il passato coloniale del Regno del Belgio. «Il Congo è stato consegnato al Belgio. È necessario sapere che durante la colonizzazione venivano tagliate le mani alle persone poco produttive. Sono convinto che gli europei non hanno voglia di guardarsi allo specchio».

Quarantasei anni dopo l’indipendenza del Congo, Joseph Kabila è il primo presidente eletto legittimamente secondo la stampa internazionale, ma per Tshibanda «è sempre la stessa storia che si ripete». Il rumore della televisione e il vociare dei suoi due figli minori mi riportano da Kinshasa a Tangissart.

Quando chiedo a Pie un parere sul ruolo dell'Unione Europea nell'avvenire politico della Repubblica Democratica del Congo, la sua risposta è lapidaria: «L’Unione Europea giocherà un ruolo importante nella costruzione di quella che chiama democrazia, ma che da noi rischia di diventare un'altra dittatura».

Il suo giudizio sull’Europa è severo ma non privo di speranze: «Vorrei che l’Europa non fosse solo un’unione economica, ma che diventasse anche un’Europa sociale, con una dimensione umana. L’allargamento può essere una cosa magnifica solo se porta equilibrio nel mondo».