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Petr Uhl: «I servizi segreti mi hanno proposto di lasciare il Paese»

Articolo pubblicato il 21 giugno 2008
Articolo pubblicato il 21 giugno 2008
Incontro con uno dei fondatori, insieme a Václav Havel, della Charta 77 . Sostenitore della Primavera di Praga e oppositore della Normalizzazione, ingegnere, scrittore e giornalista. E trozkista. Nove anni in prigione perché ha rifiutato l’esilio, oggi questo 66enne guarda all’Europa senza frontiere.

«Il trotzkista con un’enorme tv al plasma». Queste le parole con cui un giovane giornalista francese che lavora a Praga ci ha parlato di Petr Uhl. Nella Repubblica Ceca il sessantaseienne dissidente, difensore dei diritti umani e pubblicista, è famosissimo. Oggi editorialista per il quotidiano Pravo, ci accoglie sulla porta della sua casa a Vinohrady, quartiere chic di Praga. Sua moglie Anna Sabatová, anche lei cofondatrice della Charta 77, non è ancora rientrata. Nel piccolo appartamento profumo di lenzuola fresche. In un francese perfetto, con un’ombra di tedesco, Uhl si scusa per gli attaccapanni appesi alle porte. La sua asciugatrice si è rotta oggi.

Attraverso il corridoio stretto, ci invita in salotto e ci mostra il libro Mai 68 expliqué à Sarkozy (Il Maggio Sessantotto spiegato a Sarkozy) del filosofo francese André Glucksmann, regalatogli da un amico giornalista. Poi si siede nel salotto buio e alle spalle l’enorme e sottile schermo al plasma, così diverso dal resto dell’appartamento.

Primavera di Praga o Primavera cecoslovacca?

Di storie potrebbe raccontarne per ore. Soprattutto quest’anno. Ricorrono i quarant’anni della Primavera di Praga. Pardon, «La primavera cecoslovacca», Uhl ci tiene molto. Nel 1965 si trovava a Parigi, studente in Ingegneria meccanica. Insieme agli studenti della Sorbonne sondava l’odore della rivoluzione parigina nell’aria, criticando lo stalinismo. «Ero emozionato e stupito di scoprire che a Praga, in piazza Venceslao, si poteva comprare Le Monde per tre corone», ricorda sorridendo. Il 21 agosto, quando le truppe del Patto di Varsavia marciarono a Praga, Uhl era ancora nella capitale francese, mentre a casa sua le speranze del Socialismo dal volto umano di Dubček venivano soffocate. La Normalizzazione prendeva piede.

Giovani rivoluzionari

Qualche mese dopo è a Praga e riunisce gli studenti universitari fondando il movimento dei giovani rivoluzionari (Hnutí revolucní mládeze). «Gli attivisti, in quel periodo, erano soprattutto gli studenti di Lettere e Filosofia. Nel dicembre Sessantotto la gioventù rivoluzionaria (Hrm) appese i suoi manifesti nelle aule della Facoltà». Purtroppo, continua Uhl, «il gruppo è entrato in clandestinità già nell’aprile del Sessantanove. Ero tra i fondatori dei giovani rivoluzionari e avevo un ruolo che molti – purtroppo anche dei servizi segreti – stimavano come fondamentale. E così passai quattro anni in prigione». Uhl ricorda con grande naturalezza quei giorni passati, pregni di storia. Anche Sibylle Plogstedt, studentessa di Berlino ovest, al suo fianco nella lotta e nella vita all’epoca, venne processata nel 1971 e condannata a due anni e mezzo di prigione. Lei non resse al terrorismo psicologico e venne rimpatriata. Lui espiò fino alla fine.

Nove anni in prigione

In tutto Uhl ha passato in prigione nove anni. Con sua moglie Anna Sabatová, sposata dopo il primo arresto, Václav Havel, Jirí Dienstbier e altri artisti, politici, dissidenti e religiosi hanno redatto la Charta 77, un manifesto contro la violazione ripetuta dei diritti umani nel periodo della Normalizzazione in Cecoslovacchia. La petizione è stata sottoscritta da 241 persone. Un anno dopo creano il Comitato di Difesa per coloro che sono stati accusati ingiustamente (Vons) con esiti prevedibili: «Sono stato giudicato recidivo a causa del mio trotzkismo, e accusato di essere “pericoloso per la Repubblica”. Ho preso cinque anni, Havel quattro e mezzo. Quando sono tornato a casa, i bambini erano di colpo un diventati più grandi», scherza Uhl.

Nel periodo della prigionia non ha mai pensato a emigrare? «I servizi segreti mi hanno offerto di lasciare il Paese. Io ho delegato la decisione a mia moglie. Insieme alla Charta 77, lei era la cosa più importante della mia vita. Lei decise di restare e ne fui felice. Nessuno del nostro gruppo ha scelto di emigrare». La famiglia di Uhl all’epoca era sotto sorveglianza poliziesca permanente: un’auto sempre appostata davanti casa. Nonostante questo dalla sua casa in via dell’Anglická riusciva a comunicare e a mandare informazioni all’estero. Solo più tardi Uhl scoprì dov’erano nascoste le microspie. «Ovunque, tranne che in cucina, proprio là dove discutevamo».

Con Jirí Dienstbier lavorò durante gli anni Ottanta per un’azienda di gas e carbone. Nessuno voleva assumerlo come ingegnere. «Riuscivamo a battere a macchina tutta la notte e al mattino lui mi dava i suoi manoscritti. Dovevamo fare attenzione, nessuno doveva sapere cosa fabbricavamo là dentro».

Con la Rivoluzione di velluto, nel 1989 la svolta. Dopo la fine del regime comunista Dienstbier divenne il Ministro degli Esteri, Uhl divenne direttore dell’agenzia giornalistica Ctk.

Eurotrotter

Tanti anni d’impegno, la malattia e molti riconoscimenti. L’ultimo nel maggio scorso: il Karlspreis europeo dalla comunità dei Sudeti tedeschi per il suo impegno in nome dei diritti dell’uomo. Il suo discorso di ringraziamento recita: «Questo riconoscimento aiuta a cancellare le macchie sulla nostra storia comune, aiutando la coabitazione all’interno dell’Unione Europea. Mai più fondare la propria storia sulla segretezza o sull’occultamento del passato».

E nel suo salotto conferma: «L’Europa senza frontiere mi rende felice». Un esempio? «Con mia moglie siamo andati a una conferenza su Maggio Sessantotto di Cohn Bendit a Varsavia. Io arrivavo da Praga, lei da Strasburgo. Abbiamo preso il treno notturno e abbiamo viaggiato senza che polizia e doganieri ci disturbassero. Siamo tornati a Praga senza bisogno di mostrare documenti».