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Perché l'ISIS se la prende anche col patrimonio culturale?

Articolo pubblicato il 16 giugno 2015
Articolo pubblicato il 16 giugno 2015

Da qualche anno sentiamo quotidianamente parlare di Isis e della minaccia che ha fatto calare sul Medio Oriente e, per esteso, sul mondo. Dopo la crudeltà mostrata nei confronti delle popolazioni locali e dei giornalisti stranieri, il mondo scopre un altro tipo di barbarie: la violenza culturale.

Un'ode all'ignoranza

L'Isis è un'organizzazione terroristica che ha per obiettivo la creazione di un califfato, ossia di una nazione governata da un califfo. Quest'ultimo è il «capo dei credenti [] per mantenere l'unità del mondo islamico, assicurare la sua difesa e la sua estensione, preservare il dogma contro qualsiasi innovazione e governare l'impero».

È importante definire il termine "califfo" perché in questa definizione si ritrovano le fondamenta stesse dello Stato Islamico. In effetti, quest'ultimo non solo si assicura la propria estensione, ma lotta con tutto se stesso per contrastare qualsiasi tipo d'innovazione. Cerca di cancellare ogni traccia di cultura e di conoscenza perché rifiuta ciò che non appartiene a una lettura fondamentalista del Corano in quanto parte di una società che disprezza.

Insomma, distruggendo i monumenti storici come quelli di Palmira, Daesh (acronimo arabo di Stato Islamico) vuole affermarsi come autorità di riferimento per il popolo iracheno e per quello siriano tramite lo sradicamento delle loro rispettive identità culturali.

La presa di Palmira, una catastrofe non solo culturale

«Questo attacco è molto più d'una tragedia culturale. È anche una questione di sicurezza perché alimenta il settarismo, l'estremismo violento e il conflitto in Iraq». Queste le parole della direttrice generale dell'Unesco, Irina Bokova, dopo la distruzione del museo di Mossul, in Iraq.

La distruzione di quel patrimonio inestimabile serve gli interessi dello Stato Islamico a più livelli. Prima di tutto, è uno strumento di terrore e di manipolazione nei confronti delle popolazioni locali. In questo modo, grazie a un video postato dall'ente terrorista su internet, possiamo vedere un uomo di Daesh dire: «Musulmani, queste reliquie che voi vedete dietro di me sono idoli che erano adorati al posto di Allah secoli fa». Sottinteso: «Se credete in un solo e unico Dio, dovreste essere indignati per il fatto che luoghi di culto dedicati ad altri idoli siano presenti su terre musulmane». Tutto questo per tornare ai primi giorni dell'Islam, al momento in cui il profeta Maometto distrusse le sculture degli idoli venerate da persone giudicate eretiche.

D'altra parte, la distruzione e l'invasione di quei luoghi di culto millenari permettono a Daesh di saccheggiarli e di vendere opere di un valore inestimabile sul mercato nero. In effetti, ciò permette al gruppo terroristico di autofinanziarsi e di approfittare delle molte ricchezze culturali della zona. E, dato che non riuscirebbero a vendere i pezzi più famosi neanche se lo volessero, si rifanno su dei mosaici e su delle statuine che possono essere molto più facilmente piazzate sul mercato nero. Secondo un'inchiesta del giornale britannico The Guardian, il saccheggio della regione di al-Nabuk in Siria avrebbe riempito le tasche di Daesh con più di 28 milioni di euro.

La cultura mesopotamica è in pericolo

Costatando l'inesorabile avanzata dello Stato Islamico, sorgono spontanee molte domande: come riabilitare e proteggere la cultura mesopotamica? Un intervento militare potrebbe porre fine a queste atrocità?

Prima di tutto, bisognerebbe valutare i danni provocati dai saccheggi e dalle distruzioni perpetrate dai terroristi. È però molto difficile accedere a zone sempre in guerra e ancora sotto il controllo dello Stato Islamico. Per riuscirci, Philippe Lalliot, ambasciatore francese presso l'Unesco, consiglia di usare i satelliti per poi confrontarne le immaginicon altre raccolte qualche anno prima, al fine di mettere in piedi un inventario sufficientemente preciso per il lancio di una missione di riabilitazione.

Ma al di là della riabilitazione delle opere culturali già danneggiate, come proteggere quelle ancora intatte?

Un intervento militare diretto (quindi un invio di forze armate) della coalizione capeggiata dagli Stati Uniti non è all'ordine del giorno. Ciò non toglie che paesi come Francia o Gran Bretagna siano, in un certo modo, in prima linea. In effetti, i francesi hanno già mandato forze speciali e armi ultratecnologiche per aiutare e formare l'esercito curdo.

Per di più, quella stessa alleanza ha già bombardato i territori controllati dallo Stato Islamico, portando a casa qualche risultato. Barack Obama ha recentemente dichiarato che quei bombardamenti hanno causato fino a 1.000 morti al mese nelle file dello Stato Islamico. Tuttavia, come affrontare l'eventualità che il patrimonio culturale mesopotamico non venga usato dai terroristi di Daesh come scudo contro quei bombardamenti? Si tratta di una questione spinosa alla quale i grandi responsabili politici di questo mondo dovranno rispondere per evitare la scomparsa di uno dei più bei patrimoni culturali del mondo.