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Perché l’Europa deve osare la noia

Articolo pubblicato il 25 luglio 2006
Articolo pubblicato il 25 luglio 2006
Più di un anno dopo i «No» alla Costituzione dei referendum francese e olandese si continua a parlare di crisi. Eppure il progetto europeo è vivo e vegeto. Andrew Moravcsik ci spiega perché.

Secondo alcuni esponenti del Parlamento Europeo e diversi leader di Stati tradizionalmente federalisti come il primo ministro belga Guy Verhofstadt, per potersi salvare l’Ue deve evolvere verso gli “Stati Uniti d’Europa”. Come previsto dalla Costituzione. Ma gli elettori francesi e olandesi hanno detto «no» a questo cambiamento. E, al di à del Continente, gli euroscettici anglo-americani gridano: «Ve l’avevamo detto».

Eppure nella politica reale, in Europa, non c’è crisi. La crisi semmai riguarda l’immagine che l’Europa si fa di sé: una crisi, questa, che avrebbe potuto facilmente essere evitata. La Costituzione non è la soluzione ma il problema. Prima ce la lasceremo alle spalle, meglio sarà.

Da questa crisi si possono trarre tre lezioni.

Primo. Il fallimento della Costituzione era inevitabile. La bozza di Costituzione era soprattutto una strategia di comunicazione volta ad attirare l’attenzione dei popoli europei, per stimolare il loro coinvolgimento nel dibattito politico sul futuro dell’Europa, convincendoli dunque ad innamorarsi dell’Ue. Eppure, in genere, la partecipazione politica non fa aumentare la legittimità soprattutto quando parliamo di questioni europee (la maggior parte delle quali, semplicemente, non sono abbastanza importanti per ispirare i votanti). Nei recenti referendum, gli elettori europei non si sono mostrati né interessati né al corrente della Costituzione o delle politiche europee in generale. Si sono limitati a biasimare l’Ue perché frustrati dalle cose di cui sono preoccupati: politiche nazionali verso la globalizzazione, immigrazione e spesa sociale.

Secondo. Quello che di fatto è la costituzione materiale dell’Ue, il tanto emendato Trattato di Roma, funziona benissimo. Negli ultimi dieci anni l’Ue ha dato vita ad un Mercato Unico, ad un’unica moneta, e ad una più efficace politica di sicurezza sia interna che estera, allargandosi da 15 a 25 stati membri. Recentemente il bilancio comunitario è stato messo a punto, una direttiva sulla liberalizzazione servizi è stata approvata e ora persino la politica iraniana degli Stati Uniti sta diventando più “europea”. In nessuno Stato Membro esiste una seria opposizione all’adesione all’Ue. Solide maggioranze favoriscono invece una serie di graduali riforme in aree che vanno dall’energia al terrorismo, come anche quelle nella costituzione.

Terzo. Non esiste un deficit democratico in Europa. La collettiva tutela da parte di governi nazionali eletti democraticamente e da parlamentari europei eletti direttamente, combinati con un sistema di checks and balances (controlli e equilibri) di cui sarebbe fiero James Madison, sono sufficienti ad assicurare un responsabile modo di prendere le decisioni. Non stupisce che, secondo i sondaggi, le istituzioni europee riscuotano pari o maggiore fiducia delle istituzioni nazionali.

Il da farsi è ovvio. Bisogna concentrarsi sulla risoluzione di problemi immediati quali terrorismo, coordinazione della politica estera e eccessi di regolamentazione. Bisogna realizzare modeste riforme del Trattato in un modo graduale, pratico e non chiassoso: l’esatto contrario della strategia di comunicazione che ha seguito il fallimento della Costituzione. Nessuno scenderà mai nelle piazze di Parigi o Amsterdam per opporsi a una riorganizzazione della burocrazia europea nel campo della politica estera o a una riponderazione dei voti – a meno che, ovviamente, non si voglia chiamare tutto ciò “nuova Costituzione”. L’arma segreta dell’Ue è che le sue politiche sono così noiose.

I politici sanno tutto questo ma si trovano in una difficile situazione. Sanno che l’Ue può solo crescere. Sanno che la Costituzione in quanto tale (e probabilmente in qualsiasi altra forma) è morta. Solo che la piccola ma sonora minoranza più marcatamente europeista, specie dentro la roccaforte di Bruxelles, considera questo pragmatismo un’eresia, un tradimento del sogno federalista.

Quando il Presidente della Commissione José Manuel Barroso ha richiesto recentemente una “politica alla Elvis”, fatta di «meno parole e più fatti», è stato attaccato malignamente dai parlamentari Europei, i quali lo hanno accusato di uccidere la Costituzione scegliendo i suoi pezzetti migliori.

I politici nazionali, troppo ragionevoli per convincersi della realtà, stanno invece ciarlando con retorica. Il Primo Ministro Tedesco Jan Peter Balkenende dice che l’Europa ha bisogno di una costituzione, ma non di una ratificata per via referendaria. Il Cancelliere tedesco Angela Merkel dice, da parte sua, che l’Ue ha bisogno di cambiare il Trattato e di un vago «futuro costituzionale». Il Ministro degli Esteri austriaco Ursula Plassnik suggerisce: «Sapremo entro il 2009 al massimo cosa fare dopo». Taria Halonen, Presidente della Finlandia, è un po’ più onesta, rigettando il termine “Costituzione”, apertamente a favore del tradizionale “Trattato di base”.

Quello che stiamo vedendo è l’ultimo affanno della tradizionale retorica europea degli anni Cinquanta. L’Ue non ha più bisogno di proclamare l’ideale di “unione sempre più stretta” per giustificare la sua esistenza. Lentamente sta nascendo un discorso più sicuro di sé, come si addice ad una matura istituzione politica più vecchia e più vincente della maggior parte degli Stati-nazione di oggi.