società

Perché diamo più importanza a certe tragedie piuttosto che ad altre? 

Articolo pubblicato il 18 maggio 2015
Articolo pubblicato il 18 maggio 2015

Il 2015 ci ha colpiti con alcuni scioccanti attacchi da parte dell'ISIS e di tutti i suoi affiliati. Alcuni hanno avuto un impatto profondo su di noi, altri meno. L'ultimo di questi orrori è avvenuto al Garissa University College, in Kenya, all'inizio di aprile. Ma questa volta, la notizia è stata rivelata dalla stampa quasi 24 ore dopo, non prima. 

Quando sono avvenute le stragi di Charlie Hebdo e del Museo Nazionale del Bardo, siamo stati informati quasi immediatamente. Con lo stesso pretesto del fondamentalismo religioso, quasi 150 studenti sono stati massacrati in Kenya, eppure noi non sembriamo in grado di immedesimarci in questa storia. Perché reagiamo in modo così incoerente alle tragedie umane? 

Il 7 gennaio due terroristi fanno irruzione negli uffici di Charlie Hebdo a Parigi e assassinano 12 persone. Poco dopo, i social media e la stampa cominciano un'attività intensa. Migliaia di persone, con tutti i mezzi di comunicazione possibili, esprimono il loro stupore e la loro solidarietà. Immagini del profilo con su scritto "Je Suis Charlie", marce per la pace praticamente in ogni capitale europea, leader politici uniti per la libertà di parola (tra cui sei presidenti di stati africani), e così via.

Abbiamo vissuto un momento simile il 18 marzo, seppure in scala ridotta, quando tre terroristi legati all'ISIS hanno fatto irruzione al Museo Nazionale del Bardo, in Tunisia, uccidendo 23 turisti, per la maggior parte orientali.

Il 2 aprile un gruppo di radicali legati ad al Shabaab uccidono 147 studenti dell'Università di Garissa, in Kenya, preoccupandosi di separare attentamente gli studenti musulmani da quelli cristiani, per poi rinchiudere gli ultimi in uno spazio confinato per poterli massacrare facilmente e causare così un bagno di sangue. 

Tuttavia, questa tragedia pare aver prodotto solamente un'eco nei media e nella società occidentali. Questa volta non sono arrivati i leader mondiali e non ci sono state marce per la pace né stupore. L'unica memoria che si vede condivisa sui social media, sono le sanguinose immagini dei corpi massacrati e sparsi sul pavimento di uno degli edifici del campus. Provate ad immaginare cosa sarebbe successo, invece, se 150 studenti fossero stati uccisi nel campus di un'università europea... Saremmo stati evasivi al punto di disumanizzare queste tragedie? 

Qualche anno fa un articolo molto interessante intitolato "La gerarchia della morte" spiegava le ragioni dietro alle nostre reazioni e il perché queste fossero più intense rispetto ad alcune tragedie piuttosto che altre: prossimità e qualità delle informazioni.

1. Prossimità

La prima ragione è abbastanza semplice. Siamo inclini a dimostrare più interesse e ad empatizzare maggiormente con gli eventi che accadono vicino a noi. Logicamente, quando qualcosa accade nel nostro Paese o nei Paesi confinanti, tendiamo a dargli più importanza rispetto a Paesi lontani, con diverse culture e società alle quali non possiamo relazionarci. 

2. Qualità delle informazioni

Non appena accade qualcosa in un Paese occidentale, i media schierano i propri inviati speciali e corrispondenti per seguire la storia, fornendo un illimitato fluire di informazioni. Ma nei Paesi come il Kenya, la Nigeria e la Siria - oppure in Nepal, recentemente sconvolto dal terremoto -, dove il pericolo è molto più alto e le risorse più scarse, è molto più difficile ottenere una copertura "sul posto". Non è una questione di negligenza, naturalmente, dato che molti giornalisti sono confinati in un luogo sicuro, dove possono ricevere solamente informazioni filtrate. 

La prossimità e la qualità delle informazioni certamente ricoprono un importante ruolo nel fatto che si parli più della strage di Charlie Hebdo rispetto a quella dell'università di Garissa. Ma non dovrebbe essere in alcun modo un buon motivo per dare più importanza ad una tragedia piuttosto che a un'altra

Molti hanno dei preconcetti sull'Africa, vista come un continente lacerato dalla guerra, bloccato dalla fame, dalla miseria e dalla violenza. Molti credono che tutto ciò sia così distante dalla nostra realtà, che non tornerà a tormentarci, ma il terrorismo è una realtà globale. Disumanizzando una tragedia per via della razza o della religione, non facciamo altro che un favore ad al Shabaab, all'ISIS e a Boko Haram. In un mondo globalizzato, tutto e tutti siamo intrinsecamente legati e connessi in qualche modo. È tempo di smettere di pensare che qualcuno dall'altra parte del mondo non sia un nostro vicino. Queste sono questioni globali, sia che accadano a Parigi, in Tunisia o a Garissa.