società

Pegida: perché proprio a Dresda? (Parte 3)

Articolo pubblicato il 02 febbraio 2015
Articolo pubblicato il 02 febbraio 2015

Pegida si fa sentire. E il respiro non si trattiene soltanto a Dresda. Osservazioni sullo Stato, sulla società civile e sulla cultura politica nella capitale della Sassonia.  

Parte III

E adesso che si fa?

La nebbia, che per anni e anni ha offuscato la Sassonia (e soprattutto Dresda), si sta finalmente alzando. Il fatto che PEGIDA non raccolga così tante adesioni tra i giovani - cosa che di solito caratterizza i movimenti di successo - fa ben sperare. Al contrario, il network „Dresden für Alle“ (Dresda per tutti) sta registrando un grande successo proprio tra i più giovani. L'inasprimento della sfera pubblica ricorda a tutti noi e, non da ultimi proprio ai giovani, che la democrazia liberale, lo stato di diritto, la tolleranza religiosa, i diritti fondamentali, la libertà di espressione e i confini aperti non sono cose scontate. Anzi, per ottenerle si è combattuto. Allo stesso modo, le deviazioni totalitarie vanno attivamente respinte. 

In molti luoghi della Sassonia, i punti nevralgici della società civile hanno ripreso vita: stiamo parlando di quei cuori pulsanti nati per opporsi al neonazismo o alla chiusura delle scuole e che, in un momento successivo, hanno segnato la vita quotidiana di molti piccoli comuni e cittadine, portando creatività, linfa vitale e aprendo la strada a nuove prospettive. 

Non si può restare immobili. Non succederà. In alcuni piccoli coluni, la società civile sta già maturando consapevolezza politica. La sfera pubblica regionale si intreccia in maniera sempre più intensa con la sfera pubblica nazionale: scienza, cultura ed economia sono settori che, almeno a Dresda, hanno superato gli orizzonti locali da diverso tempo continuando, però, a vivere sotto una protettiva campana di vetro che attutiva le percezioni. Pare che la campana stia accusando le prime crepe soltanto adesso, lasciando emergere spazi sempre più ampi di consapevolezza politica.  

La CDU - ovvero l'Unione cristiano-democratica, nonché il partito attualmente al governo in Sassonia - si trova ora di fronte al dilemma: mantenere a tutti i costi l'immobilismo, rafforzando la propria funzione accentratrice, oppure assecondare il cambiamento. Sia l'amministrazione conservatrice instauratasi dopo la caduta del muro, sia i Blockflöten (letteralmente "flauti dolci", termine dispregiativocon cui venivano chiamati i membri dei partiti di opposizione durante la DDR) hanno sempre strizzato l'occhio all'immobilismo della società civile. Pensiamo a politici come il primo ministro sassone Tillich, o al capogruppo della CDU Kupfer: già durante la DDR militavano nel partito di blocco (ovvero il partito d'opposizione, ndr) CDU ed esercitavano piccoli - e perlopiù insignificanti - ruoli nell'apparato statale. Negli anni passati, è stato proprio l'immobilismo della società civile a permettere alla CDU di costruire un camuffato sistema di clientele nei settori dell'economia, della cultura e dello sport. In questo modo, attraverso un capillare controllo su tutta la società, il governo ha potuto garantire una stabilità duratura.  

In perfetto stile DDR

Questa forma di centralizzazione è emersa anche in occasione della grande manifestazione del 10 gennaio, che avrebbe dovuto incarnare lo spirito più vero del cosmopolitismo e dell'apertura al mondo. La società civile non è stata assolutamente coinvolta nell'organizzazione della manifestazione. Anzi, è stata ammessa quale relatrice soltanto in alcuni interventi e pure con reticenza. In perfetto stile DDR, le confederazioni ("organizzazioni di massa") e le istituzioni sociali sono state obbligate a partecipare all'ultimo minuto. L'automa statale pare non aver notato che la maggior parte di queste associazioni - a partire dalle università, dalle associazioni culturali e dalla Chiesa - avevano già iniziato a manifestare molto tempo prima. La macchina dello Stato e la direzione del partito non hanno avuto certo vita facile con certe iniziative della società civile, tipo l'aiuto ai profughi, oppure con quei movimenti - decisamente efficaci - che tutti gli anni si oppongono alle manifestazioni neonaziste  del 13 febbraio.  

Il punto è questo: per principio, un partito dello Stato non dovrebbe piegarsi di fronte agli inviti della società civile. L'alternativa - a mio avviso auspicabile - è scostarsi dal paradigma del "partito di Stato" per formare un partito di cittadini. Certo, questo passo esige una certa creatività e uno sforzo non indifferente da parte dei politici, ma potrebbe scongiurare il tracollo, non così utopico, del partito stesso considerato il vento che tira. Dall'altra parte, è necessario uno sforzo anche degli altri attori politici in Sassonia. In pratica, tutti devono uscire dai propri schemi.

Era davvero necessario aspettare che intervenisse il governo per mettere in piedi una dimostrazione degna di tale nome? Non c'erano persone abbastanza consapevoli e preparate - e questa è anche un'autocritica - capaci di organizzare una vera manifestazione anche senza lo Stato (il che non significa contro lo stato)? Quando parlo di immobilismo, mi riferisco proprio a questo. Si pensava d'aver superato tale indifferenza già da tempo, quando un'iniziativa cittadina sostenuta dai partiti SPD, Grünen, PDS e FDP ha condotto una mobilitazione contro il partito di Stato in occasione delle elezioni del sindaco. Eppure, ci sono ancora tracce di immobilismo. Ora è davvero necessario assumersi delle responsabilità e farsi carico della gravosa sfida di presentarsi, anche a livello nazionale, quale alternativa credibile. 

Questo articolo è stato pubblicato su Cafébabel grazie a una licenza Creative-Commons concessa da Dietrich Herrmann / Heinrich-Böll-Stiftung.

Qui potete leggere la prima e la seconda parte di PEGIDA - Perché proprio a Dresda?