società

Parigi: i disegni di un migrante siriano

Articolo pubblicato il 06 giugno 2014
Articolo pubblicato il 06 giugno 2014

Ri­trat­to di un mi­gran­te e ar­ti­sta si­ria­no che 10 anni dopo aver ab­ban­do­na­to la sua terra, di­se­gna il de­sti­no dei suoi com­pa­trio­ti sui muri di un lo­ca­le di Pa­ri­gi. Quan­do la sto­ria uni­sce arte e cul­tu­ra.

Se­con­do le Na­zioni Unite, più di 200 mil­ioni di per­so­ne - pari al 3% della po­po­la­zio­ne mon­dia­le - vi­vo­no lon­ta­no dalla loro pa­tria. Tutte le na­zio­ni del mondo, nes­su­na esclu­sa, sono in­te­res­sa­te da que­sto esodo di massa. La de­sti­na­zio­ne fi­na­le o il paese di ac­co­glien­za scel­ti dai mi­gran­ti varia da per­so­na a per­so­na. Tut­ta­via, con­tra­ria­men­te a quan­to si crede, la mag­gior parte delle mi­gra­zio­ni av­vie­ne al­l'in­ter­no delle stes­se re­gio­ni. I paesi di fron­tie­ra sono i più get­to­na­ti dai mi­gran­ti dei paesi li­mi­tro­fi. 

Un mondo a co­lo­ri

Ge­ne­ral­men­te, i mi­gran­ti che scel­go­no l'e­si­lio fug­go­no da un'e­si­sten­za pre­ca­ria per in­se­gui­re il sogno di una vita mi­glio­re; è al­lo­ra che ven­go­no tra­sci­na­ti in un vor­ti­ce im­ma­gi­na­rio fatto di spe­ran­ze. È  que­sto il caso di Firas, ge­sto­re del lo­ca­le Bis­tro Sy­rien a Pa­ri­gi. Dieci anni prima, ha de­ci­so di tra­sfe­rir­si nella ca­pi­ta­le fran­ce­se per una sem­pli­ce ra­gio­ne: stu­dia­re l'ar­te, a co­lo­ri. A Da­ma­sco, Firas ha stu­dia­to da au­to­di­dat­ta, con l'a­iu­to di un ma­nua­le di pit­tu­ra in bian­co e nero.

Tra un cen­ti­na­io di can­di­da­ti, solo in dieci hanno ot­te­nu­to un visto per poter stu­dia­re in Fran­cia. «Ho pas­sa­to i primi gior­ni a Pa­ri­gi fa­cen­do la spola da un museo al­l'al­tro alla ri­cer­ca dei qua­dri a co­lo­ri, di quel­le opere d'ar­te che avevo solo visto su un libro in bian­co e nero. Ho sco­per­to un nuovo mondo; è stato come ve­der­li per la prima volta. Era come se aves­se­ro squar­cia­to il velo che mi im­pe­di­va di ve­de­re la bel­lez­za delle cose», ra­cconta Firas. 

Dopo al­cu­ni gior­ni pieni di me­ra­vi­glia, il no­stro amico si­ria­no deve però af­fron­ta­re i pro­ble­mi che com­por­ta vi­ve­re in una gran­de città come Pa­ri­gi. E la sorte non sem­bra es­se­re dalla sua parte, come ci rac­con­ta: «Men­tre se­gui­vo l'u­ni­ver­si­tà, nel 2010, ho avuto un in­ci­den­te in moto che mi ha co­stret­to a re­sta­re a casa per tre mesi. Do­ve­vo con­se­gna­re la tesi fi­na­le e que­sto mi ha ob­bli­ga­to a ri­man­dar­la. L’an­no suc­ces­si­vo, non mi è stato rin­no­va­to il per­mes­so di sog­gior­no: do­ve­vo ab­ban­do­na­re la Fran­cia».

Firas non può eser­ci­ta­re un la­vo­ro e de­ci­de quin­di di fare ap­pel­lo a un av­vo­ca­to. Ci vor­ran­no 11 mesi: un'e­ter­ni­tà in una città dove il costo della vita è uno dei più alti in Eu­ro­pa. «Per­ché 11 mesi?», si chie­de Firas ad alta voce. In real­tà, è que­sto il tempo ne­ces­sa­rio per pre­sen­ta­re ri­cor­so ma so­prat­tut­to per at­ten­de­re la ri­spo­sta da parte del tri­bu­na­le. «Mi hanno rin­no­va­to il per­mes­so di sog­gior­no per un anno come stu­den­te. Me l'a­spet­ta­vo. Hanno visto che avevo af­fron­ta­to gli esami a pieni voti. Per lo meno ho avuto gran­de co­stan­za!» con­ti­nua.

Il "CAFE' DEI RI­VO­LU­ZIO­NA­RI"

Firas ot­ter­rà la lau­rea, tas­sel­lo im­por­tan­te per avere un per­mes­so di sog­gior­no degno di que­sto nome. Anche se la sua è una sto­ria a lieto fine, il si­riano non ha di­men­ti­ca­to i suoi com­pa­trio­ti, vista la si­tua­zio­ne in cui versa il suo paese. «Ar­chi­tetti e me­di­ci sono stati co­stret­ti a fug­gi­re dalla guer­ra alla ri­cer­ca di una vita mi­glio­re», ci spie­ga.

Co­no­sciu­to anche sotto il nome di «Café dei rivo­lu­zionari», il bis­trot si­ria­no dove la­vo­ra Firas, è anche un luogo di ac­co­glien­za per i mi­gran­ti si­ria­ni che, come ci dice «giun­go­no a cen­ti­na­ia». Un luogo dove i si­ria­ni di Pa­ri­gi pos­so­no riu­nir­si e can­ta­re la li­bertà scrit­ta sui muri, di­ven­ta­ti la­va­gne gi­gan­ti per chiun­que abbia qual­co­sa da rac­con­ta­re.  

Questo articolo fa parte di un’edizione speciale consacrata a Parigi e realizzata nel quadro del progetto “euromed reporter” a cura di Cafébabel in collaborazione con Search for Common Ground e la fondazione Anna Lindh.