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Odiami: No Hate Speech Movement

Articolo pubblicato il 30 aprile 2013
Articolo pubblicato il 30 aprile 2013
Il 23 marzo 2013 il Consiglio d’Europa ha lanciato una Campagna di sensibilizzazione contro lo hate speech online. Attraverso un coinvolgimento diretto degli utenti, l’iniziativa mira a promuovere un monitoraggio partecipativo della rete con lo scopo di individuare e limitare i contenuti di siti, commenti, immagini o video che diffondono messaggi discriminatori.

Il caso Twitter

Nel gennaio 2012 Twitter ha annunciato una riforma interna, autorizzando l’intervento sul flusso dei messaggi pubblicati nei singoli paesi e permettendone la rimozione o il blocco dell’utente. La misura ha allarmato i blogger arabi, mentre il governo thailandese salutava con approvazione la possibilità di bloccare cittadini accusati di lesa maestà. La pagina #TwitterCensored è stata in breve tempo presa d’assalto, con l’intuizione che si trattasse di una manovra contro la libertà d’espressione, prontamente accusata da Reporters sans Frontières come atto censorio. Tuttavia la nuova norma non è mai stata applicata. Fino all’ottobre scorso, quando la polizia di Hannover ha ottenuto la rimozione di una pagina. Il gruppo neo-nazista Bressers Hannover è il primo utente nella storia dei cinguettii a essere stato bloccato.

Libertà d’espressione o di discriminazione?

Il web permette un coinvolgimento totalizzante dell’individuo, identità cibernetiche si riversano nello spazio fluido di una diaspora postmoderna

L’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo garantisce il diritto alla libertà d’espressione come una condizione necessaria a una società democratica. L’articolo 4 della Convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione condanna invece qualsiasi espressione basata su un’idea di superiorità o di odio razziale. Cosa succede quando l’incontenibilità di internet, garantendo anonimato e impunità, diventa un’antenna per la diffusione di messaggi razzisti? Un cortocircuito. In quale misura la libertà d’espressione è un argomento valido per mettere a repentaglio il diritto a non essere discriminati? Libertà o sicurezza?

Il web permette un coinvolgimento totalizzante dell’individuo. Identità cibernetiche si riversano nello spazio fluido di una diaspora postmoderna. Le comuni declinazioni dello spazio e del tempo perdono organicità, si frammentano, si disperdono, si cristallizzano su uno schermo insonne. Facebook, Twitter, Youtube, Streaming, E-mail, Skype, WhatsApp sono i paradigmi di un nuovo linguaggio che codifica le nostre giornate. E se il confine tra online e offline diviene sempre più labile, l’impatto che uno genera sull’altro è ignorato. Che succede se un utente diffonde materiale che incita all’odio contro una determinata categoria? Il messaggio può essere letto e condiviso, un passaparola che si sedimenta nella coscienza comune del web, collettiva perché nessuno avrà alzato la mano.

È questa la breccia di riflessione in cui si inserisce il No Hate Speech Movement (attivo anche su Facebook), campagna promossa dal Consiglio d’Europa con il coinvolgimento di circa 1000 organizzazioni in Europa, tra cui il CEIPES di Palermo. Avviata nel 2012 e lanciata il 23 marzo 2013, l’iniziativa durerà fino al 2014 con lo scopo di attivare una mobilitazione trasversale per la prevenzione, il monitoraggio e la denuncia di siti che promuovono discorsi di incitamento all’odio. Nulla a che vedere con tentativi di controllo della rete bypassati da acronimi impronunciabili quali SOPA, PIPA, ACTA, TTPA. Si tratta di animare un dibattito costruttivo, il cui principale artefice e destinatario è il cittadino. Far emergere una consapevolezza critica sul tema, con strumenti in grado di arginare tale fenomeno con segnalazioni dirette a enti quali l’UNAR o l’INACH. Basta un click per partecipare rilevando un caso di “hate speech”.

La nuova Cadillac 

Secondo la relazione UNAR, i casi di discriminazione segnalati sono aumentati da circa 750 a più di 1000 tra il 2010 e il 2011. Un dato importante, che dimostra una presa di posizione decisa, soprattutto se si considera che l’ambito più frequente di discriminazione è proprio il web con una percentuale del 22,6% sul totale. Un altro aspetto inquietante è la “diversificazione” dello hate speech, non più ricondotto esclusivamente a ragioni etnico-razziali, ma rivolto anche a donne, omosessuali e disabili, con fenomeni distorsivi emergenti quali il cyber-bullismo. Sarebbe piuttosto ingenuo però ricondurre il tutto a una mera escrescenza sociale. Il problema è ben più profondo. Negli ultimi anni si è assistito a un allarmante riemergere di discorsi razzisti, poi diffusi in rete, pronunciati da esponenti di partiti che hanno ottenuto rilevanti appoggi elettorali nei rispettivi paesi. Il Partij Voor de Vrijheid in Olanda e il British National Party in Gran Bretagna nel 2009, il Front National francese e Alba Dorata in Grecia nel 2012. Ma anche la Plataforma per Catalunya in Spagna. In Italia, la Lega Nord ha addirittura governato dal 2008 al 2011, e il gruppo neo-fascista Casa Pound si è candidato alle ultime elezioni. Senza dimenticare le tragedie di Utoya, Firenze e Tolosa. E, per ultime, le offese razziste e gli insulti rivolti al nuovo ministro per l'Integrazione Cécile Kyenge da parte di "illustri" esponenti della lega e sui siti di estrema destra.

L’Europa è evidentemente in crisi. L’errore è credere che la crisi sia economica, rimandando i conti con il proprio passato coloniale e fratricida. La campagna è un segno della volontà di una narrazione collettiva che unisca proprio sull’argomento che maggiormente ha diviso. Il razzismo.

Uno dei problemi principali dello hate speech online, oltre alla possibilità di anonimato e l’assenza di una regolamentazione, è la mancanza di un’uniformità di giurisdizione. Dal 1995 sono stati numerosi gli sforzi comunitari al riguardo, tra cui la Convenzione Internazionale contro il Cybercrimine nel 1996 o il Safer Internet Plus nel 2005. Il No Hate Speech Movement segue tale solco, ma invita il cittadino a intervenire quotidianamente. È a partire da tale consapevolezza di azione dal basso che è possibile il cambiamento.

Malcolm X ripeteva che “il razzismo è come una Cadillac: ne esce una nuova ogni anno. E anche se il modello del 1960 non può essere come quello del 1920, si tratta pur sempre di una Cadillac”. Lo Hate Speech è la Cadillac del nuovo millennio. Il web la sua strada. Le segnalazioni degli internauti il suo divieto.

Foto: copertina © alvaro tapia hidalgo/Flickr; logo © No Hate Speech Movement/Facebook; Marine Le Pen © Birdyphage/Flickr; video © No Hate Speech Movement/YouTube