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«Noi, ridotti al silenzio». La protesta dei militari portoghesi

Articolo pubblicato il 27 settembre 2007
Articolo pubblicato il 27 settembre 2007
Pochi diritti, tanti doveri. La battaglia dei soldati portoghesi per riconquistare la libertà.

«Rapito. Non c'è altra parola per descrivere la situazione del nostro Vice Presidente David Pereira. Perchè è stato trattenuto contro la sua volontà e contro la legge», aveva dichiarato Antonio Lima Coelho durante una conferenza stampa nel Novembre 2006. Il Sergente maggiore dell’Aeronautica portoghese e pPresidente dell’Associação Nacional de Sargentos (ANSns), si riferiva al caso di un militare imprigionato per aver parlato alla stampa. riguardo il collega detenuto alla conferenza stampa nell’ufficio di ANS a Lisbona il 30 Novembre 2006. Sì, perché in Portogallo i soldati non possono parlare alla stampa né chiedere alle proprie associazioni di categoria informazioni su stipendi e promozioni.

I generali portoghesi non scherzano. Il nostro Coelho, quasi nove mesi dopo le sue dichiarazioni, è stato detenuto per un giorno, il 24 Agosto 2007. «Sono stato chiuso in una stanza. Ho letto i giornali, scritto, e preparato le carte per la mia uscita. Ho ripetuto alla stampa ciò che avevo già dichiarato al Generale la notte precedente. Io non sono colpevole per le ragioni per cui sono stato arrestato. Ma continuerei comunque a fare il mio lavoro di militare».

In servizio dal 1978 Coelho ha dovuto fronteggiare cinque procedure disciplinari militari. E cinquanta casi simili sono accaduti negli ultimi 2 anni.

Obiettivo disciplina

Il 29 Agosto 2001 il Governo portoghese all' unanimità aveva votato in Parlamento una legge organica che garantisse ai soldati professionisti il ‘diritto all’associazione’. «Ma la legge è rimasta lettera morta», fa notare Coelho. Paradossalmente gli ufficiali e i sergenti in servizio – come anche il personale in congedo indipendente dall’esercito – non sono liberi di collaborare o partecipare nei discorsi, nei workshops e nelle dimostrazioni. Il problema venne già alla luce nel 1988 quando i sergenti iniziarono a discutere riguardo il bisogno di scegliere un altro organismo per l'assistenza sanitaria e sociale. Una recente legislazione nel mese di agosto 2007 ha riaperto il confuso dibattito e peggiorato le condizioni, per esempio limitando il numero di persone che possono essere elette come membri del consiglio militare.

Le associazioni e i sindacati militari sono affermati in nazioni come Olanda, Danimarca, Belgio, Irlanda e Germania. «Il loro senso del dovere o della disciplina non sono compromessi, ma aumentati!» esclama Coelho. «I leader militari sostengono che tali azioni mettono in pericolo la disciplina delle forze armate. Ma questo non significa che se io sono il presidente di un associazione allora devo diventare un soldato indisciplinato! Al contrario far parte di un’associazione aumenta il mio livello di responsabilità. Stiamo creando, invece, una situazione ancora più pericolosa punendo i subordinati per nulla».

Cultura mediterranea

La maggiorparte dei soldati è confinata nelle sue barricate come punizione – anche attraverso il confine iberico. «È strano», dice Emmanuel Jacob, Segretario generale dell’Organizzazione Europea delle Associazioni Militari (Euromil), l’unica federazione europea che raccoglie insieme 22 nazioni e le loro associazioni. Il suo collega Jorge Bravo Alvarez, 47 anni, Presidente dell’Associazione Militare Spagnola (Aume), è stato imprigionato il 25 Gennaio 2007 dopo aver rilasciato una dichiarazione al meeting della Polizia Civile Spagnola a Madrid riguardo l'incidente di un'elicottero in Afghanistan, dove 17 dei suoi concittadini persero la vita. «È stato trattato come un prigioniero pericoloso», esclama Jacob. «Le condizioni erano terribili – niente televisione, né accesso a Internet o a libri. Nonostante ciò era ottimista, e desiderava continuare la lotta.»

Anche in Italia si dibatte sul diritto di associazione. «Forse è un problema delle culture latine», argomenta Jacob, «i Governi temono che una volta che i soldati abbiano ottenuto dei diritti, perdano la loro disciplina.» Coelho fa riferimento alla storia per spiegare il fenomeno. «Il Portogallo è stato governato da una pesante dittatura appoggiata dall’esercito. I ranghi inferiori avrebbero potuto democratizzare anche le forze armate approfittando della rivoluzione del 1974, ma continuano a negare ai soldati la libertà di espressione».

Europa? No grazie

«Noi intendiamo avvicinarci alle autorità in maniera propositiva», afferma Jacob, che riporta anche che la Commissione Ue ha sostenuto che «non è realmente convinta e non può dare priorità al problema. In realtà se ne dovranno pur occupare». Brian Durnin, invece, dallo staff militare Ue, bolla il problema come «una questione interna agli Stati membri»

La visione di Coelho sulle circa 2mila truppe portoghesi attualmente stazionate in Afghanistan, Libano, Bosnia, Kosovo, le ex colonie portoghesi in Africa e a Timor Est, è semplice. «Loro possono esprimersi perché sono stanziati come forze internazionali. Perché ciò non dovrebbe applicarsi in patria?» Euromil intanto continua la sua azione di lobbying e attende riscontri in seguito a una serie di appuntamenti con il Ministro della Difesa portoghese a inizio settembre.

Sempre sul fronte interno i rappresentanti del Partito Socialista (al governo) e quelli del Partito Social Democratico (all'opposizione) si rifiutano di incontrare le delegazioni parlamentari schierate a favore dei diritti dei militari. Gli attuali vertici dell'Ue hanno preferito non commentare il caso.

Foto nel testo: (ANS Antonio Lima Coelho)