società

Noi, polacchi di Berlino, falliti e contenti

Articolo pubblicato il 30 agosto 2007
Articolo pubblicato il 30 agosto 2007
Con oltre 40mila membri la comunità polacca è la seconda più grande della capitale tedesca. Molti gli artisti e i businessmen affermati. Tanti anche quelli che si fanno beffe del sistema. Con ironia.

«Andate a Berlino? È talmente vicina che è quasi una città polacca», dicono certe volte gli abitanti di Cracovia. Non è del tutto falso. Perché la capitale tedesca, a soli 70 km dalla frontiera polacca, vanta dall'inizio del Ventesimo secolo una lunga tradizione d'accoglienza. All'epoca gli operai delle regioni polacche della Slesia e della Grande Polonia erano inviati per incrementare lo sviluppo sempre più intenso della città. Uno dei simboli del tempo è infatti la fermata della metro Schlesinger Tor (Porta della Slesia) che, un tempo, era proprio la vecchia stazione ferroviaria in cui arrivavano gli immigrati polacchi.

Cercasi casa disperatamente

E oggi? Berlino conta quasi 3,5 milioni di abitanti, di cui circa 40mila polacchi e un numero indefinito di lavoratori temporanei, studenti e extra comunitari. Tuttavia non si sente quasi mai parlare della lingua di Kapuciski, e non si trovano cartelli tradotti in questa lingua. Qui a Berlino i polacchi non vivono in un quartiere specifico ma sono sparsi un po' dappertutto. Una delle principali difficoltà è quella di affittare un appartamento. Chi è straniero deve innanzitutto fornire un gran numero di documenti per provare la sua credibilità e la sua solvibilità. «Qui la burocrazia è orribile. Anche se si fornisce un dossier perfetto, i proprietari tedeschi preferiscono affittare ad altri tedeschi», afferma una giovane coppia di architetti originaria di Cracovia. «È una chiara mancanza di fiducia verso gli immigrati provenienti dall'altra sponda dell'Oder.» Eppure i prezzi immobiliari sono spaventosamente inferiori rispetto a Cracovia. «A tariffe equivalenti, qui avremmo diritto a un grande appartamento.»

18% di disoccupati

Anche se Berlino resta una città a buon mercato, col 18% di disoccupazione non attira quasi più lavoratori stranieri. Le grandi città della Germania dell'Ovest, come Amburgo, ne contano molti di più. Ma in fatto di multiculturalismo, la capitale della Bundesrepublik resta un must. «Non mi piacerebbe vivere in un'altra città qui in Germania, qui tutti si sentono a proprio agio, a casa», dice per esempio Andrzej Rasyk, giovane laureato polacco. Con la nazionalità tedesca in tasca, ereditata dal nonno, Rasyk si è trasferito a Berlino qualche settimana fa pur non sapendo una parola di tedesco. Ha subito sperimentato l'apertura agli altri quando ha iniziato a seguire un corso di lingua per stranieri: «Un ghanese ci ha fatto una dimostrazione di danse africane tradizionali. E una brasiliana ci ha insegnato la capoeira (un'ex lotta di schiavi divenuta esercizio fisico, ndr)», ricorda.

Borse per giovani artisti internazionali

Questa diversità richiama i giovani in cerca di un posto interessante per vivere. Berlino accoglie tutti a braccia aperte. Rasik lavora per il progetto Culturia che mira a sostenere la creatività e a creare una rete tra i giovani artisti. L'iniziativa permette, ad esempio, ai non berlinesi di trascorrere dai tre ai sei mesi nella città per realizzare i loro progetti artistici e sociali. «È stata una sensazione strana trovarsi faccia a faccia con una commissione ufficiale e chiedere dei finanziamenti presentando seriamente le nostre idee», sottolinea Joanna Halas ridendo. Grazie a queste sovvenzioni ha recentemente potuto aprire uno studio e una galleria. «La galleria si chiama Furia. Sono stata ispirata dalla collera che ho provato nel vedere la passività di certi amici artisti: tutti dotati, per carità, ma poco determinati per sfruttare le opportunità che offre Berlino», precisa.

Le bionde trecce (folk) e tanti pierogi

Andrzej Risik e Joanna Halas si sono trasferiti subito a Berlino. «A Vienna dove ho vissuto per parecchi anni, mi sono sempre sentita una straniera», aggiunge.

Nell'aprile 2006 ha fatto una performance con degli amici a un festival per promuovere la Polonia, Terra Polska al centro artistico polivalente Kulturbrauerei. «Abbiamo indossato vestiti tipici polacchi e trecce bionde assolutamente finte. Gli spettatori potevano assaggiare dei pierogi (un tipo di pasta polacca ndr) e fare foto con un uomo travestito da orso bianco.

A Berlino, come in tutte le città dove c'è un'importante comunità polacca, esistono giornali in lingua originale, l'Istituto della cultura polacca e ong impegnate nelle relazioni bilaterali Germania-Polonia.

È curioso come una recente esposizione di design polacco presentata al Museo dell'Arte Déco non abbia attirato la folla. Una spiegazione? I polacchi preferiscono alle grandi istituzioni delle strutture più alternative.

La derisione come stile di vita

Basti pensare all'autoproclamato Club dei Falliti Polacchi (la sede nella foto sopra) che, dal 2001, organizza concerti, spettacoli, incontri con autori, proiezioni di film in polacco, esposizioni. E che non ha bisogno di pubblicità. Il nome, volutamente ironico, basta per attirare i curiosi. Se gli immigrati sono soliti battersi per una vita migliore, i membri di questa associazione, invece, vanno controcorrente. Reddito, carriera, aspirazione alla perfezione tipici della società tedesca? Una perdita di tempo. Almeno per i membri del gruppo, che preferiscono puntare sui valori (a detta loro) più autentici della società polacca. Il loro obiettivo? Trasformare in derisione l'immagine negativa dell'immigrato polacco. Una tendenza che sembra attirare sia polacchi che tedeschi.

Questi ultimi rappresenterebbero i due terzi dei visitatori, secondo Piotr Mordel, uno dei fondatori dei Falliti e disegnatore per la rivista polacca di Berlino Dialog. «Forse i polacchi non cercano la cultura», ironizza lui.

Ma non tutti sono d'accordo. Come Halina, proprietaria di un negozio di tessuti. Tante volte, infatti, ha cercato di convincere i fondatori del Club

a cambiar rotta. «Un nome così è scherzoso a Varsavia, ma non qui a Berlino», afferma. Secondo lei un'iniziativa del genere non aiuta a dare una buona immagine della Polonia a Berlino: «Quando si è ricchi si può ridere della povertà, ma quando si è poveri bisogna tenere la testa alta, avere un aspetto decoroso e

andare avanti».

UN BRANO DEL MANIFESTO DEI FALLITI POLACCHI

Non c'è molta gente come noi a Berlino. Forse una decina. Gli altri sono interessati ai profitti. Sono degli specialisti freddi, senza anima. Quello che fanno loro è fatto alla perfezione. Noi, i deboli, siamo così ingenui da comprare il latte in farmacia, ci facciamo clacsonare dalle macchine. E inciampiamo anche nelle strade nuove di zecca che ci sono qui. Noi riconosciamo la loro superiorità, ma vogliamo restare dei creativi, con i nostri mezzi e la nostra mediocrità. Un demiurgo venera la perfezione, la finezza. Noi preferiamo la mediocrità.