società

Noi, Generazione Bataclan

Articolo pubblicato il 17 novembre 2015
Articolo pubblicato il 17 novembre 2015

(Opinione) "La cosa che più sconvolge è che a fare fuoco e a farsi esplodere siano stati ragazzi altrettanto giovani". "Sapremo rispondere allargando le braccia. Ripopolando i nostri luoghi, alzando il volume, riempiendo i bicchieri, tornando a fare chiasso nelle strade".

La definitiva presa di coscienza è arrivata con la prima pagina di Libération, uscita in edicola il lunedì successivo agli attacchi terroristici di Parigi. "Genération Bataclan" era il titolo, seguito da un breve sommario: "Giovani, in festa, aperti, cosmopoliti... Ritratto delle vittime degli attacchi terroristici del 13 novembre", con una foto che ritraeva proprio quei bellissimi giovani. È li che ci siamo detti: siamo noi quei ragazzi, e che ci siamo resi conto che eravamo proprio noi il bersaglio che volevano abbattere. 

Volevano colpire il nostro stile di vita, le nostre libertà, la nostra spensieratezza. Facendo irruzione nei nostri spazi e sconvolgendo la nostra normalità. Volevano e ci sono riusciti. Un attacco vigliacco, perché ai loro kalashnikov i ragazzi del Bataclan, del bar Le Carillon e del ristorante P'tit Cambodge non potevano opporre resistenza, se non con urla di paura, stringendosi e proteggendosi l'uno con l'altro.

All'odio rispondiamo allargando le braccia

Ragionando a mente più o meno lucida – la paura, che se ne dica, è ancora presente e lo sarà per molto tempo – la cosa più sconvolgente è che a fare fuoco e a farsi esplodere siano stati ragazzi altrettanto giovani. E riflettendo su questo, appare chiaro come il "piano" di coloro che muovono i fili da dietro le quinte, fosse quello di metterci contro, fomentare l'odio tra ragazzi di una stessa generazione. Alzare una barriera tra "noi" e "loro".

Ma il loro triste obiettivo, stiano tranquilli, può dirsi già fallito. Proprio così, perché noi giovani a queste barbarie sapremo rispondere allargando le braccia. Ripopolando i nostri luoghi, alzando il volume, riempiendo i bicchieri, tornando a fare chiasso nelle strade. Perdonandoli, addirittura. Sì, perché la nostra generazione, la Generazione Bataclan, dell'odio non sa proprio che farsene.

Padri e figli

Ma non possiamo farlo da soli. Ad aiutarci dovranno esserci i nostri padri: e con "padri" si intende quella generazione di uomini che ora si trova a dover prendere decisioni. Sì, perché se fosse chiesto loro di rispondere a tutte le domande che ci siamo posti noi in questi giorni, molto probabilmente si renderebbero presto conto, guardando alle rivolte delle banlieue del 2005, che furono proprio loro a non essere in grado di ascoltare quei ragazzi che lo scorso fine settimana ci si sono scagliati contro. Ragazzi che, ieri come oggi, faticano a trovare spazio, ad accedere a servizi essenziali, ad avere le stesse nostre possibilità.

Ecco perché i nostri padri dovrebbero sentirsi in dovere di proteggerci. Ma non con le armi, non dichiarando guerra ai "loro" nemici. No, non è attaccando che potranno farlo. Ci dovranno capire, come mai una generazione di padri è riuscita a fare con i propri figli. Ma prima dovranno andare incontro a quei giovani che nelle province e nei sobborghi si sentono in gabbia e che, non trovando risposte in uno stato miope e sordo, decidono di mettersi nelle mani di diabolici fomentatori d'odio. I nostri padri dovrebbero sentire quei ragazzi come loro figli, domandarsi dove hanno sbagliato e porre rimedi. Non con le armi e nemmeno con l'odio, ma cercando soluzioni pacifiche. È difficile, tremendamente complesso. Ma devono riuscirci. In gioco c'è il futuro dei loro figli.

E la Génération Bataclan la parola "guerra" non vuole nemmeno sentirla sospirare.