società

Nei campi rifugiati la lingua è preziosa quanto il permesso di soggiorno

Articolo pubblicato il 22 settembre 2015
Articolo pubblicato il 22 settembre 2015

Oltre che con la complessità della procedura di richiesta di asilo, i rifugiati che arrivano in un Paese devono confrontarsi anche con l’ostacolo della lingua. Una sfida doppia in Belgio: devono far fronte contemporaneamente al francese e al nederlandese.

Al campo di accoglienza di parc Maximilien si è scelto di permettere ai migranti di imparare entrambe le lingue ufficiali del Belgio. Infatti nessuno può sapere in anticipo in che regione del Paese saranno mandati dopo la presentazione della domanda d’asilo. La scelta dei corsi è perciò libera.

Le lezioni sono organizzate in tende sistemate a questo scopo. Certamente con mezzi di fortuna. Due panche, una lavagna improvvisata, alcuni pennarelli costituiscono il materiale a disposizione. Il resto è affidato all’arte di arrangiarsi e all’immaginazione. Nessun programma imposto, ma piuttosto insegnamenti basilari. L’alfabeto e i numeri, l'ora, come presentarsi… Seguendo un po’ i bisogni e gli umori.

Lezioni senza sosta

Tutto ciò permette un insegnamento informale, forse poco strutturato. Ma è impossibile organizzare le cose in altro modo. I volontari hanno un bel da fare nel fissare un orario preciso per le lezioni, i rifugiati vanno e vengono nel corso della giornata. La richiesta è costante e veramente notevole. Sanno che hanno bisogno di imparare la lingua per riuscire a cavarsela nel Paese che li accoglie. In questo caso, come rifiutare l’accesso al corso a chi si presenta spontaneamente? Le lezioni si svolgono quindi senza sosta, anche a costo di ripetere più volte la stessa cosa.

 

Numerosi volontari si danno il cambio sul posto. Nabil fa parte del gruppo. Professore di francese, è abituato a insegnare a persone che non parlano francese, «in realtà soprattutto a bambini. Qui è diverso. Sono adulti e molti sono laureati. Perciò di base c’è già un’educazione. Spesso nel mio lavoro i bambini non sono mai andati a scuola, è più difficile insegnare loro qualcosa. Per esempio per le presentazioni ci metto due settimane. Qui in un’ora si è già finito il giro…».

«Detto questo, ciò può creare problemi per la memorizzazione,» prosegue Nabil. «Queste persone imparano un insieme troppo esteso di informazioni diverse in un lasso di tempo brevissimo. A volte si tratta delle informazioni più disparate. In quel caso non è per niente un male il fatto di ripetere spesso le stesse cose, in momenti diversi, con professori diversi… Anche se qualcuno ha già affrontato quell’argomento, ciò permette di farglielo riascoltare». Molte difficoltà sono ricorrenti. La maggior parte degli allievi (solo uomini, a parte una sola eccezione) parla arabo. Alcune lettere dell’alfabeto francese non esistono nella loro lingua, così come alcuni suoni. Fanno molta fatica, per esempio, a trovare la differenza tra "je" (io) e "jus" (succo). Con pazienza, gli insegnanti ripetono ancora e ancora una volta.  

Molto più di semplici corsi

La dedizione dei volontari può andare oltre. Philippe si occupa dei corsi di nederlandese. Parlando con un'altra volontaria hanno avuto questa idea: «Ci siamo resi conto che non aveva molto senso limitarsi a fornire dei corsi qui. Chi impara il francese magari si ritroverà nelle Fiandre e viceversa. Come farà? Perciò abbiamo intenzione di creare una piattaforma di crowdfunding per acquistare dei libretti coi quali i rifugiati possano farsi capire in tutte le lingue, anche senza conoscerle. Costano solo 5 euro, non è tanto per aiutare qualcuno a integrarsi nella società. Li daremo ai rifugiati per facilitare la loro integrazione».

 

Questo "gioiellino" lo si deve anche al portale Routard.com. Questa guida in immagini permette di farsi capire dovunque, anche senza parlare il linguaggio verbale. Così il nederlandese e il francese daranno meno problemi ai richiedenti asilo quando arriveranno al centro d’accoglienza che è stato loro indicato. Il tempo per loro di familiarizzare con la lingua. 

Una bella iniziativa, che illustra bene l’atmosfera del campo. Aiuto reciproco e solidarietà qui non sono parole insignificanti, poco importa in quale lingua le si pronunci. E contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, l’apprendimento avviene a doppio senso. «Con loro ripasso il mio arabo», dice Nabil ridendo. «È l’arabo classico, è diverso, e spesso devo penare per capirli». Uno scambio che permette quindi di arricchirsi a vicenda. E che a volte avviene in modi abbastanza inattesi, come il caso di quel signore di una certa età che chiedeva a una volontaria come si dice "I love you" in francese.

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La redazione locale di cafébabel Bruxelles ha creato un dossier dedicato ai campi per rifugiati in Belgio.