società

Martha Beatriz Roque, grinta cubana

Articolo pubblicato il 05 agosto 2006
Articolo pubblicato il 05 agosto 2006
Mentre Castro, ricoverato, lascia il potere al fratello Raúl, la dissidente sessantunenne accusa il regime di dimenticare il presente del suo popolo. Fatto di «apartheid». Ci siamo fatti raccontare la sua storia. In condizioni molto speciali.

«Atención, ci stanno filmando ». L’intervista non è ancora cominciata e lo sguardo indignato della dissidente cubana Martha Beatriz Roque Cabello già fende l’umidità del patio dove siamo incastonati. Ci troviamo in uno dei tanti alberghi de L’Avana Vecchia controllati dall’azienda statale Habaguanex. E una donna sta posando per un improbabile “turista” di chiare origini cubane. Ma l’obiettivo delle riprese non è lei. Siamo noi.

“La patria è di tutti”

La sessantunenne Roque non sembra particolarmente stupita: «Sono mesi che vengo fotografata ogni volta che entro o esco di casa». Ma com’è arrivata ad essere una sorvegliata speciale del regime comunista di Fidel Castro? «Tutto iniziò nel 1989. Insegnavo economia all’Università de L’Avana e durante una lezione criticai la fucilazione del Generale Arnaldo Ochoa, un ex eroe della Rivoluzione castrista accusato di narcotraffico. Pochi giorni dopo fui licenziata». Era l’inizio della crisi per l’economia cubana perché l’Urss di Gorbaciov aveva sospeso gli accordi commerciali che permettevano al Paese di esportare zucchero a prezzi gonfiati e di ricevere petrolio a prezzi preferenziali. «Tra l’89 e il ’95 non fu pubblicata nessuna statistica ufficiale» accusa, rigorosa, l’economista. «Per questo decisi di fondare l’Instituto Cubano de Economistas Independientes: per far conoscere al mondo la situazione di Cuba. E combattere la disinformazione». Ma la punizione castrista sarebbe arrivata nel 1997, quando venne incarcerata per tre anni insieme a Félix Bonné, René Gómez e Vladimiro Roca. Tutti firmatari di un documento, “La patria es de todos” (La patria è di tutti), che osava criticare un testo ufficiale del Partito Comunista Cubano. Dopo aver espiato la pena, Martha Beatriz Roque torna in carcere nel marzo 2003. Si tratta dell’unica donna nel gruppo dei 75 dissidenti sommariamente processati dal regime castrista. Questa volta la condanna è esemplare: vent’anni. Ma l’onda di sdegno internazionale è tale che l’Ue annuncia sanzioni contro L’Avana. Nel luglio 2004, in seguito ad un infarto, la dissidente ottiene gli arresti domiciliari.

Un poliziotto dentro ogni cubano

Le sofferenze, però, continuano: «Sono costantemente denigrata dal regime. I miei cari non possono nemmeno parlarmi, altrimenti perderebbero il lavoro. E il 25 aprile 2006 sono stata vittima di una dura aggressione nel mio domicilio (vedi foto)». Il regime castrista è organizzatissimo: in ogni isolato, persino nelle contrade più sperdute del Paese, c’è un presidente volontario del Comité de defensa de la revolución che controlla la vita degli abitanti: «Sanno tutto di te: quanto guadagni, dove ti sposti, chi ospiti. Adesso, con la scusa dei sopralluoghi per la lotta contro le zanzare, entrano persino nelle case. È un controllo orribile cui partecipa tutta la popolazione: c’è un poliziotto dentro ogni cubano» spiega la Roque. Intanto i camerieri e il personale dell’hotel, di solito irreperibili, indugiano al nostro tavolino: «Desean algo, señores?» (Desiderano altro?). Mentre le riprese continuano, l’atmosfera si fa più pesante dell’afa della capitale cubana in un patio stranamente deserto.

«Apartheid contro i cubani»

Ma quando cambieranno le cose a Cuba? «Il regime castrista vive nel futuro, promettendo orizzonti aurei alla popolazione. Ma dimentica il presente» arringa la Roque. «Certo sono pochi coloro che credono a un cambiamento, tanti vogliono lasciare il Paese. Ma la situazione quotidiana dei cubani hic et nunc è tanto disperata che il cambiamento non può essere lontano». Bisognerà aspettare la morte dell’ottantenne Castro? «Non per forza» – incalza grintosa ma poco credibile la Roque – «il cambiamento può arrivare prima perché i cubani subiscono un insopportabile regime di apartheid: sono esclusi da tanti luoghi riservati a turisti (come la regione di Varadero ndr). E da tanti beni di consumo (lo stipendio medio è di 9 dollari e un paio di scarpe ne costa 20 ndr)». Ma se l’accesso ai media è controllato, come influenzare l’opinione pubblica? «È vero, l’uso di Internet ad esempio è severamente limitato. Basti pensare al giornalista Guillermo Fariñas che ha iniziato uno sciopero della fame il 31 gennaio 2006 (terminato il 30 giugno) proprio perché il Governo non lo lasciava accedere a Internet. Ma nemmeno nel ’94 l’opposizione poteva parlare ai cubani; eppure la gente scese spontaneamente sul Malecón (lungomare) de L’Avana per protestare contro il regime». Intanto i due “turisti” che prima ci filmavano adesso scattano decine di foto dalla scalinata di marmo che domina il patio dell’hotel.

L’Europa? «Aiuta ma non lo dice»

Cosa possono fare gli altri paesi per Cuba? «Tanto. Ma il cambiamento deve arrivare dall’interno. Non saremo mai un’altra stella della bandiera statunitense o un altro Stato membro dell’Unione Europea». Eppure il sostegno internazionale è fondamentale: «Gli Usa sostengono la nostra lotta: a volte riceviamo dei beni da organizzazioni non governative. Ma denaro no. Non sono una mercenaria (accusa ripetuta dal Governo contro i dissidenti ndr). Quello che faccio lo faccio per la voglia di democrazia».

E l’Europa? «Anche l’Ue – ivi compresa la Delegazione ufficiale a L’Avana – aiuta. Ma non lo dice. Ultimamente ho visto l’ambasciatore francese che, come altri diplomatici europei, mi aveva inviato dei fiori dopo l’aggressione». E la fine delle sanzioni europee contro il Governo cubano annunciata a fine 2005? Qui la Roque lancia un chiaro messaggio politico: «Pensavo che l’Ue fosse più forte. In effetti» – spiega – «il Governo spagnolo spinge molto per l’amicizia con L’Avana». Il tempo è finito e le riprese anche. Preoccupata per le conseguenze dell’intervista? «No» – scherza lei – «esco sempre con una mise di ricambio nella borsetta. Nel caso dovessero arrestarmi».

Quanto al vostro cronista, dovrà affrontare due sorprendenti ore di perquisizioni alla dogana dell’aeroporto... Un caso?