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Lui sogna il Titanic, la nave affonda: diario intimo del comandante Schettino

Articolo pubblicato il 18 gennaio 2012
Articolo pubblicato il 18 gennaio 2012
Francesco Schettino, comandante del Concordia, la nave del gruppo Costa affondata lo scorso 13 gennaio a pochi metri dalla costa dell’isola del Giglio, è agli arresti domiciliari con le accuse di omicidio colposo plurimo, naufragio e abbandono della nave.
Nell’attesa che i giudici emettano una sentenza, immaginiamo di rubare la pagina dei suoi diari intimi in cui questo antieroe ci parla della sua passione per il Titanic, del suo complesso di inferiorità nei confronti del capitano Smith e di come l’incidente sia stato dovuto ad un semplice atto di galanteria. Leggere per credere.

Addio gente, seguirò la mia Nave”. Quante volte ho sognato di dire questa frase, a testa alta e con il cuore pieno di orgoglio. Eh sì, anch’io avrei voluto farlo, proprio come il comandante Edward Smith, al timone del suo Titanic, pochi attimi prima che l’oceano risucchiasse quel meraviglioso gigante di ferro imprigionandolo nei suoi fondali e consegnandolo alla Storia. Pensavo a lui ogni santo giorno: dal mattino, quando ero seduto sui banchi del nautico, a Piano di Sorrento, alla sera, quando trascorrevo ore e ore sui libri, intento a leggere di quel transatlantico e del suo leggendario equipaggio. Come avrei potuto togliermi dalla testa le descrizioni di quell’eroico capitano, la sua barba lunga e bianca, lo sguardo lucido e severo, la sua dignità. Ma io non sono il capitano Edward Smith. Sono solo Francesco Schettino, 52 anni, di Castellammare di Stabia. Anche la mia nave è affondata, ma io sono ancora vivo. Devo farmene una colpa?

A certe persone capita di dover inseguire i propri sogni per tutta la vita. Poi magari muoiono troppo presto, ma con la speranza ancora viva nel cuore che in un modo o nell’altro quei sogni si sarebbero potuti realizzare; fieri di aver comunque fatto tutto il possibile. A me, che ho avuto la fortuna di avere tra le mani il mio Titanic molto prima di avere la barba bianca, a poco più di quarant’anni, è invece toccato di invidiarle quelle persone: già so che morirò con la consapevolezza di aver sprecato un’occasione più unica che rara.

Certo, la mia nave si chiamava semplicemente Concordia e probabilmente non avrebbe mai attraversato l’Atlantico. Ma poco importa: ero fiero di esserne il comandante, e tutti, nella mia Castellammare, erano fieri di me. Per più di dieci anni ho accarezzato le vite di migliaia di persone, viziandole con le immagini di alcuni dei luoghi più incantevoli del mondo; li ho aiutati a dimenticare i problemi della vita quotidiana per qualche giorno, ad apprezzare le cose belle della vita. Per più di dieci anni, sui ponti di quella nave, ho visto storie d’amore nascere e altre finire, matrimoni e tradimenti, pianti e risate.

"Sappiate che lì, immerso nel buio della notte,  c’ero io, non voi"

Erano i miei passeggeri, gli stessi che ho visto bere champagne, regalarsi gioielli, ballare fino all’alba, persino fare all’amore, mentre io schiumavo sangue e sudore, intrappolato nella mia rigida uniforme, per tenere in carreggiata quel paese dei balocchi in movimento. Quegli stessi passeggeri ora si accorgono di me e mi puntano il dito contro, mi vogliono in galera, se non addirittura morto. E poi ci sono tutti gli altri, che mi danno del codardo forse perché pensano che la vita sia un film. Quanto mi sarebbe piaciuto averli visti al posto mio! Quanto siete bravi voi altri a dare ordini dalla capitaneria di porto, al calduccio, o a insultare il prossimo comodamente seduti davanti a uno schermo. Beh, sappiate che lì, immerso nel buio della notte, mentre una nave di trecento metri con più di 4mila persone innocenti si stava inabissando, c’ero io, non voi.

Oggi so qual è stata la mia colpa: quella di avere avuto tutto troppo in fretta. Quella di non essere un vecchio decrepito come quel maledetto comandante Smith, un uomo che ormai non aveva niente da perdere. La mia colpa è che sono ancora giovane e piacente, che ho una moglie che mi ama e con cui posso fare l’amore non più di una volta al mese e una figlia di soli quindici anni che quella notte mi aspettava a casa per darmi un bacio. Ebbene sì, per una volta ho fatto di testa mia, dopo una vita passata a prendere ordini da tutti. Ma di cosa mi si accusa? Ho solo voluto rendere omaggio alla nostra meravigliosa terra e a quella bella donna che mi stava stregando con il suo sguardo pieno di ammirazione. Ho voluto coglierle un fiore, un giglio bianco, per rendere onore ai suoi occhi. E così, per una volta, quella nave è diventata la mia nave, e, quasi si trattasse della mia mano, l’ho avvicinata a quel fiore meraviglioso. Le ho colto un’isola intera con la mia Concordia, e per questo sono stato punito. Punito non da una montagna di ghiaccio che nessuna carta nautica avrebbe potuto segnalare, ma da un piccolo scoglio, uno di quelli da cui mia figlia si tuffa in acqua, d’estate, con il sorriso sulle labbra.

E no, io non sono il vecchio Edward Smith. Sono solo Francesco Schettino, 52 anni, di Castellammare di Stabia. E quello non doveva essere il mio ultimo viaggio, perché anch’io voglio avere il diritto di portare la mia famiglia in crociera un giorno o l’altro. “Addio Nave, io non voglio morire”.

Tutte le foto: (cc) nephelim/flickr; lipsiadesign; video: tg1/youtube