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Lobby europee, il potere che attira

Articolo pubblicato il 18 ottobre 2006
Selezionato dalla redazione
Articolo pubblicato il 18 ottobre 2006
Sono 15.000 e vogliono influenzare le quotidiane decisioni a Bruxelles. Visita al quartiere europeo, dove hanno i loro uffici lobby e gruppi di pressione.

L’importanza delle decisioni che si prendono negli uffici si nota già nelle strade e nelle piazze del quartiere europeo di Bruxelles (a sinistra nella foto), dove centinaia di persone in giacca e cravatta si spostano su e giù per il centro cittadino. Non è difficile sentire conversazioni in tutte le lingue dell’Unione Europea, pur con una dominanza dell’inglese e del francese come lingue di comunicazione. Il clima di duro lavoro che si respira nei giorni feriali contrasta con quello dei fine settimana, quando strade e uffici restano deserti.

«In questa città si prendono ogni giorno decisioni molto importanti. Mi piace dire che siamo nella cucina d’Europa. Non si può non venire qui. La presenza delle lobby è costante da molto tempo, e del resto è anche logica», spiega Jos Chabert, primo vicepresidente del Parlamento della regione di Bruxelles. Si calcola che il 70% delle lobby difendino gli interessi di aziende private, il 20% quelli di regioni, città e istituzioni internazionali; e un 10% quelli delle ong.

Alcune fanno pressione per salvaguardare i diritti delle donne, altre per promuovere o scongiurare l’introduzione di cibi transgenici, per emendare le ultime norme in campo farmaceutico… Si tratta di gruppi di pressione che, con diverse strategie, cercano di ritagliarsi un ruolo nel cuore del potere esecutivo o legislativo europeo per favorire i propri interessi. Per ottenere questo scopo è indispensabile lo scambio di informazioni e una conoscenza profonda delle trame del potere, avere obiettivi chiari e programmare una strategia d’azione. Generalmente le lobby hanno grande influenza nei campi in cui la legislazione è agli inizi, come l’informatica o le biotecnologie.

Una porta aperta per le regioni

Se un tempo erano soprattutto le aziende ad avere le loro lobby in città, ora si aggiungono a queste le autorità regionali di tutta l’Europa. Al momento a Bruxelles sono già 250 le rappresentanze regionali permanenti a seguire costantemente le riunioni che riguardano le regioni, per poter così beneficiare dei fondi europei.

Un esempio è dato dalla regione di Helsinki: «Abbiamo aperto un ufficio per promuovere la regione di Helsinki come centro di conoscenza competitiva e come una zona sicura e piacevole del Nord Europa» spiega Eija Nylund, direttrice dell’ufficio.

Proprio per consigliare sulle ultime novità in questo settore è appena stato pubblicato Le lobbying des villes et des régions auprès de l’Union européenne (“Lobby delle capitali e delle regioni dell’Ue”, ndr), una guida pratica redatta da Pascal Goergen (a sinistra nella foto).

Nel libro si parla della prima comparsa del concetto di lobby nell’America del Diciannovesimo secolo. Il termine viene direttamente da lobby, in inglese “corridoio”, perché è proprio nei corridoi che si prendono la maggior parte delle decisioni. Già durante la Seconda Guerra Mondiale si registra la presenza dei primi gruppi di pressione. «Da allora in poi sono diventati un fenomeno comune, e ora sono in auge», spiega Goergen.

«Comunque sia, io credo che il termine sia ancora poco chiaro e, al momento, mal compreso». Il profilo tipico è quello di persone con buone doti strategiche, flessibili e con un buon bagaglio in campo politico, spiega il giovane assessore Bertrand Deprez. Attente anche alla “grande competenza” che si respira nel settore.

La cattiva fama

Molti “lobbisti” non amano ammettere il lavoro che fanno, soprattutto per le connotazioni negative che questo comporta. In questo momento, accusate di ricorrere a pratiche illegali, le lobby hanno fama di essere dei centri di corruzione. «La verità è che si tratta di un mondo molto trasparente, dove non c’è niente di misterioso. Questa cattiva fama è ingiustificata», sottolinea un veterano come Paul Adamson (a sinistra nella foto), fondatore del think tank e società di consulenza The Centre. Un think tank (letteralmente, “scatola di idee”) è un gruppo di specialisti di alto livello che forniscono idee e danno consulenza, spesso ai governi. «Il nostro modo di lavorare è molto meno aggressivo rispetto a quello dei nostri colleghi a Washington o Londra». Quanto alla definizione, bisognerebbe precisarla meglio. Infatti, mentre una lobby fa riferimento direttamente all’impresa, i consulenti lavorano per più clienti e hanno una maggiore libertà d’azione. «Nel nostro caso siamo anche un think tank, perché tentiamo di suscitare dibattiti e stabilire punti di contatto».

L’esperienza di Adamson a Bruxelles gli ha permesso di osservare l’evoluzione del settore, che « è cresciuto rapidamente. Ci sono uomini politici che ricevono talmente tanti inviti a riunioni che non hanno il tempo materiale per farvi fronte». Una cosa almeno: per fortuna è finita l’epoca in cui si inviavano grandi dossier cartacei. «Adesso molti razionalizzano e cercano di sintetizzare tutti gli obiettivi in uno tramite poche pagine tradotte in diverse lingue. È stato un cambiamento notevole», dice Adamson, che è anche fondatore della rivista E! Sharp.

Il caso Toyota

Un esempio di lobbista dichiarato è Geoffroy Peeters, membro della divisione Public Affairs (relazioni con le istutuzioni) di Toyota, che lavora sui temi della sicurezza stradale. «Il nostro intento è promuovere gli interessi dell’azienda nelle istituzioni. Vogliamo sensibilizzarle su ambiente e sicurezza. Il punto fondamentale è mantenere buone relazioni. Per questo ci riuniamo con i loro rappresentanti, diamo loro consulenza, teniamo dibattiti informali…». Ci assicura che non si tratta di confrontare le reciproche posizioni, quanto piuttosto di collaborare. «Noi conosciamo bene il settore. Siamo degli specialisti. Per cui è importante che il nostro punto di vista venga tenuto in considerazione».

Anche Peeters ritiene che la cattiva fama dei “lobbisti” sia ingiusta. «È un’Europa con tanti Stati membri e con tanta competitività, bisogna fare attenzione. Se un funzionario europeo deve legiferare su un ambito concreto, è normale che consulti le persone più competenti in quell’ambito». E spiega che la sua intenzione è lavorare nel modo «più trasparente possibile», anche se riconosce che «l’ignoranza esistente su questo mondo contribuisce a creare quest’aura di mistero».

Hanno collaborato Vanessa Witkowski e Graziella Jost, della nostra redazione di Bruxelles. Foto di Marc Serena. Traduzione dal catalano allo spagnolo di Alexis Bos Solé