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"L'Italia sono anch'io": storie di un paese che non riconosce i suoi abitanti

Articolo pubblicato il 01 marzo 2012
Articolo pubblicato il 01 marzo 2012
“L’Italia sono anch’io” è una campagna nazionale promossa da 19 organizzazioni della società civile per raggiungere 50.
000 firme, necessarie per presentare in Parlamento due proposte di legge: una riforma del diritto di cittadinanza per i giovani di seconda generazione nati in Italia da genitori stranieri regolari, e una riforma del diritto di voto elettorale ai lavoratori stranieri residenti da almeno 5 anni. Le firme raccolte verranno consegnate il prossimo 6 marzo alla Camera dei Deputati.

L’Italia è una terra d’immigrazione. Da più di vent’anni è in corso un processo di ridefinizione identitaria della fisionomia sociale del paese, non riconosciuto dalle istituzioni e dai mezzi d’informazione. Dal 1990 al 2011 la percentuale di persone straniere presenti sul territorio è passata dall’1,4% al 7,5% della popolazione. Tra questi si contano 933.693 minori, nati in Italia da genitori stranieri o immigrati in giovane età, ai quali non viene riconosciuto lo status di cittadini italiani. Susan è una di questi.

Un milione di invisibili

Susan nasce ad Aversa nel 1991 da padre ghanese e madre nigeriana. A 12 anni cominciano le prime difficoltà legali per la famiglia. Alla madre, infatti, dopo aver vissuto per diversi anni sul territorio, viene negato il rinnovo del permesso di soggiorno. Non avendo ancora raggiunto i 14 anni, Susan rientra nella tutela della madre prevista dal ricongiungimento familiare, e si trova quindi costretta a vivere nel proprio paese da irregolare, con tanto di certificato di nascita e frequenza scolastica. Per lo Stato italiano lei non esiste.

Dai 13 ai 18 anni cresce in un clima di tensione, dovuto alle difficoltà d’integrazione e ai saltuari controlli della polizia, con il rischio di essere rimpatriata in un paese a lei sconosciuto. Continuando a frequentare il liceo, in vista dell’esame di Stato, a Susan viene rilasciato un permesso di soggiorno per motivi umanitari da rinnovare ogni anno. Adesso è iscritta al secondo anno di Giurisprudenza e ha conseguito un certificato di lingua inglese all’Istituto di Cambridge. Lavora part-time come mediatrice culturale attivandosi in prima persona affinché le cose cambino.

Tuttavia, una volta finito il ciclo di studi, per iscriversi all’Ordine degli Avvocati Italiani le toccherà presentare una documentazione con le certificazioni degli studi effettuati all’estero e le ricevute dei visti d’ingresso. Il fatto è che Susan non è mai entrata in Italia. Ci è nata e non l’ha mai lasciata.

La foto è stata scattata durante l'intervista a Margherita, ragazza russa immigrata in Italia. Il suo caso è esemplare delle difficoltà che incontrano gli immigrati, anche qualora riescano a ottenere un permesso di soggiorno per motivi di studio: per loro, la ricerca di un lavoro stabile è ostacolata dalla legge. © Ilaria Izzo

Tra le interviste condotte a Napoli dal giornale Il Levante, in collaborazione con l’Associazione Hemispheres, la storia di Susan è il caso più eclatante. Senza dimenticare Margherita, ragazza russa giunta in Italia a 17 anni, con una residenza storica interrotta per undici anni in concomitanza con la scadenza del permesso di soggiorno. Con l’interruzione annuale, le risulta impossibile accumulare gli anni necessari per inoltrare la richiesta della cittadinanza e ottenere un contratto di lavoro, Finché ha il permesso per lo studio, non può lavorare più di 1.040 ore all’anno. 

In Italia domina un sistema fondato sul familismo legale

La presenza straniera in Italia è aumentata in modo considerevole, seguendo la linea ascendente di un fenomeno che ha coinvolto anche gli altri paesi europei. Tuttavia, il ritardo culturale italiano è evidente. Nel decennio pre-allargamento dell’Unione, tra il 1995 e il 2005, l’Italia presenta tassi di acquisizione non automatica della cittadinanza tra i più bassi d’Europa. Il Primo rapporto sugli immigrati in Italia, del dicembre 2007, riporta alcune importanti conclusioni fornite dal Progetto Natac (Acquisition of Nationality in EU Member States) finanziato dall’Unione, considerando le norme in materia di accesso alla cittadinanza in riferimento ai 15 “vecchi” europei.

Leggi anche Stranieri per sempre: quando l'Europa nega la cittadinanza ai suoi figli su cafebabel.com.

Incrociando i due principi su cui si basano le naturalizzazioni, gli anni di residenza e lo Jus soli applicato alle seconde generazioni, è possibile classificare in quattro blocchi le legislature europee: restrittive (Germania, Austria, Danimarca, Grecia), semi-restrittive (Spagna, Portogallo, Irlanda, Belgio), semi-liberali (Lussemburgo, Svezia, Finlandia ) e liberali (Gran Bretagna, Francia, Olanda). Seguendo tale schema, l’Italia rientra nel primo gruppo, dato un contesto relativamente chiuso e un sistema fondato sul familismo legale, con una prevalenza dello Jus sanguinis rispetto allo Jus soli.

Le riforme di legge promosse dalla campagna "L'Italia sono anch'io" invertirebbero tale tendenza, inaugurando un importante periodo di evoluzione legislativa in sintonia anche con i piani riformistici degli anni Novanta avviati in Germania, da sempre patria dello Jus sanguinis, mettendo così l’Italia al passo coi tempi europei.

Il processo di crescita e integrazione nel contesto italiano è stato spesso controverso e difficoltoso. Uno dei principali problemi negli ultimi vent’anni è stata la mancata percezione di un profondo cambiamento in atto non testimoniato a livello mediatico. I maggiori sistemi d’informazione hanno spesso parlato del fenomeno dell’immigrazione solo in concomitanza dei rispettivi cambi di maggioranza, o dando ampio risalto al binomio immigrazione-criminalità e agli sbarchi clandestini, senza in alcun modo favorire il processo d’integrazione.

Un processo che comunque ha provato a realizzarsi grazie alle attività del tessuto associazionistico e a movimenti sociali provenienti dal basso, capaci di dare forma concreta a politiche autonome, su scala locale, molto prima delle leggi e delle notizie.

Quello stesso tessuto che ha dato il via a una nuova presa di coscienza, partendo da iniziative popolari che si rivolgono a gran voce alle istituzioni affinché l’Europa non diventi un’occasione persa, ma un rinnovato punto di partenza per realizzare il multiculturalismo made in Italy.

Le interviste integrali sono state pubblicate dall'autore di questo articolo sul giornale online Il Levante, in collaborazione con l'associazione Hemispheres, e sono consultabili gratuitamente a questo indirizzo.

Foto di copertina: (cc) olmo calvo/flickr; testo:"Bulgakov e Maradona" ©  Ilaria Izzo; video-intervista a Fred Kuwornu: © Alessio Strazzullo, Ilaria Izzo e Mario Paciolla (alessiostrazzullo/youtube).