società

L’inferno dei trentamila vietnamiti di Polonia

Articolo pubblicato il 05 settembre 2006
Articolo pubblicato il 05 settembre 2006
Migliaia di vietnamiti, vittime di repressioni politiche nel loro Paese, devono lasciare l’Asia e cercare fortuna altrove. E chi sceglie la Polonia spesso precipita in un baratro senza vie d’uscita.

Intellettuali, scrittori e storici vietnamiti vivono ormai vendendo shampoo o gadget su un marcepiede dello Stadionie Dziesiciolecia, un ex stadio olimpico di Varsavia diventato uno dei più grandi mercati neri d’Europa.

Ton Van Anh, 28 anni, vive da qualche anno in Polonia. Assistente sociale, collabora con l’Associazione per la democrazia in Vietnam aiutando molti compatrioti esiliati a trovare un lavoro e a cavarsela nella vita di ogni giorno. E stima che la comunità vietnamita in Polonia ha raggiunto ormai i 30.000 membri circa. La maggior parte dei quali vi si è trasferita regolarmente. Ma alcuni, obbligati alla fuga da un regime autoritario, si sono condannati ad un’esistenza illegale senza assistenza medica né diritti civili.

Mafia e traffico d’esseri umani

Ton Van Anh è arrivata in Polonia con la sua famiglia quattordici anni fa. Se il nonno era un comunista dichiarato, il padre si è rapidamente separato dall’ideologia marxista dimostrando chiaramente la sua opposizione al sistema. Considerato un nemico della nazione dalle autorità vietnamite, gli restava solo una soluzione: lasciare il Paese con tutta la famiglia. Dopo molte disavventure ha ottenuto un visto per la Polonia, il paese di Solidarnosc e del Papa. «La Polonia che sognavamo era un paese dei balocchi, dove tutto ci sembrava a portata di mano e dove vivevano le principesse» ricorda Van Anh con un sorriso.

All’epoca le autorità di Hanoi consideravano la Polonia degli anni Ottanta, in piena fase di emancipazione dal giogo comunista, la pecora nera tra i paesi sovietici. I cittadini vietnamiti che osavano solo inneggiare alla patria di Solidarnosc erano passibili di essere perseguitati per attività rivoluzionaria.

Tran Ngoc Than, attuale presidente dell’Associazione per la democrazia in Vietnam e caporedattore della rivista Dan Chim Viet conferma quest’atmosfera di attesa. «All’epoca ero corrispondente di un quotidiano nazionale a Varsavia. Dopo aver scoperto un movimento di scioperi degli operai in una fabbrica in Polonia il governo mi ha proibito di tornare nel Paese e sono anche stato dichiarato “nemico della nazione”».

Than, naturalizzato polacco, non ha problemi a moltiplicare gli aneddoti che illustrano la durata del regime di Hanoi. Quattro anni fa decide di rientrare dal Vietnam dove ha passato qualche giorno con la famiglia. Pur provvisto di visto, i funzionari della polizia locale lo chiamano per arrestarlo. Motivo: traffico di droga. «È l’ambasciata della Polonia che ha finalmente mosso le sue reti per farmi uscire da questo incubo. L’amico che mi accompagnava, un prete che si opponeva al regime, ha avuto meno fortuna: non è riuscito a lasciare l’aeroporto di Hanoi, pugnalato da degli “sconosciuti” ».

Secondo l’associazione per la democrazia in Vietnam «il numero dei prigionieri politici aumenta come le pesanti pene inflitte a delitti quali la traduzione in vietnamita di articoli provenienti dal sito internet dell’ambasciata degli Stati Uniti. (…). Secondo un altro rapporto, il Vietnam occuperebbe il primo posto nella classifica delle regioni dove il traffico di donne e bambini è sviluppato. Di fronte a tali azioni spesso il regime rimane a guardare». Ed effettivamente sono spesso i funzionari del regime vietnamita alla testa di questa “mafia” che sfrutta la proverà degli abitanti.

3.000 dollari per la speranza

In un paese corrotto come il Vietnam si negozia tutto. Robert Krzyszto, ricercatore nell’Istituto di scienze sociali Paderewski, conosce bene le condizioni dei viaggi verso l’esilio. «Può essere richiesto ad un candidato alla partenza anche la somma di 3.000 dollari, mentre un vietnamita ne guadagna, in media, tra i 10 e i 20. Il viaggio dura molti mesi, alcune volte persino un anno. I futuri rifugiati costituiscono una “merce” molto ricercata: usati dai protettori come schiavi sessuali o “oggetti privati” possono far avere un ritorno di 6.000 dollari l’anno».

I trafficanti ricorrono spesso alla tecnologia moderna: nel marzo 2006 sono stati messi all’asta su eBay 3 giovani vietnamiti. Prezzo di partenza: 5.500 dollari. «Un’altra realtà sconvolgente» continua Krzyszto «riguarda i cosiddetti “frigoriferi viventi”. Si tratta di persone inviate in aereo verso le loro destinazioni, inconsapevoli del fatto che la loro missione è quella di trasportare i propri stessi organi – senza rischi – in Germania o in Francia. Arrivati a destinazione, vengono uccisi dai trafficanti che recuperano e vendono il cuore o i reni».

Ma una volta arrivati in Polonia per i vietnamiti esiliati le disgrazie non sono ancora finite. Ogni straniero che passa illegalmente la frontiera è considerato clandestino dalle autorità, e secondo la teoria del diritto del sangue, in vigore in Polonia, i figli degli immigrati irregolari, anche quelli nati sul posto, non possono avere la nazionalità polacca.

E le manovre per ottenere lo statuto di rifugiato? Troppo lunghe e complesse. «La maggior parte dei vietnamiti rifiuta di iniziare questa procedura. Perché in quel caso sarebbero considerati “nemici della patria” dal governo vietnamita. Questo rischia di provocare minacce e misure repressive anche verso le loro famiglie. Ecco perché molti vietnamiti preferiscono rimanere clandestini e diventare così il bersaglio preferito di ricatti di ogni genere» conclude Krzyszto.

«Allora? Chiamiamo la polizia?»

Non ci sono alternative al lavoro in nero. «Avere un angolo sul marciapiede dello Stadionie Dziesiciolecia per vendere gadget o mercanzie varie costa circa 5.000 zloty (1.200 euro) al mese, senza contare il “tributo” necessario a comprare il silenzio della polizia. D’altronde, molti poliziotti non si fanno scrupoli a accordare le tariffe con i rifugiati». Senza soldi né aiuti molti condividono appartamenti piccoli dove persino dormire è un’impresa impossibile.

I trasporti pubblici? Anche questi costituiscono un problema. Nessun clandestino può sentirsi al sicuro in un autobus di Varsavia. I controllori confiscano spesso i biglietti dei viaggiatori vietnamiti sorridendo sarcastici: «Allora? Chiamiamo la polizia?». E per comprare il loro silenzio, il prezzo è altissimo. «Spesso è molto più salato della multa per chi viaggia senza biglietto» spiega Krzyszto.

«In genere le norme morali hanno poco effetto sulla polizia. Se invece di chiedere il riscatto la polizia arrestasse la gente come dovrebbe il problema sarebbe ancora più grande. Così come i medici dovrebbero denunciare i loro pazienti senza documenti validi: nella pratica non succede mai».

Il cellulare di Van Anh suona ancora. Forse è un vietnamita qualsiasi in difficoltà, una donna che sta per partorire o qualcuno arrestato dalla polizia. Ogni giorno ci passano accanto migliaia di persone che restano per noi invisibili. È arrivato il momento di aprire gli occhi.