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LGBT al lavoro: vita difficile in Francia e in Italia

Articolo pubblicato il 16 aprile 2011
Articolo pubblicato il 16 aprile 2011
Le condizioni di lavoro delle persone LGTB (Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender) sono ancora un'incognita sia in Italia sia in Francia. Nonostante l’aumento dei casi di discriminazione e le relative polemiche, i giornali affrontano la materia con superficialità e la mancanza di studi approfonditi non aiuta a inquadrare bene il fenomeno.

Una sola sigla ma problemi diversi

“Il coming out tende ad aumentare nei luoghi di lavoro” spiega Salvatore Marra, responsabile dell’ufficio nuovi diritti di Roma e del Lazio della CGIL, uno dei maggiori sindacati italiani. Una novità positiva che va comunque di pari passo con la crescita nella cronaca quotidiana di episodi di intolleranza sia nei luoghi di svago che nelle scuole, con atti di bullismo verso ragazzi gay o presunti tali. “Vivere apertamente la propria sessualità è più facile nelle grandi città e nelle aziende dove il lavoratore ha un contratto stabile” , spiega Marra.

In Francia invece è “nell’industria e nella scuola che si registrano gli ambienti più ostili”. Parola di  Catherine Tripon, portavoce della associazione francese ‘L’Autre Cercle’, che ha recentemente diffuso i risultati di indagine – ‘La vie des LGTB au travail en 2011’ – circa gli atteggiamenti discriminatori sul luogo di lavoro. Nello specifico, la cultura ‘machista’ nel primo settore e la tendenza ad accusare o sospettare di pedofilia gli insegnanti nel secondo, inquinano l’ambiente di lavoro.

Ma tentare di intervenire con leggi specifiche è meno semplice di quanto possa sembrare. I problemi variano in base all’ampiezza della città, al lavoro svolto e alla flessibilità dei contratti. Senza dimenticare che la sigla LGTB raggruppa persone che sperimentano difficoltà diverse: i transessuali non hanno, ad esempio, gli stessi problemi dei gay o delle lesbiche.

Dalla ricerca di L'autre cercle risulta che in Francia il 53% degli LGTB confessano di non poter parlare liberamente delle proprie preferenze sessuali.

Pochi studi per inquadrare il problema

Intervenire positivamente per risolvere i problemi è difficile anche per una ragione banale: ci sono pochi studi in materia. In Italia, solo nel 2008 il Dipartimento per le Pari Opportunità ha incaricato l’Istat (Istituto Italiano di Statistica) di realizzare un’indagine sulla discriminazione di genere.

I primi risultati - estratti da un gruppo pilota di 1.500 persone - sono stati diffusi nel 2010, mentre l’esito finale sul campione di 10.000 sarà diffuso solo nel 2011. I francesi di L’Autre Cercle hanno, invece, raggiunto 930 individui. “Il 53% delle persone scelte dal nostro network LGTB ha confessato di non poter parlare liberamente delle proprie preferenze sessuali. E se è difficile farlo tra di noi, figuriamoci all’esterno” commenta Chaterine.

In Italia, secondo uno studio condotto dall’Eurispes, il 35,5% degli italiani tollera l'omosessualità purché non sia ostentata mentre il 15% dichiara una sensazione di disagio quando entra in contatto con gli omosessuali. Inoltre il 44,8% ritiene che amare un partner del proprio sesso sia contro natura.

Pochi casi di fronte al giudice

La mancanza di studi di qualità rende la discussione intorno al tema troppo dipendenti dai casi di cronaca spesso trattati con superficialità e dalle segnalazioni dei singoli verso le associazioni di settore. Non aiuta, a questo proposito, nemmeno la mancanza di casi di discriminazione trattati dai giudici nazionali. “Non si va spesso in tribunale perché si cerca la conciliazione” spiega Marra. “Tutto si esaurisce in una mediazione senza ricorrere al tribunale: il lavoratore discriminato è spostato in un reparto più ‘confortevole’ mentre i prepotenti sono sanzionati con misure blande” rilancia Catherine.

Nemmeno la direttiva europea 78\2000 contro le discriminazioni sul luogo di lavoro sembra di aiuto. “Oltre ad essere stata male applicata in Italia, impone al lavoratore l’obbligo di dimostrare la discriminazione a suo carico. Un compito molto difficile” accusa Marra. “In più quest’onere è ancora più difficile per la comunità LGTB, una minoranza invisibile al contrario di quanto accade per altre categorie discriminate, come le donne o le persone di colore”, aggiunge Catherine, che denuncia le difficoltà di accedere ai diritti garantiti dai PACS quando una coppia si presenta apertamente omosessuale.

Il problema c’è ma si conosce solo superficialmente

Secondo Eurobarometro l’orientamento sessuale è l’ottava causa di potenziale discriminazione quando ci si candida per un lavoro nell'Unione europea, ma gli operatori di settore denunciano l’omertà circa le pressioni che si ricevono per il proprio orientamento sessuale durante il colloquio di assunzione.

Un altro rapporto del novembre 2010 dell’Agenzia Europea per i Diritti Fondamentali denuncia lo stato di invisibilità e silenzio in cui vivono le persone LGTB nell’Unione Europea. Una condizione che Morten Kjaerum, il direttore dell’agenzia , ha giudicato aggravata dalle diverse politiche degli stati membri, con “implicazioni legali e pratiche per i cittadini desiderosi di spostarsi tra paesi dell’UE”.

Riuscire a produrre studi approfonditi, disancorando il dibattito dall’ondivaga reazione dell’opinione pubblica da una parte, e dalla semplice elencazione dei disagi raccolti nei centri di ascolto dall'altra, sembra così essere un primo passo per inquadrare correttamente il problema e produrre norme più efficaci.*

Foto: home-page (cc) Philippe Leroyer/flickr; gay pride (cc) Pak Gwey/flickr