società

Le tre bugie sull'immigrazione a cui non dovete credere

Articolo pubblicato il 04 giugno 2015
Articolo pubblicato il 04 giugno 2015

Cerchiamo di affrontare i principali luoghi comuni sull'immigrazione, dimostrandone la scarsa valenza e la falsità attraverso il diritto internazionale.

Cercherò di essere chiaro: fate come volete, votate chi volete, abbiate la cura che preferite nei riguardi degli immigrati e di tutto ciò che li concerne. Ma, prima di farlo, vi prego di leggere quest'articolo. Non ho né l'intenzione né la presunzione di trovare una soluzione definitiva a una della problematiche più profonde e complesse che affligge l’umanità, come invece fanno in molti, tra l’altro, sapendone meno di Fassino in ambito di proteine, amminoacidi e creatina. Piuttosto vorrei cercare di eliminare alcune falsità e bugie che politicanti, mezzi-blogger e giornalisti di bassa lega accampano, ritenendosi vati del problem-solving internazionale. Una volta fatto questo, siete liberi di pensarla come volete: sono fatti vostri.

Mare Nostrum stimolava l'immigrazione clandestina

Cos’è Mare Nostrum? In sintesi era una missione militare intrapresa solamente dall'Italia, che operava congiuntamente all’agenzia europea Frontex. Dall’inizio della crisi libica nel 2011, durante la quale perse prima il potere (quarantadue anni dopo la rivoluzione del 1969) e poi la vita Mu'ammar Gheddafi, il flusso di migranti verso l’Europa, e in particolare verso l’Italia, è aumentato sensibilmente. Dopo la “tragedia di Lampedusa” in cui, tra l'ottobre 2013 ed il novembre 2014, morirono 366 migranti, l’Italia decise di soccorrere le navi a rischio naufragio, intervenendo anche al di fuori delle sue acque territoriali per puro scopo umanitario. A causa dei costi e delle critiche avanzate presupponendo che questa condotta stimolasse le partenze di barconi pieni di clandestini, certi di essere soccorsi già a poche miglia dalle coste libiche, alla fine del 2014 la missione è stata sostituita dall’operazione di sicurezza denominata Triton (inizialmente Frontex Plus), condotta proprio da Frontex, su cui avevamo già espresso alcune perplessità. La differenza che intercorre tra le due: Triton prevede di offrire soccorsi solo entro trenta miglia marine dalle coste italiane, quindi si concentra soprattutto sulla difesa della frontiera.

Con la fine di Mare Nostrum i flussi migratori sono stati scoraggiati? Ovviamente no. Come riportato da Patrick Kingsley, corrispondente egiziano del The Guardian, i numeri sono rimasti sostanzialmente invariati con una sola, tremenda differenza: il numero dei morti nel primo trimestre del 2015 è salito di dieci volte. Dieci volte. Questo ci porta a una sola, evidente conclusione: chi fugge non è in cerca di lavoro o di migliori condizioni di vita, ma scappa per disperazione, indipendentemente dalla presenza di una missione umanitaria che ne aumenti le possibilità di sopravvivenza durante la traversata. Questo mi porta al secondo punto della riflessione.

Migranti, profughi e rifugiati: una definizione (e un costo) complesso

In realtà non tutti i migranti possono essere definiti profughi o rifugiati. I profughi fuggono in massa da un paese vittima di guerre o catastrofi naturali. I rifugiati, come definito dall’art.1 comma A della Convenzione di Ginevra del 1951, sono coloro che fuggono perché temono concretamente di potere essere perseguitati per ragioni di razza, religione o idee politiche. I migranti per motivi economici sono invece un fenomeno diverso, per il quale le regole internazionali impongono meno obblighi umanitari a carico dei paesi di destinazione. Li si può pure «cacciare a calci nel sedere» se lo si ritiene opportuno. Ciò significa che quanto sta accadendo è diverso da quanto accadeva con l'arrivo dei rifugiati del Kosovo negli anni ’90. Siamo tenuti ad obblighi diversi, in ragione della natura diversa del fenomeno, che implica un'assistenza umanitaria sia dal punto di vista del Diritto Internazionale che da quello etico (sul quale non si possono imporre obblighi).

Infine, solo chi ottiene l'asilo (in media un quinto dei richiedenti) ha diritto, seppur senza cittadinanza, a ricevere un'adeguata assistenza sanitaria e fare richiesta per i sussidi di disoccupazione, in quanto beneficiario dei diritti derivanti dallo status internazionale di rifugiato. Per quanto riguarda i costi, i famigerati quaranta euro al giorno, queste sono spese destinate ad enti e cooperative pro die e pro capite (al giorno e per ogni persona), ma i beneficiari ricevono solo il "pocket money", in media dai 2,5 ai 3 euro al giorno. Le spese coprono la prima accoglienza ed altre necessità, comeo riportato dal Rapporto sulla protezione internazionale in Italia redatto dallo SPRAR e di cui vi ho mostrato alcune figure riassuntive.

Rimandiamo i barconi a casa!

Questa l’ho lasciata per ultima perché mi sembra l’acme dell'idiozia ancestrale. Non mi pare che la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, più precisamente nota come UNCLOS di Montego Bay - una sorta di bibbia delle regole fondamentali del Diritto Internazionale in mare redatta nel 1982 -, presenti la definizione «un colpo a prua e un colpo a poppa». L’ho letta un centinaio di volte e una cosa del genere non c’è scritta: andate a controllare pure voi! Affondare una barca già in viaggio corrisponde ad un crimine contro l’umanità. Agire prima che parta è forse un'idea più efficace e realizzabile, ma solo in certe circostanze e con il placet delle Nazioni Unite. Perché, per colpire i barconi prima della partenza, si dovrebbe condurre un’operazione militare sul territorio libico: una guerra. L’unico modo perché ciò possa avvenire senza infrangere l’articolo 2.4 della Carta ONU è che le Nazioni Unite lo autorizzino in luogo delle finalità umanitarie. Ma anche in questo caso, non si tratterebbe di un'operazione facile. La maggioranza delle navi è acquistata dagli scafisti ai privati poco prima della partenza, rendendo difficile agire preventivamente. Non si potrebbe certo sparare a ogni nave solo potenzialmente destinabile all'uso migratorio.

Piuttosto sarebbe possibile rimandare indietro gli scafi, ma solo in pochi casi specifici. L’articolo 33 della Convenzione di Ginevra riporta il principio generale del non-refoulement. I rifugiati non possono essere rimandati indietro, se il loro è un paese «in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche». Solo se si ritiene che un individuo possa rappresentare un pericolo concreto per la sicurezza della collettività è previsto il rinvio immediato, ma è evidente che si tratta di un caso estremamente peculiare.

Tra fughe e fandonie

Come anticipavo in apertura, siete liberi di pensare ciò che volete.Spero di aver in parte chiarito la marea di fandonie con cui ci stanno bombardano, il cui scopo non è risolvere il problema umanitario, ma ottenere attraverso di esso consensi e potere. Chi sta scappando oggi dall’Africa non sta venendo qua perché sogna di diventare Tony Montana o perché con lo "stipendio da stregone" non riesce a comprarsi l’iPhone 6, ma perché la fuga è l'unica alternativa alle carestie, agli stupri di massa, alla malnutrizione e fame, alle pandemie e, in generale, alla morte. Ne consegue che abbiamo dei doveri specifici nei confronti di queste persone, perché è questo che sono prima di diventare, in troppi tristi casi, cadaveri galleggianti al largo di Lampedusa, immortalati sulle prime pagine. 

La scarsissima collaborazione dell’UE (che pare dedicarsi più a politiche di protezione delle frontiere che a programmi di assistenza umanitaria) e il fatto che, ovviamente, insieme ai flussi migratori giungano anche percentuali di disagio sociale e criminalità, sono poi altri problemi di cui certo non neghiamo l'esistenza. Queste questioni però non concernono i diritti umani, che dovrebbero essere applicati indipendentemente da tutto, compresi interessi politici ed economici.